Il "Paradosso di Olbers" (1823): perché di notte il cielo sopra di noi è buio e nero invece di essere accecante come la superficie del Sole in ogni singolo punto? E come il primo uomo nella storia a indovinare la soluzione esatta 80 anni prima di Hubble e di Einstein non fu un astronomo, ma lo scrittore horror Edgar Allan Poe nel 1848!
Approfondimento
Guardate fuori dalla finestra in una notte serena: il cielo tra una stella e l'altra è nero e buio. Ci sembra la cosa più banale e scontata del mondo, tanto che nessuno si chiede mai *perché* di notte faccia buio (se non rispondendo "perché il Sole è tramontato dall'altra parte della Terra"). Eppure, dal Cinquecento fino al XX secolo (da Giovanni Keplero a Edmond Halley fino all'astronomo tedesco **Heinrich Wilhelm Olbers** che lo formulò nel **1823**), la semplice domanda **«Perché il cielo notturno è buio?»** ha rappresentato uno dei paradossi fisici e matematici più profondi della storia della scienza: il **"Paradosso di Olbers"**.
Ai tempi di Newton e di Olbers tutti gli scienziati erano convinti che l'Universo fosse **infinito nello spazio, eterno nel tempo (esistito da sempre) e pieno uniformemente di stelle**. Ma se così fosse, fate questo semplice esperimento mentale: immaginate di trovarvi nel cuore di una **foresta molto grande**. Se guardate dritto davanti a voi in qualsiasi direzione, vicino a voi vedrete alcuni tronchi d'albero separati da spazi vuoti; ma in mezzo a quegli spazi vuoti vedrete gli alberi più lontani dietro di loro, e dietro ancora altri alberi più piccoli, finché a una certa distanza **ogni singolo millimetro della vostra visuale finirà inevitabilmente per scontrarsi contro la corteccia di un tronco d'albero**, formando un muro continuo di legno senza più alcuno spiraglio!
In un universo infinito, eterno e pieno di stelle e galassie succederebbe esattamente la stessa cosa con la luce! Anche se le stelle lontane sono più deboli, in ogni guscio sferico più lontano ci sono molte più stelle (la luce diminuisce col quadrato della distanza, ma il numero di stelle nel guscio aumenta esattamente col quadrato della distanza, annullando l'effetto!): in qualunque direzione del cielo voi puntiate il dito di notte, la vostra linea di vista dovrebbe finire prima o poi **sulla superficie incandescente di una stella**! Di conseguenza, **l'intera volta celeste di notte dovrebbe brillare a giorno con la stessa identica luminosità e temperatura accecante della superficie del Sole (5.500 °C)**!
Il semplice fatto che quando usciamo di sera il cielo sia nero dimostrava che l'universo infinito ed eterno di Newton era sbagliato! Ma chi fu il primo essere umano nella storia a capire la vera soluzione cosmologica del Paradosso di Olbers ottant'anni prima che Edwin Hubble scoprisse l'espansione dell'universo nel 1929? Non fu un fisico, ma il grande maestro dei racconti del mistero **Edgar Allan Poe**! Nel **1848**, un anno prima di morire, Poe pubblicò un visionario poema cosmologico in prosa intitolato ***"Eureka"*** in cui scrisse con intuito folgorante: *«L'unico modo per comprendere i vuoti che i nostri telescopi trovano nel cielo è supporre che la distanza dello sfondo invisibile sia così immensa che **nessun raggio di luce proveniente da là abbia ancora avuto il tempo di arrivare fino a noi**!»*.
Poe aveva fatto centro: l'Universo **non esiste da sempre**, ma ha avuto un inizio nel tempo (**il Big Bang**, 13,8 miliardi di anni fa) e poiché la velocità della luce è finita, noi possiamo vedere solo le stelle la cui luce ha avuto il tempo di viaggiare per 13,8 miliardi di anni; inoltre, poiché lo spazio stesso **si sta espandendo**, la luce delle galassie più lontane viene "stirata" (*redshift*) fuori dalla luce visibile verso l'infrarosso e le microonde, lasciando il nostro cielo notturno meravigliosamente buio e stellato!
Ai tempi di Newton e di Olbers tutti gli scienziati erano convinti che l'Universo fosse **infinito nello spazio, eterno nel tempo (esistito da sempre) e pieno uniformemente di stelle**. Ma se così fosse, fate questo semplice esperimento mentale: immaginate di trovarvi nel cuore di una **foresta molto grande**. Se guardate dritto davanti a voi in qualsiasi direzione, vicino a voi vedrete alcuni tronchi d'albero separati da spazi vuoti; ma in mezzo a quegli spazi vuoti vedrete gli alberi più lontani dietro di loro, e dietro ancora altri alberi più piccoli, finché a una certa distanza **ogni singolo millimetro della vostra visuale finirà inevitabilmente per scontrarsi contro la corteccia di un tronco d'albero**, formando un muro continuo di legno senza più alcuno spiraglio!
In un universo infinito, eterno e pieno di stelle e galassie succederebbe esattamente la stessa cosa con la luce! Anche se le stelle lontane sono più deboli, in ogni guscio sferico più lontano ci sono molte più stelle (la luce diminuisce col quadrato della distanza, ma il numero di stelle nel guscio aumenta esattamente col quadrato della distanza, annullando l'effetto!): in qualunque direzione del cielo voi puntiate il dito di notte, la vostra linea di vista dovrebbe finire prima o poi **sulla superficie incandescente di una stella**! Di conseguenza, **l'intera volta celeste di notte dovrebbe brillare a giorno con la stessa identica luminosità e temperatura accecante della superficie del Sole (5.500 °C)**!
Il semplice fatto che quando usciamo di sera il cielo sia nero dimostrava che l'universo infinito ed eterno di Newton era sbagliato! Ma chi fu il primo essere umano nella storia a capire la vera soluzione cosmologica del Paradosso di Olbers ottant'anni prima che Edwin Hubble scoprisse l'espansione dell'universo nel 1929? Non fu un fisico, ma il grande maestro dei racconti del mistero **Edgar Allan Poe**! Nel **1848**, un anno prima di morire, Poe pubblicò un visionario poema cosmologico in prosa intitolato ***"Eureka"*** in cui scrisse con intuito folgorante: *«L'unico modo per comprendere i vuoti che i nostri telescopi trovano nel cielo è supporre che la distanza dello sfondo invisibile sia così immensa che **nessun raggio di luce proveniente da là abbia ancora avuto il tempo di arrivare fino a noi**!»*.
Poe aveva fatto centro: l'Universo **non esiste da sempre**, ma ha avuto un inizio nel tempo (**il Big Bang**, 13,8 miliardi di anni fa) e poiché la velocità della luce è finita, noi possiamo vedere solo le stelle la cui luce ha avuto il tempo di viaggiare per 13,8 miliardi di anni; inoltre, poiché lo spazio stesso **si sta espandendo**, la luce delle galassie più lontane viene "stirata" (*redshift*) fuori dalla luce visibile verso l'infrarosso e le microonde, lasciando il nostro cielo notturno meravigliosamente buio e stellato!


