La Grande Domanda: Come Lavoreremo (e Vivremo) Quando l’AI farà (quasi) Tutto?

In un mondo in cui l’Intelligenza Artificiale avanza a passi da gigante – e che, in prospettiva, vedrà nascere veri e propri sistemi di General Intelligence (AGI) e Super-Intelligenze (ASI) – si impone una domanda urgente e inquietante: cosa faremo noi esseri umani quando buona parte del lavoro sarà automatizzata? E, soprattutto, da dove trarremo il reddito per vivere una vita dignitosa in una società che potrebbe, potenzialmente, non necessitare del nostro lavoro?

Per molti, l’unica risposta possibile è il Reddito Universale di Base (RUB, o UBI, Universal Basic Income). L’idea è semplice e radicale: ogni cittadino riceve una somma di denaro mensile o annuale senza condizioni, sufficiente a coprire i bisogni essenziali. Una sorta di “salario minimo garantito” indipendente dall’occupazione, sostenuto dal gettito fiscale o da altre forme di contribuzione. Ma come siamo arrivati a considerare una proposta così potente e controversa? E perché, nell’epoca dell’automazione crescente, personalità di spicco del mondo tech e importanti centri di ricerca sostengono che il reddito di base diventerà inevitabile? In questa lunga esplorazione, vedremo:


  • Le opinioni di alcuni leader tecnologici – da Sam Altman a Elon Musk, passando per Dario Amodei e altri – che hanno discusso la necessità di questa soluzione.
  • I report e studi che mostrano quanto lavoro potrebbe essere sostituito dall’IA, e come questo influisce sul dibattito sul reddito di base.
  • Una timeline su quando, secondo diverse stime, il reddito universale di base potrebbe iniziare a emergere come politica concreta.
  • Le possibili modalità di finanziamento: come potremmo pagare un reddito a 8 miliardi di persone (o anche solo alle centinaia di milioni di un singolo continente)?


Sarà un viaggio lungo e ricco di dettagli, volto a comprendere perché, in mezzo alla rivoluzione dell’IA, le nostre società rischiano uno sconvolgimento profondo dei meccanismi economici tradizionali, e perché sempre più voci rilevanti nel settore tecnologico affermano che dovremo presto ridisegnare il concetto stesso di lavoro e reddito.




La Visione dei Leader Tech: Sam Altman, Elon Musk, Dario Amodei, Marc Andreessen

Sam Altman (CEO di OpenAI, azienda famosa per ChatGPT e altri sistemi di AI avanzata) è uno dei sostenitori di spicco del reddito di base universale. Già nel 2021, in un saggio intitolato “Moore’s Law for Everything,” ha osservato come l’AI potrebbe rivoluzionare l’economia riducendo il costo di beni e servizi e automatizzando le professioni. Secondo lui, ciò condurrà a un enorme spostamento di ricchezza e a un aumento delle disuguaglianze, se non verrà introdotto un meccanismo di redistribuzione. Nel suo saggio, Altman propone un modello di tassazione dei grandi asset (aziende e terreni) per finanziare un dividendo universale, una sorta di “reddito di cittadinanza allargato” per tutti. Egli prevede che attorno al 2030, nelle economie più sviluppate, si assisterà a un ricorso sempre più ampio a forme di sostegno economico universale, colmando il vuoto occupazionale che l’IA creerà in svariati settori. È lo stesso Altman ad aver creato Worldcoin, un progetto di identità digitale e valuta che, nelle sue intenzioni, potrebbe facilitare la distribuzione di un reddito di base su scala globale.

Elon Musk, imprenditore visionario dietro Tesla, SpaceX e Starlink, si è più volte espresso con convinzione a favore dell’UBI. Già dal 2016, in alcune interviste, Musk affermava che con l’avvento massiccio di robot e sistemi automatizzati, presto molte professioni umane sarebbero state rimpiazzate, e che non ci sarebbe stata alcuna opzione se non un reddito di base per assicurare stabilità sociale. Musk individua negli anni 2030 il periodo in cui questa discussione si farà concretissima, poiché l’adozione di veicoli autonomi, catene di montaggio robotiche e sistemi di IA generativa travolgerà interi ambiti lavorativi. Nonostante questa convinzione, le sue posizioni si sono rivelate talvolta ondivaghe, e non ha mai delineato un piano specifico su come finanziare in pratica il reddito universale, pur ritenendo che le “macchine” dovranno in qualche modo pagare la loro parte.

Dario Amodei, ex ricercatore di OpenAI e poi fondatore di Anthropic, pur non avendo pubblicato un manifesto sull’argomento, ha comunque espresso posizioni caute ma aperte all’idea che, se l’IA dovesse sostituire manodopera in grande stile, servirebbe un meccanismo di sostegno. Amodei è famoso soprattutto per la sua attenzione alla sicurezza dell’IA, ma in alcune interviste del 2024 ha dichiarato che ignorare l’impatto economico e sociale di questa rivoluzione sarebbe estremamente pericoloso. Menziona esplicitamente l’UBI come una delle vie percorribili, sebbene non si sbilanci con date o progetti di fattibilità. La sua posizione è, in sintesi: “Se non troveremo soluzioni più creative, il reddito universale di base sarà necessario per mantenere la coesione sociale.”

Marc Andreessen, co-fondatore di Netscape e a capo di un importante fondo di venture capital, è invece contrario al reddito universale di base. Nel suo Techno-Optimist Manifesto, Andréessen critica l’UBI come una soluzione “passiva”, sottolineando che preferirebbe strategie incentrate sul ridurre i costi dei beni essenziali, liberalizzare i mercati e facilitare la creazione di startup e tecnologie che rendano più accessibili case, educazione, sanità. Per lui, il reddito universale rischierebbe di trasformare la popolazione in “utenti passivi” di un welfare immobile, mentre la forza del tech starebbe nel creare sempre nuove opportunità di impiego e imprenditorialità. Non fornisce previsioni sul “quando” un UBI potrebbe concretizzarsi, poiché la reputa fondamentalmente una politica da evitare.




Report e Studi: le Previsioni degli Esperti sull’Automazione

Non solo i leader della Silicon Valley parlano di un possibile reddito di base. Numerosi think tank, centri di ricerca e istituzioni accademiche hanno studiato l’impatto dell’automazione sull’occupazione, giungendo a conclusioni che spesso convergono sull’idea che ampissime fette di lavoro umano verranno cancellate o trasformate. Eccovene alcuni:


  • Oxford Martin School: in uno studio del 2020, “The Future of Work,” si è stimato che il 47% dei lavori americani siano “ad alto rischio” di essere automatizzati da AI e robot. Questo non significa che il 47% delle persone perderà il lavoro domani, ma che quasi la metà delle mansioni potrebbe, in linea teorica, essere svolta da macchine. I ricercatori suggeriscono che, di fronte a simili cambiamenti, la società dovrà valutare politiche di sostegno, tra cui la possibilità di introdurre il reddito di base, almeno in alcune fasce demografiche.
  • Stanford Institute for Human-Centered AI (HAI): nel loro rapporto annuale del 2023, dedicato a come l’AI stia contribuendo alle disuguaglianze, si raccomanda un “pensiero sistemico” che possa includere l’UBI, o comunque forme di sostegno per chi si vedrà sostituito. L’assunto è che, se non si adottano misure correttive, la distribuzione di ricchezza prodotta dall’AI sarà estremamente sbilanciata, perché l’AI tende a centralizzare i profitti nelle mani di chi la possiede e la controlla.
  • McKinsey Global Institute: in un rapporto del 2023, l’MGI sottolinea come l’adozione di AI potrebbe automatizzare fino al 25% delle mansioni attuali entro il 2030. Una simile trasformazione, su un arco temporale di appena un decennio, richiederebbe misure straordinarie di riqualificazione professionale e, possibilmente, un sistema di sostegno reddito. McKinsey non sposa apertamente l’UBI, ma lo include fra i modelli di “transizione ordinata.”
  • World Economic Forum (WEF): nel “Future of Jobs Report 2023,” viene citata la stima secondo cui l’IA creerà 97 milioni di nuovi posti di lavoro, ma ne sostituirà 85 milioni entro il 2025. Se da un lato prevale un saldo positivo, dall’altro si evidenzia come la natura e la localizzazione geografica di quei nuovi lavori potrebbero lasciare disoccupate intere fasce della popolazione in settori obsoleti. Il WEF, pur non caldeggiando direttamente il reddito universale, riconosce che “forme di sostegno” potrebbero emergere come opzioni cruciali.


Questi studi mostrano che non è fantascienza immaginare un mondo in cui una parte significativa della forza lavoro venga rimpiazzata dagli algoritmi. E, per molti ricercatori, l’UBI appare come una possibile valvola di sfogo, riducendo le tensioni sociali che altrimenti nascerebbero da una disoccupazione diffusa o da un sottoimpiego strutturale.




Timeline: Quando Arriverà davvero il Reddito Universale di Base?

Chiaramente, nessuno possiede una “sfera di cristallo” con date esatte. Tuttavia, raccogliendo quanto detto da Sam Altman, Elon Musk, alcuni docenti di Oxford e Stanford, e i principali report, si può tracciare una linea del tempo indicativa:

– 2025-2030: Avvio dei primi grandi esperimenti su scala nazionale. Già alcuni paesi (come Finlandia e Canada) hanno condotto progetti pilota di reddito minimo. In questa fase, ci si aspetta che diversi governi occidentali e non inizino a sperimentare o ampliare tali progetti, spinti dalla perdita di lavori nel settore dei servizi, della guida dei mezzi pesanti e del commercio al dettaglio.
– 2030-2035: Aumento drastico dei discorsi pubblici sull’UBI, col rafforzamento dell’automazione in settori più complessi (logistica avanzata, catene di montaggio flessibili, parte di sanità e istruzione). Possibile introduzione di versioni “parziali” di reddito garantito in alcune regioni, soprattutto dove la disoccupazione tecnologica diventa esplosiva.
– 2035-2040: Diffusione di AI generaliste, capaci di sostituire lavori cognitivi su vasta scala (dalla contabilità alla progettazione base). In alcune economie sviluppate, la richiesta di un reddito universale di base potrebbe diventare prioritaria, e potremmo vedere i primi referendum o leggi federali in tal senso.
– 2040-2045: Possibile standardizzazione di un reddito universale nelle principali economie G7, con differenti modelli di finanziamento (tassazione sulle grandi tech, tassazione dei robot, dividendi dell’automazione). Il reddito di base potrebbe coesistere con altre politiche di sostegno, e non sostituire necessariamente tutte le forme di welfare.

Si tratta, naturalmente, di una stima di massima: alcuni ottimisti immaginano che già entro il 2030 si potrebbe raggiungere un patto globale, mentre i più scettici pensano che non succederà mai, se non in versioni limitate e marginali.




Modelli di Finanziamento: Come Pagheremo Tutto Ciò?

Il punto cruciale, ogni volta che si parla di UBI, è la domanda: “Ma con quali soldi lo finanziamo?” Poiché garantire un reddito mensile anche di soli 1.000 dollari a ogni adulto costerebbe migliaia di miliardi, la sostenibilità economica è l’argomento su cui si scontra la maggior parte dei critici. Ecco tre proposte ricorrenti:


  • Chi automatizza deve condividere.
  • L’idea è che le aziende che traggono profitto dall’automazione, sostituendo personale umano con robot e IA, paghino tasse speciali. Queste tasse confluiscono in un fondo nazionale, poi redistribuito a tutti sotto forma di reddito di base. Sam Altman, nel suo saggio, spiega che – se i profitti di tali aziende esploderanno grazie al ridotto costo del lavoro – è giusto che una quota significativa venga catturata dal fisco e reimmessa nella società.
    Esempio:
  • Se un’azienda licenzia 2.000 dipendenti per passare ai robot, versa una “automation tax” calcolata sul risparmio ottenuto, destinata a finanziare i cittadini.

  • I dati sono il nuovo petrolio… e appartengono a tutti.
  • Un altro modello, proposto in varie forme, sostiene che i dati degli utenti e i plusvalori generati dalle nuove piattaforme debbano essere considerati un “bene comune”. Se le big tech ottengono ricavi usando i dati di milioni di persone, una parte di quei guadagni andrebbe restituita ai cittadini, magari sotto forma di “data dividend”. Esattamente come in Alaska i residenti ricevono un assegno annuo dai profitti petroliferi dello Stato, così i cittadini di un Paese riceverebbero un dividendo dai profitti digitali. In tal senso, alcuni parlano di “patrimonio comune dei dati”, un fondo in cui confluiscono i proventi delle grandi piattaforme, da cui deriverebbe l’UBI.

  • Accorpare e semplificare i vari programmi di assistenza.
  • Invece di avere decine di misure – sussidi di disoccupazione, sostegni familiari, bonus, Reddito di Cittadinanza, etc. – si creerebbe un solo schema di reddito di base, riducendo drasticamente la burocrazia. I risparmi amministrativi sarebbero notevoli, e la base imponibile globale potrebbe bastare a finanziare un assegno mensile per tutti. Alcuni sostenitori di questa via ritengono che, con un reddito universale, si eliminino i costosi meccanismi di controllo, valutazione e condizionalità, rendendo più efficiente l’intero sistema.


Ognuno di questi modelli, naturalmente, incontra critiche e resistenze. Alcuni liberisti sostengono che qualunque “tassa sui robot” o “tassa sui dati” frenerebbe l’innovazione e la crescita. Alcuni socialdemocratici temono che l’UBI possa indebolire la forza contrattuale dei lavoratori, se non è accompagnato da politiche per garantire salari dignitosi. Infine, c’è chi sostiene che un reddito universale, per non essere troppo misero, dovrebbe raggiungere cifre tali da scatenare forti spinte inflazionistiche. Il dibattito è aperto e, con l’avanzare dell’IA, si farà più acceso.




L’Incontro tra Levadiplomazione e Robot: una Visione più Ampia

Quello che molte persone non considerano a fondo, è che la rivoluzione dell’AI non è circoscritta ai lavori manuali o a quelli ripetitivi. Già oggi, sistemi come i Large Language Model (si pensi a ChatGPT) rispondono a domande complesse, producono codici di programmazione, compongono testi, persino disegni e musica. In futuro, con AGI più avanzate, potrebbero svolgere molti dei compiti cognitivi oggi affidati a professionisti: avvocati, medici di base, progettisti di software, contabili, ricercatori, e via dicendo. Non si tratta di uno scenario di pura fantasia; i progressi registrati negli ultimi cinque anni sono stati così rapidi da suggerire che entro un decennio potremmo vedere l’automazione di un ventaglio di professioni inimmaginabile finora.

In un contesto del genere, un sistema di Reddito Universale di Base potrebbe non essere solo una scelta di solidarietà, ma una mossa necessaria per garantire la tenuta del sistema. Se centinaia di milioni di persone dovessero trovarsi improvvisamente tagliate fuori dai modelli di lavoro tradizionali, e non sorgessero altrettante opportunità per reimpiegarle in ruoli significativi, il rischio di un’esplosione di disuguaglianza e tensioni sociali sarebbe enorme. Molti confini ideologici – tra destra, sinistra, liberismo e socialismo – verrebbero rimessi in discussione dallo tsunami di un’innovazione che elimina la necessità umana in un’ampia gamma di mansioni retribuite.




Lo Scenario 2025-2045: Adesione progressiva al reddito di base

2025-2030: sperimentazioni regionali. Probabilmente, alcuni stati e regioni in Nord Europa, Nord America o persino in Estremo Oriente (Corea del Sud, Singapore?) avvieranno progetti pilota di UBI, per gestire i settori colpiti da automazione intensiva.

2030-2035: accentuazione del fenomeno disoccupazione tecnologica. Nel frattempo, la popolazione mondiale sale, e molte professioni di livello medio vengono “accorpate” a processi AI. Pressioni politiche interne: cresce il consenso verso l’UBI, sostenuto dalle fasce colpite.

2035-2040: stabilizzazione di un reddito di base parziale in diversi Paesi ad alto reddito, integrato con politiche di formazione. Le big tech, nel frattempo, contribuiscono (forse tassate su dati e robot) al fondo comune.

2040-2045: normalizzazione: l’UBI potrebbe diventare un diritto nella maggior parte degli Stati avanzati. I governi, di fronte a proteste e ristrutturazioni sociali, vedono nel reddito universale uno strumento per evitare rivolte e collassi.




Critiche e Obiezioni: Perché Molti Restano Scettici?

Non è tutto rose e fiori, ovviamente. Sulla strada verso l’adozione del reddito universale di base, ci sono robuste critiche:

1) Rischio di disincentivo al lavoro. Alcuni sostengono che un reddito di base, soprattutto se generoso, potrebbe ridurre la motivazione a cercare un’occupazione, specialmente tra i meno qualificati. Ma i fautori dell’UBI replicano che molti compiti diverranno comunque inutili, e che un reddito garantito permetterebbe di concentrare gli sforzi umani su lavori più creativi, socialmente utili o di cura.

2) Inflazione e sostenibilità. Se troppi soldi vengono immessi nel sistema, c’è il timore che i prezzi si gonfino, annullando il vantaggio dell’UBI. Inoltre, i costi giganteschi di un assegno mensile per milioni di persone potrebbero esigere tasse altissime o creare deficit insostenibili. Ma i sostenitori replicano che l’AI ridurrà i costi di produzione, facendo sì che le merci si avvicinino a costi marginali prossimi allo zero (il sogno del “Moore’s Law for Everything”). Se i prezzi non crescono, l’UBI resterebbe significativo.

3) Disuguaglianze secche. Qualcuno dice che un reddito universale fisso sarebbe ingiusto perché concederebbe lo stesso a miliardari e indigenti, oppure non basterebbe a compensare lo scarto tra diverse regioni. Altri rispondono che la semplicità del meccanismo (nessun test dei mezzi, nessun controllo burocratico) è proprio la sua forza, e l’eventuale superfluo per i ricchi verrebbe “ripreso” da altre tassazioni.

4) Riduzione dell’etica del lavoro. Alcune posizioni più conservatrici ritengono che la dignità umana si fondi sul “guadagnarsi da vivere”, e che un reddito regalato eroda i valori di responsabilità. Ma qui entra in gioco la trasformazione stessa dei paradigmi, in cui, con l’IA a svolgere mansioni noiose o ripetitive, molti sostengono che l’umanità possa dedicarsi a creatività, volontariato, cura delle persone, senza restare ostaggio del “fare un lavoro” per la pura sopravvivenza.




Uno Sguardo al Modello di Sam Altman: Tassare Capital e Terra

Tra le tante proposte su come finanziare il reddito universale, quella di Sam Altman è particolarmente interessante. Nel suo saggio “Moore’s Law for Everything,” Altman ipotizza di:

    [li]Tassare le grandi aziende (soprattutto tech) oltre una certa soglia di capitalizzazione, per esempio del 2-2,5% annuo in forma di quote azionarie da versare a un “fondo di ricchezza sovrano” nazionale.[/li] [li]Tassare il valore dei terreni, specialmente quelli privati e di elevato pregio, perché la terra si apprezza grazie allo sviluppo della società intorno (in stile Georgismo).[/li] [li]Usare questi asset conferiti in un “American Equity Fund” (o analogo europeo) che generi dividendi crescenti. Tali dividendi, in parte in contanti, in parte in azioni, andrebbero a ogni cittadino, come reddito base.[/li]


Se la crescita delle aziende e il valore dei terreni rimanessero sostenuti – e l’innovazione generasse un PIL in costante espansione, con un costo dei beni sempre più basso – ogni individuo potrebbe veder salire la propria “quota di cittadinanza” ogni anno. Altman sostiene che, nel contesto americano, questo meccanismo potrebbe far ottenere a ciascun adulto un reddito di oltre 13.000 dollari all’anno, con potere d’acquisto in aumento se le merci si fanno meno costose.

Naturalmente, sarebbe una rivoluzione fiscale e politica, che richiederebbe un cambio di paradigma e la volontà di affrontare le resistenze di chi possiede enormi terreni o colossi industriali. Ma la logica su cui si regge è quella di un mondo post-lavoro, o con meno lavoro umano, in cui i profitti dell’automazione non vadano unicamente a chi la controlla, bensì tornino alla collettività. È un’idea che, sebbene inizialmente possa sembrare utopica, trova un crescente ascolto in certi ambienti legati all’IA.




Tra Utopia e Pragmatismo: La Necessità di Anticipare i Tempi

Mentre i robot entrano nelle fabbriche e le AI linguistiche prendono piede negli uffici, la storia ci insegna che i cambiamenti economici, quando avvengono troppo in fretta, generano shock sociali. Pensiamo alla Rivoluzione Industriale e agli scontri dei luddisti, o all’era informatica che ha tagliato fuori intere categorie di lavoratori poco formati. Ora l’automazione punta a quasi tutti i settori, e potrebbe – se portata all’estremo dell’AGI – rendere superfluo l’apporto umano in un gran numero di funzioni. Senza una politica economica lungimirante, rischieremmo di precipitare in una situazione dove pochissimi detentori di capitali tech concentrano la ricchezza, lasciando masse di persone prive di impiego e di potere d’acquisto.

È qui che il reddito universale di base spunta come un salvagente strutturale. Molti lo considerano un sogno ingenuo, perché nessun Paese ancora l’ha implementato su larga scala e in modo stabile. Eppure, l’avanzata dell’automazione, che si credeva graduale, sta accelerando, e potremmo trovarci a dover prendere decisioni epocali in un arco di 10-15 anni, non di 50. Posticipare il dibattito non farebbe che rendere più traumatico lo scontro sociale ed economico.




Spunti Conclusivi: Verso un Nuovo Contratto Sociale

Alla fine di questo viaggio, risulta chiaro che l’era dell’AI non è solo una sfida tecnologica, ma soprattutto una sfida sociale, politica, economica. I robot e gli algoritmi stanno già sostituendo persone nella guida dei mezzi, nell’assistenza clienti, nei compiti di analisi dati. E si prevede che, nei prossimi decenni, possano aggredire settori professionali di fascia medio-alta, ridefinendo radicalmente il concetto di impiego. Se un tempo le rivoluzioni industriali spostavano i lavoratori dalla campagna alla fabbrica e poi dalla fabbrica ai servizi, ora potremmo dover affrontare un passaggio in cui non tutti i settori creeranno abbastanza nuovi posti di lavoro per assorbire la manodopera espulsa.

Il reddito di base universale, allora, compare come ipotesi ineludibile di una società in cui il “valore” non è più misurato solo in termini di ore di fatica spese, ma in cui la ricchezza è generata sempre più dagli algoritmi, di proprietà di un ristretto gruppo di aziende e di investitori. Senza un intervento redistributivo, le disuguaglianze potrebbero raggiungere livelli ingestibili, minando la stabilità stessa dei Paesi.

Ecco perché altissime figure della tecnologia – Sam Altman su tutti – si mostrano favorevoli a una forma di capitalismo inclusivo, in cui i dividendi dell’automazione e della proprietà dei dati confluiscono in un fondo da cui trarre un reddito. Ecco anche il motivo per cui molti governi e think tank iniziano a studiarlo seriamente. Dall’altra parte, voci come Marc Andreessen vedono nell’UBI una pericolosa deriva assistenzialista che potrebbe uccidere l’iniziativa individuale e l’etica del lavoro. Il dibattito è vivo, e promette di intensificarsi man mano che l’IA diventa più potente.

Forse la domanda più onesta non è se il reddito universale di base accadrà, ma piuttosto come e quando accadrà. Se le previsioni di massiccia automazione in arrivo entro i prossimi 10-20 anni sono fondate, allora i governi dovranno scegliere: o si predispongono soluzioni di sostentamento universale, o ci si espone al rischio di implosioni sociali, proteste violente e tensioni esplosive.

In un mondo in cui il software e i robot possono sostituire gran parte delle mansioni, il concetto di “lavoro retribuito” come principale canale di sostentamento umano andrà inevitabilmente ripensato. Molti immaginano un futuro di maggiore libertà, in cui le persone, libere dal dover lavorare per sopravvivere, potranno dedicarsi ad attività creative, culturali, scientifiche, relazionali. Altri, più scettici, temono che la passività e la dipendenza da un assegno statale genereranno stagnazione. Eppure, la prospettiva che l’intelligenza artificiale e i robot facciano la maggior parte dei lavori appare sempre più concreta, lasciando il dilemma su come garantire reddito e dignità a milioni di persone escluse dall’economia tradizionale.

Magari la soluzione finale non sarà un reddito di base puro, ma un ibrido con sostegni selettivi, job guarantee, potenziamento dei servizi pubblici. Ma il dibattito, intorno al “se” e “come” fornire un reddito universale, è ormai entrato nel flusso principale, sospinto proprio da quell’innovazione che, in apparenza, doveva “liberare” e che, di fatto, minaccia di relegare parte dell’umanità all’inutilità produttiva. Per evitare che la rivoluzione dell’IA produca una società divisa – pochi plutocrati e una massa di persone senza occupazione – la questione del reddito di base si fa stringente.

In ultima analisi, l’umanità si trova davanti a un bivio epocale: assecondare passivamente le forze dell’automazione, oppure progettare politiche innovative che consentano a tutti di beneficiare della ricchezza generata dall’AI. Il Reddito Universale di Base è una delle strade possibili, sebbene non l’unica. E non è detto che sia la panacea. Ma ignorare l’automazione e le sue implicazioni sarebbe un errore colossale. E i moniti lanciati dai leader tecnologi, dai centri di ricerca e da una parte sempre più ampia dell’opinione pubblica invitano proprio a prendere atto che, con l’arrivo delle intelligenze artificiali capaci di fare molte cose meglio di noi, tutto – dal lavoro ai rapporti di potere, dalla fiscalità al concetto stesso di “valore” – potrebbe mutare radicalmente.

In conclusione, la domanda iniziale (“Se le macchine faranno i nostri lavori, noi di cosa vivremo?”) è destinata a diventare ancor più pressante. O ci prepariamo seriamente con soluzioni come l’UBI, o rischiamo di trovarci in piena emergenza sociale, quando l’automazione travolgerà milioni di posti di lavoro in meno tempo di quanto la politica, con i suoi processi lenti, possa reagire. Questo è il senso ultimo delle riflessioni portate avanti da Sam Altman, Elon Musk, Dario Amodei, e di chi, come Marc Andreessen, prospetta scenari alternativi. La partita è aperta, e nei prossimi anni la tensione tra innovazione e redistribuzione crescerà in modo esponenziale. Forse, la fase storica che ci attende può diventare la più grande opportunità per liberare le persone dalla schiavitù del lavoro forzato, oppure trasformarsi in un incubo di disoccupazione e disuguaglianze. Starà ai decisori politici, ai movimenti e a tutti gli attori sociali scegliere il sentiero da imboccare.