La Repubblica di Rose Island (Isola delle Rose) del 1968: quando l'ingegnere bolognese Giorgio Rosa costruì in mare aperto a undici chilometri dalla spiaggia di Rimini una piattaforma d'acciaio di 400 metri quadrati e la proclamò Stato indipendente, con francobolli, valuta propria e l'esperanto come lingua ufficiale, fino all'intervento dei sommozzatori della Marina Militare.
Approfondimento
Nel maggio del 1968, mentre le università di Parigi e d'Europa erano scosse dalle proteste studentesche, al largo della costa romagnola di Rimini prese forma una delle avventure ingegneristiche e giuridiche più singolari del Novecento italiano. Tutto nacque dall'idea di un ingegnere meccanico bolognese di quarantatré anni, Giorgio Rosa, convinto che fuori dal limite delle acque territoriali italiane di allora (fissato a sei miglia nautiche dalla riva, ovvero circa undici chilometri) il mare appartenesse a tutti e nessuno Stato potesse imporre tasse, burocrazia o permessi edilizi.

Progettando un sistema geniale e a basso costo, Rosa fece saldare nei cantieri nove grossi tubi d'acciaio vuoti e tappati che fece rimorchiare galleggiando sul mare fino a un punto situato a 11,6 chilometri dalla costa di Torre Pedrera, esattamente cinquecento metri oltre il confine delle acque territoriali italiane. Lì aprì le valvole facendo entrare l'acqua nei tubi, che si misero in verticale conficcandosi nel fondale sabbioso a undici metri di profondità; poi iniettò cemento armato al loro interno e vi costruì sopra una solida piattaforma di 400 metri quadrati. Con una trivella perforò persino il fondale marino fino a 280 metri di profondità, trovando sotto il mare una falda d'acqua dolce purissima con cui dotò la struttura di acqua corrente potabile.

Il 1° maggio 1968 Giorgio Rosa proclamò ufficialmente l'indipendenza della "Libera Repubblica dell'Isola delle Rose" (in esperanto *Insulo de la Rozoj*), nominandosi Presidente, adottando l'esperanto come lingua nazionale per ribadire il carattere universale dell'isola, disegnando uno stemma con tre rose rosse su scudo bianco, battendo una moneta teorica chiamata "Mill" e stampando veri francobolli postali che centinaia di turisti arrivati in barca da Rimini usavano per spedire cartoline dal bar aperto sul ponte.

A Roma, però, il Governo italiano e i servizi di sicurezza (in piena Guerra Fredda) non presero affatto la cosa con umorismo: temevano che la piattaforma diventasse un casinò esentasse, una radio pirata fuori dal controllo della RAI o addirittura un punto d'appoggio per i sottomarini sovietici nell'Adriatico. Dopo settimane di braccio di ferro legale, il 25 giugno 1968 una flotta composta da motovedette dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Capitaneria di Porto circondò la piattaforma e prese possesso dell'isola senza incontrare resistenza (l'unico abitante stabile a bordo in quel momento era il custode con la moglie). Dopo che il Consiglio di Stato respinse il ricorso di Rosa, nel febbraio del 1969 gli incursori subacquei della Marina Militare italiana (COMSUBIN) piazzarono due cariche da 75 e 120 chili di esplosivo sui piloni d'acciaio, che tuttavia erano stati costruiti dall'ingegnere bolognese con tale solidità da piegarsi senza crollare, finché una violenta mareggiata il 26 febbraio 1969 non inabissò definitivamente l'Isola delle Rose sul fondale adriatico.
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