Il mistero del "Club dei 27" e la vera origine della leggenda di "Robert Johnson" al crocevia col Diavolo nel Mississippi (1930): come un giovane chitarrista blues che non riusciva a tenere il tempo sparì per un anno in un cimitero e tornò suonando come se avesse "tre mani sulla chitarra"!
Approfondimento
Nella storia della musica rock e moderna esiste una coincidenza statistica e biografica nota come il **"Club dei 27"** (*27 Club*): una lunga serie di leggende assolute della musica — da **Brian Jones** dei Rolling Stones a **Jimi Hendrix**, da **Janis Joplin** a **Jim Morrison**, fino a **Kurt Cobain** e **Amy Winehouse** — scomparse tutte tragicamente all'età esatta di **ventisette anni**. Ma quasi nessuno sa che il "socio fondatore" numero uno di questa lista, colui da cui nacque l'intero mito maledetto del rock and roll, fu un giovane chitarrista afroamericano del Delta del Mississippi morto a 27 anni il **16 agosto 1938**, che in tutta la sua vita registrò appena **29 canzoni** in una stanza d'albergo ma cambiò per sempre la musica mondiale: **Robert Johnson**.
Intorno al **1929-1930**, a Robinsonville nel Mississippi, il diciottenne Robert Johnson suonava benissimo l'armonica a bocca, ma quando provava a prendere in mano la chitarra durante le pause dei grandi maestri del blues locale — **Son House** e **Willie Brown** — faceva un rumore così sgraziato e fuori tempo che la gente nel locale gridava a Son House di togliergli lo strumento di mano, e i musicisti anziani lo cacciavano via dicendogli di lasciar perdere la chitarra. Umiliato, un giorno il giovane Robert Johnson fece i bagagli e sparì da Robinsonville senza dire a nessuno dove andava.
Circa **un anno dopo**, mentre Son House e Willie Brown suonavano di sabato sera in un locale di Banks, la porta si aprì ed entrò Robert Johnson con una chitarra a sette corde sulle spalle. Chiese di poter suonare un pezzo; i due maestri si guardarono ridendo sotto i baffi e gli cedettero la sedia pensando di divertirsi. Ma non appena Robert Johnson appoggiò le sue lunghissime dita "a ragno" sulle corde, nella sala scese un silenzio di tomba: quel ragazzo che dodici mesi prima non sapeva fare un accordo ora suonava contemporaneamente con il pollice una linea di basso boogie-woogie implacabile, con le dita gli accordi ritmici e con il collo di bottiglia al mignolo (*slide*) una melodia cantabile acuta, dando a chi ascoltava a occhi chiusi l'impressione che **stessero suonando due o tre chitarristi contemporaneamente** (tanto che anni dopo **Keith Richards** dei Rolling Stones, ascoltando per la prima volta un disco di Robert Johnson fattogli sentire da Brian Jones, chiese: *«Ma chi è l'altro ragazzo che suona la seconda chitarra insieme a lui?»*, non riuscendo a credere che fosse un uomo solo!).
Da quella sera nacque in tutto il Mississippi la leggenda immortale (alimentata dallo stesso Johnson in capolavori come *"Cross Road Blues"* e *"Me and the Devil Blues"*) che Robert fosse andato a mezzanotte all'incrocio tra le Highway 61 e 49 a Clarksdale e avesse consegnato la chitarra a un alto uomo nero — il Diavolo (o lo spirito africano *Papa Legba*) — che gliel'aveva accordata in cambio della sua anima. La verità storica, ricostruita dai musicologi nella cittadina di Hazlehurst dove Johnson si era nascosto in quell'anno, è altrettanto affascinante: lì Robert aveva trovato un formidabile chitarrista sconosciuto di nome **Ike Zimmerman**, e per mesi i due erano andati ogni notte fino all'alba a esercitarsi **seduti sopra le lapidi del cimitero di Hazlehurst**, perché nel silenzio assoluto del camposanto di notte non disturbavano nessuno e l'acustica tra i marmi era perfetta.
Intorno al **1929-1930**, a Robinsonville nel Mississippi, il diciottenne Robert Johnson suonava benissimo l'armonica a bocca, ma quando provava a prendere in mano la chitarra durante le pause dei grandi maestri del blues locale — **Son House** e **Willie Brown** — faceva un rumore così sgraziato e fuori tempo che la gente nel locale gridava a Son House di togliergli lo strumento di mano, e i musicisti anziani lo cacciavano via dicendogli di lasciar perdere la chitarra. Umiliato, un giorno il giovane Robert Johnson fece i bagagli e sparì da Robinsonville senza dire a nessuno dove andava.
Circa **un anno dopo**, mentre Son House e Willie Brown suonavano di sabato sera in un locale di Banks, la porta si aprì ed entrò Robert Johnson con una chitarra a sette corde sulle spalle. Chiese di poter suonare un pezzo; i due maestri si guardarono ridendo sotto i baffi e gli cedettero la sedia pensando di divertirsi. Ma non appena Robert Johnson appoggiò le sue lunghissime dita "a ragno" sulle corde, nella sala scese un silenzio di tomba: quel ragazzo che dodici mesi prima non sapeva fare un accordo ora suonava contemporaneamente con il pollice una linea di basso boogie-woogie implacabile, con le dita gli accordi ritmici e con il collo di bottiglia al mignolo (*slide*) una melodia cantabile acuta, dando a chi ascoltava a occhi chiusi l'impressione che **stessero suonando due o tre chitarristi contemporaneamente** (tanto che anni dopo **Keith Richards** dei Rolling Stones, ascoltando per la prima volta un disco di Robert Johnson fattogli sentire da Brian Jones, chiese: *«Ma chi è l'altro ragazzo che suona la seconda chitarra insieme a lui?»*, non riuscendo a credere che fosse un uomo solo!).
Da quella sera nacque in tutto il Mississippi la leggenda immortale (alimentata dallo stesso Johnson in capolavori come *"Cross Road Blues"* e *"Me and the Devil Blues"*) che Robert fosse andato a mezzanotte all'incrocio tra le Highway 61 e 49 a Clarksdale e avesse consegnato la chitarra a un alto uomo nero — il Diavolo (o lo spirito africano *Papa Legba*) — che gliel'aveva accordata in cambio della sua anima. La verità storica, ricostruita dai musicologi nella cittadina di Hazlehurst dove Johnson si era nascosto in quell'anno, è altrettanto affascinante: lì Robert aveva trovato un formidabile chitarrista sconosciuto di nome **Ike Zimmerman**, e per mesi i due erano andati ogni notte fino all'alba a esercitarsi **seduti sopra le lapidi del cimitero di Hazlehurst**, perché nel silenzio assoluto del camposanto di notte non disturbavano nessuno e l'acustica tra i marmi era perfetta.


