È da una vita che tengo dentro questo magone. Vedo e sento troppe cose che non quadrano, sento un peso sul petto ogni volta che provo a pensare al futuro di questa terra, di questo Paese, dell’Europa intera. E allora ho deciso di sfogarmi. Di rovesciare tutto l’astio, la rabbia, la delusione, l’indignazione che ho in corpo verso coloro che stanno al potere, verso quelli che occupano gli scranni del Parlamento italiano ed europeo come se fossero i veri padroni del mondo, quelli che decidono dei nostri destini e che, alla fine dei conti, si arricchiscono ogni giorno di più sulla pelle delle persone comuni.

Quando li vedo in televisione, con i loro abiti eleganti, i sorrisi di circostanza e le parole vuote, ho come la sensazione di osservare dei fantocci programmati. Fantocci che si muovono e recitano la stessa commedia da decenni: promesse, proclami, annunci di cambiamenti epocali che poi non vediamo mai. E la cosa che fa più male è rendersi conto che, mentre loro parlano, uno stipendio da nababbi si insinua nelle loro tasche ogni santo mese. Stipendi così alti che basterebbero da soli a sollevare dalla povertà intere famiglie, mentre noi siamo qui a stringere la cinghia, a far di conto per riuscire ad arrivare a fine mese.


“Fermatevi, venite a vedere come viviamo noi, guardate come si sta con 1.200 euro o 1.000 euro al mese o anche meno, guardate cosa significa sgobbare per pagare un affitto, un mutuo, le bollette, la spesa alimentare. Guardate cosa significa dover dire ‘no’ a un figlio che chiede un semplice gelato, perché il portafoglio piange.”



Eccoli lì, invece, i nostri “signori”. Hanno sempre la risposta pronta, hanno sempre un’ottima ragione per spiegarci perché “in questo momento non è possibile fare di più”. O perché “dobbiamo prendere decisioni difficili”. Ma la verità, almeno quella che sento io, che vivo io, è che queste “decisioni difficili” colpiscono sempre la stessa fetta di popolazione: quella che lavora, che si sacrifica, che produce davvero ricchezza col sudore della fronte, mentre una manciata di eletti si imbottisce di privilegi.


LA DELUSIONE PROFONDA

La rabbia, spesso, nasce dalla delusione. Delusione generata da aspettative tradite, da un’illusione di democrazia e giustizia che si scontra con una realtà di soprusi e sfruttamento. E allora il grido che mi sale dal cuore è questo: “Ma dove diavolo stiamo andando?”

Mi guardo intorno e vedo un’Italia piegata. Un Paese che un tempo era culla di cultura, di arte, di inventiva, di orgoglio e speranza, diventato un terreno dove si susseguono scandali e ruberie, dove le nuove generazioni – che hanno studiato, si sono preparate, si sono fatte in quattro – si ritrovano con un pugno di mosche in mano, costrette a emigrare o ad accontentarsi di contratti ridicoli, lavori sottopagati e pochissime tutele.

I nostri rappresentanti, dal canto loro, dicono di fare il possibile, ci riempiono di promesse e rassicurazioni. Eppure, ogni giorno, ogni singolo giorno, appare evidente come la distanza tra chi detiene il potere e il popolo sia diventata un baratro. Dove stanno le politiche per le famiglie? Dove stanno le riforme per il lavoro? Dove sta la riduzione delle disuguaglianze? A me pare che si stia andando esattamente nella direzione opposta: i ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri, la classe media – un tempo pilastro dello Stato sociale – si sta sgretolando sotto il peso di tasse, mancanza di prospettive e precarietà.

La verità, amarissima, è che ci hanno traditi. Ci hanno venduti. Ci hanno usati come pegno, come merce di scambio, come risorse da sfruttare per riempire i loro conti in banca, per mantenere i loro privilegi, per stringere accordi internazionali che non tengono minimamente conto della dignità del popolo.


LA RABBIA CONTRO IL PARLAMENTO: UNO SPETTACOLO OSCENO

Chiudo gli occhi e vedo i talk show in cui alcuni parlamentari si lanciano frecciatine, si insultano, fingono litigi feroci per guadagnarsi un titolo sui giornali. Poi, appena si spengono le telecamere, scherzano e ridono insieme, complici e soddisfatti, come se tutto fosse un grande gioco di ruolo, una gigantesca recita ben orchestrata. Ma a pagare il prezzo di questa recita siamo noi. Noi che lavoriamo in fabbrica, nei cantieri, negli uffici, nei bar, nei ristoranti, nei campi. Noi che dobbiamo sottostare a regole assurde, che ci vengono calate dall’alto, senza che mai nessuno ci spieghi realmente perché.

Siamo stanchi di vedere quei banchi parlamentari sempre mezzo vuoti, mentre quando si parla di “interessi di partito”, o di “commissioni vitali per la carriera di Tizio e Caio”, magicamente li troviamo tutti presenti e allineati. Siamo stanchi di sentir parlare di “diritti” e “riforme” solo in campagna elettorale, quando sanno bene che basta qualche slogan ad effetto per manipolare la buona fede delle persone.

E poi la questione degli stipendi: cifre da capogiro. Cifre che offendono l’intelligenza di qualunque persona che si spacca la schiena per 1.000, 1.200 euro al mese, se va bene, spesso anche in nero, senza garanzie, senza una prospettiva di pensione o sussidi decenti. E a volte con contratti a termine che non vengono mai rinnovati.

“Vogliamo ridurre i costi della politica, vogliamo avvicinarci ai cittadini, vogliamo la trasparenza” – quante volte l’abbiamo sentita questa cantilena? Ma i costi della politica non sono mai stati realmente tagliati, anzi, la spesa pubblica sale, gli sprechi si moltiplicano, e se a un certo punto mancano i soldi, si tagliano i servizi essenziali: istruzione, sanità, sostegno alle fasce deboli. Siamo arrivati a un punto in cui una visita specialistica presso il servizio sanitario nazionale ti costringe ad attendere mesi – se non anni – oppure a pagare centinaia di euro in una struttura privata. Qualcuno, lassù, si rende conto di quanto sia umiliante dover scegliere tra la salute e la sopravvivenza economica?


UN’EUROPA CHE TREMA E L’ITALIA CHE AFFONDA

Allarghiamo lo sguardo. L’Europa. L’Europa un tempo era un sogno: un continente unito da valori comuni, da un progetto di pace e sviluppo condiviso. Oggi mi sembra invece un luogo di continui litigi, di interessi nazionali che prevalgono sulla solidarietà, di burocrati che emanano direttive lontane anni luce dalla vita quotidiana dei cittadini. Un’Europa che impone regole, parametri, vincoli economici, spesso calpestando le specificità e i bisogni di ogni singolo Paese. Un’Europa che parla di crescita, ma impone austerità. Un’Europa che predica solidarietà, ma chiude le frontiere e lascia che le questioni più spinose (immigrazione, disoccupazione, crisi economiche) ricadano sempre sui soliti noti.

E in questo scenario, l’Italia non fa che sprofondare. Un Paese che non sa difendere il proprio tessuto produttivo, che svende le proprie aziende, che non investe sulla scuola e sulla ricerca, che assiste inerme all’esodo dei cervelli migliori e dei giovani più motivati verso mete estere. Intanto, le forze politiche di casa nostra continuano a litigare su questioni insignificanti, a farsi dispetti l’un l’altro, a parlare di “responsabilità” e “necessità di riforme strutturali” in maniera tanto generica quanto sterile.

Ci dicono che “la crisi è superata”, che “i segnali di ripresa sono evidenti”, ma la realtà è che nelle case degli italiani si fatica a scorgere questa benedetta ripresa. Le tasse sono sempre lì, insopportabili, il potere d’acquisto cala, i contratti di lavoro diventano sempre più precari. E la gente si arrangia come può, magari accettando di fare due o tre lavoretti in nero, oppure cercando un aiuto dai genitori pensionati, i quali – con la misera pensione – sostengono ancora figli e nipoti.


L’IPOCRISIA DEI “GRANDI”

Quel che mi fa più male è l’ipocrisia. Sentire discorsi altisonanti sulla necessità di “trovare fondi per…” e poi vedere che i fondi, magicamente, spuntano sempre quando si tratta di garantire aumenti di stipendio per i parlamentari, bonus per i grandi manager, agevolazioni per i colossi multinazionali che poi delocalizzano e lasciano a casa centinaia di lavoratori. È nauseante.

I “grandi”, come li chiamo io, vivono in una realtà parallela, fatta di lussi, prebende, vantaggi. Hanno sempre l’auto blu con autista, viaggiano in prima classe, ricevono rimborsi spese che farebbero girare la testa a chi vive con 1.200 euro al mese. Parlano di “tagli alla spesa pubblica” e intanto aumentano i loro emolumenti. E se qualcuno osa chiedere conto di questi privilegi, scattano subito le giustificazioni: “Bisogna adeguarci agli standard europei”, “Il nostro lavoro è duro e di grande responsabilità”, “La democrazia ha un costo”. Ma dov’è, esattamente, il lavoro duro e la responsabilità, quando non si riesce neanche a garantire un piano di sviluppo economico e sociale che dia speranza ai giovani e dignità agli anziani?

Vediamo riforme su riforme, decreti su decreti, che sembrano fatti apposta per gettare un po’ di fumo negli occhi, per spostare l’attenzione da un problema a un altro, finché la gente non sa più neanche per cosa protestare. E intanto la situazione peggiora. Ci dicono che “le istituzioni vanno rispettate”, ma come si può nutrire rispetto quando chi ricopre quelle istituzioni non rispetta noi?


IL DISPREZZO PER LA GENTE COMUNE

Sento di doverlo dire in maniera cruda e diretta: siamo considerati scarti. Siamo considerati pedine sacrificabili, utili solo per pagare le tasse e, all’occorrenza, per essere manipolati durante le consultazioni elettorali. Tutti i bei discorsi sulla “partecipazione” e la “democrazia diretta” vanno in frantumi quando ci rendiamo conto che, conclusa la fase delle urne, ci troviamo di nuovo davanti a una classe politica sorda e cieca.

Non c’è alcun rispetto per il sudore di chi lavora. Non c’è rispetto per chi, con un contratto da fame, deve affrontare turni massacranti, per chi rischia la vita in fabbrica o in cantiere a causa della scarsa sicurezza. Non c’è rispetto per il pane guadagnato onestamente, quando si vedono personaggi che, senza merito, senza competenze reali, riescono a ottenere posti di prestigio, consulenze da decine di migliaia di euro al mese, soltanto grazie a qualche conoscenza o a qualche appoggio politico.

Ci sono momenti in cui penso che tutta questa rabbia potrebbe esplodere in un modo incontrollabile, perché la gente è esasperata. I licenziamenti, la povertà, la precarietà, la difficoltà di pagare bollette e mutuo, l’impossibilità di costruirsi un futuro. Tutto questo genera un rancore che ribolle sotto la superficie. Eppure, chi sta al potere sembra non voler vedere, non voler sentire. Forse perché sanno che, finché la gente è troppo occupata a sopravvivere, rimane intrappolata in una prigione di bisogno e non ha la forza di alzare la testa.


“VOGLIONO LA GUERRA A OGNI COSTO”

Un altro capitolo che mi fa salire il sangue al cervello è la tendenza, sempre più evidente, di fomentare conflitti, di cercare nemici esterni o interni per distrarre l’opinione pubblica. C’è sempre una tensione da alimentare, un avversario da demonizzare, un’ombra da agitare davanti agli occhi della gente, affinché si resti in uno stato di perenne paura. “La colpa è degli stranieri,” “La colpa è dell’altro Paese europeo che non collabora,” “La colpa è di chi non è patriottico…” Quante volte l’abbiamo sentito?

Nel frattempo, vengono varate leggi che limitano la libertà, vengono stanziati miliardi per l’acquisto di armi, di nuovi mezzi militari, mentre la sanità collassa, la scuola cade a pezzi, le infrastrutture sono vecchie e pericolanti. E se qualcuno osa protestare, si sente rispondere: “È necessario per la nostra sicurezza”. Ma la verità è che a noi, cittadini comuni, la guerra fa solo paura. La guerra non la vogliamo, non la cerchiamo. Abbiamo già troppi problemi quotidiani, non abbiamo bisogno di altri orrori, di altre ingiustizie, di altri lutti. Ma i signori del potere non vogliono la pace, perché la guerra è un grande affare economico. E a guadagnarci, manco a dirlo, sono sempre i soliti: i produttori di armi, i politici che ottengono favori, gli speculatori internazionali.


LA POLITICA COME CASTA INTOCCABILE

Quello che mi sconcerta, e mi fa montare la rabbia, è la sensazione che la politica (a livello italiano ed europeo) sia diventata una casta intoccabile. Abbiamo creato un sistema di privilegi che si autoalimenta e che è talmente blindato da non poter essere scalfito dal semplice voto. Ogni tanto arriva un partito nuovo, un movimento che promette rivoluzione e cambiamento. Ma poi, magicamente, anche quei nuovi attori si adeguano al sistema, ne sfruttano le dinamiche, ne vengono attratti o corrotti. Ed ecco che tutto torna come prima, se non peggio.

La frustrazione è altissima, perché ti chiedi: “Ma ha senso continuare a votare? Ha senso credere in un qualsiasi cambiamento, se poi chiunque va al potere si trasforma nel solito burattinaio che gestisce i fili secondo i suoi interessi?” Eppure, se smettessimo di votare, ci troveremmo in una sorta di vuoto ancora peggiore, dove rimarrebbero solo quelli che hanno interesse a perpetuare questo sistema marcio. Un vero e proprio circolo vizioso, che sembra inestricabile.


IL LAVORO E LA DIGNITÀ CALPESTATA

Mi preme sottolineare ancora una volta la questione del lavoro, perché è lì che vedo la sofferenza più grande. Nelle fabbriche, nei cantieri, negli uffici, nei negozi, ovunque si sentono storie di contratti a termine, di rinnovi continuamente posticipati, di orari massacranti, di stipendi da fame. E questo vale per milioni di persone. Milioni. E intanto, ai piani alti, ci sono super-manager e parlamentari che vantano buste paga degne di sceicchi, come se svolgessero chissà quale compito eroico. E invece, di eroico, non c’è nulla in ciò che fanno. Spesso si tratta soltanto di firmare documenti preparati da altri, di stringere mani e sorridere alle telecamere. Mentre la macchina amministrativa e burocratica, la vera ossatura del Paese, è tenuta in piedi da lavoratori che vengono trattati come numeri.

La dignità calpestata è quella di chi vorrebbe poter comprarsi una casa, mettere su famiglia, garantire un’istruzione degna ai propri figli, e invece è costretto a rinunciare, ad accontentarsi di un affitto in un quartiere periferico, a rimandare le cure mediche, a tagliare spese su spese. Questa è la realtà vera, non quella che ci raccontano dai palazzi del potere. Questa è la vera faccia dell’Italia che affonda, dell’Europa che barcolla, tradita dagli stessi che dovevano proteggerla.


L’ARROGANZA DI CHI CI COMANDA

Quel che percepisco, e che mi fa davvero infuriare, è l’arroganza. L’arroganza di chi, quando parla, lo fa con un tono da maestro verso alunni ignoranti, come se noi fossimo bambini incapaci di capire la complessità del mondo. La verità è che molti di noi hanno una cultura, un’educazione, un’esperienza diretta della vita reale che supera di gran lunga quella di certi politicanti. Noi sappiamo cosa significa fare la fila alla mensa dei poveri, o dover rinunciare a una spesa un po’ più abbondante per far quadrare il bilancio familiare. Loro, no. Non lo sanno e non vogliono saperlo.

E quando qualcuno osa criticare o protestare in maniera forte, scatta la censura, il fango mediatico, l’accusa di “populismo”, di “demagogia”, di “antipolitica”. Ma questo non fa che alimentare ancora di più la nostra rabbia, perché ci rendiamo conto di come cerchino di soffocare il dissenso, di come provino a etichettare chiunque si opponga a questa vergognosa situazione.


MILLE PROCLAMI, ZERO AZIONI

Ogni tanto guardo i programmi di approfondimento politico, i discorsi ufficiali, e ascolto parole pompose: “Dobbiamo cambiare passo,” “Serve una visione a lungo termine,” “Siamo vicini ai cittadini,” “Il lavoro è una priorità”. Ma poi, nella sostanza, non cambia nulla. Perché chi sta in Parlamento, chi governa, chi gestisce il potere economico, ha già deciso quali interessi difendere. E non sono i nostri.

Ci sono mille proclami su come combattere la corruzione, su come sconfiggere l’evasione fiscale, su come rilanciare la scuola, la ricerca, la sanità. E invece le cronache sono piene di scandali, di episodi di malaffare, di fondi europei che spariscono, di raccomandazioni e nepotismi, di gente che si arricchisce evadendo miliardi. E quando lo Stato decide di intervenire, lo fa in modo che spesso colpisce i più deboli, quelli che non possono difendersi. Il grande evasore trova sempre una scappatoia legale, una soluzione concordata, mentre il piccolo imprenditore fallisce per poche migliaia di euro di debiti. E la classe politica? Beh, la classe politica se ne lava le mani, oppure si fa scudo di qualche legge fatta su misura per salvare i soliti noti.


LA DISTRUZIONE LENTA E INESORABILE

Ci hanno tolto la voglia di sognare. Ci hanno tolto il desiderio di costruire un futuro migliore. Ci hanno tolto la passione civica e il senso di appartenenza a una comunità. Lentamente, come un tarlo che rode il legno, hanno eroso la fiducia nel prossimo, la fiducia nello Stato, la fiducia nel futuro. Hanno fatto in modo che ci chiudessimo in noi stessi, ognuno a lottare per la propria sopravvivenza, mentre loro, con calma e tranquillità, continuano a spartirsi la torta del potere.

E intanto tutto crolla: le infrastrutture, i ponti, le strade, le scuole, gli ospedali. Ogni anno nuove tragedie, nuovi disastri annunciati. E puntualmente, dopo il dolore e l’indignazione iniziale, tutto resta com’era. Arrivano i soliti politici sul luogo della tragedia, rilasciano interviste e promesse, indicono commissioni d’inchiesta, e poi? Poi il sipario cala, le telecamere si spostano altrove, la gente si abitua, il tempo cancella la rabbia, e i responsabili non pagano mai.


L’ITALIA DEI PRECARI E DEI SENZA VOCE

Osservo i volti delle persone sui mezzi pubblici, nelle code alla posta, nelle sale d’attesa dei centri per l’impiego, e vedo la stanchezza e la rassegnazione. Non si tratta di pigrizia, non si tratta di mancanza di voglia di fare. È la rassegnazione di chi non vede spiragli, di chi ha bussato a cento porte e non ha mai trovato opportunità, di chi ha inviato curriculum su curriculum senza ricevere risposta, di chi ha subito contratti assurdi e non ha potuto rifiutare perché aveva bisogno di soldi per campare.

Questa è l’Italia reale, questa è l’Europa reale: un esercito di precari, di sottopagati, di persone che vivono nel terrore di perdere il poco che hanno. E cosa fa la classe politica? Si occupa di qualche legge mediatica, di qualche regolamento strampalato, di qualche battaglia ideologica che non tocca minimamente i problemi veri. Perché la precarietà è uno strumento di controllo formidabile. Se la gente vive nella precarietà, non ha tempo né energie per protestare davvero, per organizzarsi, per pretendere un cambiamento radicale.


COSA RESTA DELLA NOSTRA RABBIA

Ecco, mi sono chiesto spesso: “A cosa serve tutta questa rabbia se poi non si traduce in un movimento, in un’azione collettiva, in un cambiamento vero?” La risposta non è semplice. Siamo sfiduciati, delusi, traditi. Abbiamo visto troppe volte i nostri sogni infrangersi contro il muro dell’opportunismo politico, della corruzione, dell’egoismo. Eppure, credo che parlarne, scriverne, urlarlo sia comunque un passo necessario. Non possiamo accettare che la nostra voce venga messa a tacere.

Dobbiamo gridare la nostra indignazione, dobbiamo chiedere conto a chi ci governa, dobbiamo denunciare ogni ingiustizia, ogni privilegio indebito, ogni legge scritta per favorire i soliti potenti. E lo dobbiamo fare con costanza, con determinazione, senza cadere nel tranello della rassegnazione totale. Forse un giorno qualcosa cambierà. Forse un giorno troveremo il modo di unirci, di superare le divisioni, di costruire un fronte comune di cittadini stanchi di essere usati come pedine. E allora, forse, la casta tremerebbe davvero.


GLI ARTICOLI PRECEDENTI E UN UNICO FILO CONDUTTORE

Tutte le denunce, tutti gli sfoghi, tutte le parole che abbiamo condiviso negli articoli precedenti, convergono in un unico punto: abbiamo bisogno di dignità, giustizia, equità, trasparenza. Abbiamo bisogno di una politica che torni a essere servizio, e non carriera. Abbiamo bisogno di una classe dirigente che sappia cosa significa lavorare davvero, sudare, soffrire, sperare, rischiare. Abbiamo bisogno di risposte concrete, non di proclami o titoli di giornale.

Ogni volta che abbiamo messo in luce l’assurdità di certe leggi, di certe decisioni, di certi atteggiamenti, abbiamo indicato una strada diversa: la strada della legalità, dell’aiuto reciproco, della vicinanza al territorio, della difesa delle piccole imprese, della tutela dei diritti fondamentali dei lavoratori. Ma, finora, la nostra voce è rimasta inascoltata.

Ora è il momento di unire i puntini, di mettere insieme tutte queste denunce, di fare di questa rabbia un grido collettivo che risuoni più forte che mai. Perché solo se restiamo uniti possiamo fare pressione, possiamo far capire a chi sta in Parlamento, o in qualche commissione europea, che la nostra pazienza è finita, che non accettiamo più di essere trattati come pedine sacrificali.


IL DESIDERIO DI UNA RISCOSSA

Nonostante tutto, in fondo al mio cuore, sopravvive un briciolo di speranza. Perché la storia ci insegna che nessun potere è eterno, che i popoli, quando raggiungono il culmine della sopportazione, possono rovesciare ogni regime, ogni privilegio, ogni ingiustizia. Ma affinché questo accada, serve consapevolezza, serve una scintilla che accenda gli animi. E questa scintilla può essere la nostra stessa rabbia, se sapremo incanalarla in una direzione costruttiva.

“Perché non dobbiamo distruggere tutto?” – Qualcuno lo dice, qualcuno propone soluzioni estreme, rivoluzioni violente. Ma io credo che la distruzione fine a sé stessa non risolverebbe nulla, porterebbe solo altro caos. Quello che ci serve è un risveglio della coscienza collettiva, un’azione politica e sociale dal basso, che costringa chi governa a fare i conti con i bisogni reali del popolo. Una specie di terremoto democratico, pacifico ma deciso, che ribalti le logiche di potere e inchiodi i responsabili alle loro colpe.


CONCLUSIONE: UN APPELLO ACCORATO

Ecco, arrivo alla fine di questo lungo, lunghissimo sfogo, e sento ancora il cuore in tumulto. Avrei voglia di urlare, di scendere in piazza, di bussare alle porte dei palazzi del potere e chiedere: “Ma chi vi credete di essere? Con quale diritto giocate con le nostre vite?”. Sento che questa rabbia è anche la rabbia di tanti, tantissimi cittadini che si sentono traditi, ignorati, delusi. E allora, concludo con un appello:

“Non arrendiamoci alla rassegnazione. Non lasciamoci annichilire da questa casta di burattinai che si arricchisce sulle nostre spalle. Facciamo sentire la nostra voce, uniamoci, cerchiamo di costruire un fronte comune che pretenda rispetto, che esiga giustizia e dignità. Urliamo, scriviamo, discutiamo, informiamoci e informiamo. Non siamo noi a dover avere paura: sono loro, i potenti, che dovrebbero tremare davanti a un popolo consapevole dei propri diritti.”


Perché l’Italia, l’Europa, il mondo, non possono essere riservati a pochi eletti. Non possiamo accettare che la nostra vita sia condizionata dalle manovre di personaggi che guardano solo al loro tornaconto. Non possiamo stare a guardare, sperando che qualcosa cambi per magia. La rabbia che proviamo dev’essere il carburante per una rivoluzione di idee, di mentalità, di cuore. E solo così, un giorno, potremo dire di aver riconquistato il nostro futuro e la nostra dignità.

Fine dello sfogo, ma non della lotta.