Il mito dell'"Agnello Vegetale della Tartaria" (*Agnus Scythicus*): dal Medioevo fino al Settecento i più grandi naturalisti europei credettero davvero che nelle steppe dell'Asia centrale crescesse una pianta il cui frutto maturo era una vera pecora viva in carne, ossa e lana, collegata al terreno da uno stelo come un cordone ombelicale!
Approfondimento
Se sfogliate le grandi enciclopedie naturalistiche e i "gabinetti delle meraviglie" europei tra il XIV e il XVII secolo, vi imbatterete nei disegni dettagliatissimi di uno degli esseri più surreali mai concepiti tra botanica e zoologia: l'**"Agnello Vegetale della Tartaria"** (chiamato in latino *Agnus Scythicus* o *Planta Tartarica Barometz*), una creatura metà pianta e metà animale che per oltre trecento anni fu descritta nei trattati scientifici da viaggiatori illustri come Sir John Mandeville, Sigismondo di Herberstein e persino discussa alla *Royal Society* di Londra!
Secondo i resoconti dei mercanti che tornavano lungo la Via della Seta dalle steppe della Scizia e della Tartaria (tra la Russia meridionale e l'Asia centrale), i contadini orientali seminavano nel terreno un seme nero simile a quello di un melone. Quando la pianta germogliava e cresceva fino a circa novanta centimetri d'altezza, in cima allo stelo non sbocciava un fiore, ma si formava un baccello dal quale nasceva un **vero e proprio agnellino vivo**, completo di testa, occhi, orecchie, quattro zampe, sangue rosso e un morbidissimo vello di lana dorata arricciata! L'agnello restava attaccato per la pancia alla cima del gambo flessibile (che fungeva da cordone ombelicale vegetale) e, piegando lo stelo da un lato e dall'altro, brucava tutta l'erba che cresceva in cerchio attorno alla propria radice; una volta finita l'erba a portata di bocca, sia la pianta che l'agnello appassivano e morivano (a meno che non venisse prima divorato dai lupi, che secondo la leggenda erano gli unici carnivori golosi di questa "pianta-pecora"!).
Come poté nascere e resistere così a lungo un mito simile tra gli scienziati europei? Le cause furono due:
In primo luogo, un gigantesco equivoco linguistico e commerciale legato al **cotone** (*Gossypium*): quando i primi viaggiatori europei videro o sentirono descrivere in Oriente le piantagioni di cotone (allora sconosciuto in Nord Europa), riferirono in patria di aver visto "alberi che producevano sui rami fiocchi di lana bianca identica a quella delle pecore" (non a caso in lingua tedesca ancora oggi il cotone si chiama ***Baumwolle***, che significa letteralmente **"lana d'albero"**!).
In secondo luogo, nei musei d'Europa circolavano dei veri "esemplari" fisici di Barometz venduti a peso d'oro dai mercanti orientali! Fu il medico tedesco Engelbert Kaempfer a fine Seicento e poi Hans Sloane a svelare il trucco botanico: quegli oggetti lanosi con quattro "zampe" non erano animali, ma il rizoma legnoso di una grande **felce arborea asiatica** tuttora chiamata in suo onore ***Cibotium barometz*** ("felce agnello d'oro"). Questa felce possiede infatti un grosso fusto sotterraneo ricoperto da una fittissima peluria dorata e setosa (usata nella medicina asiatica per fermare le emorragie): bastava capovolgere il rizoma e tagliare tutti gli steli delle fronde lasciandone solo quattro corti a fare da "zampe" per ottenere la sagoma perfetta di un piccolo agnello di peluche vegetale!
Secondo i resoconti dei mercanti che tornavano lungo la Via della Seta dalle steppe della Scizia e della Tartaria (tra la Russia meridionale e l'Asia centrale), i contadini orientali seminavano nel terreno un seme nero simile a quello di un melone. Quando la pianta germogliava e cresceva fino a circa novanta centimetri d'altezza, in cima allo stelo non sbocciava un fiore, ma si formava un baccello dal quale nasceva un **vero e proprio agnellino vivo**, completo di testa, occhi, orecchie, quattro zampe, sangue rosso e un morbidissimo vello di lana dorata arricciata! L'agnello restava attaccato per la pancia alla cima del gambo flessibile (che fungeva da cordone ombelicale vegetale) e, piegando lo stelo da un lato e dall'altro, brucava tutta l'erba che cresceva in cerchio attorno alla propria radice; una volta finita l'erba a portata di bocca, sia la pianta che l'agnello appassivano e morivano (a meno che non venisse prima divorato dai lupi, che secondo la leggenda erano gli unici carnivori golosi di questa "pianta-pecora"!).
Come poté nascere e resistere così a lungo un mito simile tra gli scienziati europei? Le cause furono due:
In primo luogo, un gigantesco equivoco linguistico e commerciale legato al **cotone** (*Gossypium*): quando i primi viaggiatori europei videro o sentirono descrivere in Oriente le piantagioni di cotone (allora sconosciuto in Nord Europa), riferirono in patria di aver visto "alberi che producevano sui rami fiocchi di lana bianca identica a quella delle pecore" (non a caso in lingua tedesca ancora oggi il cotone si chiama ***Baumwolle***, che significa letteralmente **"lana d'albero"**!).
In secondo luogo, nei musei d'Europa circolavano dei veri "esemplari" fisici di Barometz venduti a peso d'oro dai mercanti orientali! Fu il medico tedesco Engelbert Kaempfer a fine Seicento e poi Hans Sloane a svelare il trucco botanico: quegli oggetti lanosi con quattro "zampe" non erano animali, ma il rizoma legnoso di una grande **felce arborea asiatica** tuttora chiamata in suo onore ***Cibotium barometz*** ("felce agnello d'oro"). Questa felce possiede infatti un grosso fusto sotterraneo ricoperto da una fittissima peluria dorata e setosa (usata nella medicina asiatica per fermare le emorragie): bastava capovolgere il rizoma e tagliare tutti gli steli delle fronde lasciandone solo quattro corti a fare da "zampe" per ottenere la sagoma perfetta di un piccolo agnello di peluche vegetale!


