La vera storia dell'espressione "Fare Fiasco" e "Piantare in Asso": perché quando un progetto fallisce diciamo che ha "fatto fiasco"? Tutto nasce nelle vetrerie rinascimentali di Firenze e Venezia quando i maestri soffiatori sbagliavano un calice pregiato e con una soffiata gonfiavano la bolla di vetro trasformandola in un comune "fiasco" panciuto da vino!
Approfondimento
La lingua italiana è uno scrigno di storie dimenticate che pronunciamo decine di volte alla settimana senza sospettarne l'origine. Prendiamo due dei modi di dire più famosi del nostro vocabolario (il primo dei quali, *"fiasco"*, è stato esportato dall'italiano in tutte le lingue del mondo, dall'inglese *what a fiasco!* al francese *faire fiasco* e al tedesco): **"Fare fiasco"** e **"Piantare in asso"**.
Cosa c'entra la classica bottiglia panciuta impagliata del vino toscano (il **fiasco**) con il fallimento clamoroso di uno spettacolo teatrale o di un'impresa? La spiegazione più affascinante ci porta dentro le ardenti botteghe dei **maestri vetrai tra Firenze (nella Val d'Elsa e a Montelupo) e Murano (Venezia)** tra il Rinascimento e il Seicento. Quando un maestro soffiatore prendeva sulla punta della canna di ferro una pallina di vetro incandescente dal forno per modellare a mano libera un calice sottilissimo, una coppa artistica o un vaso prezioso, bastava una minima imperfezione, una bolla d'aria o un colpo di pinza sbagliato per rovinare la simmetria dell'opera d'arte. A quel punto, per non buttare via il vetro fuso prezioso, il vetraio dava un'unica grande soffiata potente dentro la canna gonfiando la pasta vitrea in una semplice sfera panciuta col collo lungo senza base: aveva letteralmente **"fatto un fiasco"** (cioè un recipiente economico da oste, che veniva poi rivestito di paglia di palude per farlo stare in piedi sul tavolo e proteggerlo dagli urti!).
Questa espressione artigianale divenne celebre nel teatro italiano nella seconda metà del Settecento a Bologna grazie al famoso attore comico fiorentino **Domenico Biancolelli**, interprete della maschera di **Arlecchino**: Biancolelli era celebre per improvvisare ogni sera un monologo comico diverso tenendo in mano un oggetto quotidiano; una sera salì sul palco tenendo in mano proprio un grande fiasco di vetro per il vino, ma le sue battute non fecero ridere nessuno in sala; allora Arlecchino guardò severo il fiasco che aveva tra le mani e, gettandolo a terra, esclamò davanti al pubblico: *«È tutta colpa tua se stasera ho fatto fiasco!»*, consacrando per sempre il modo di dire nel gergo teatrale europeo!
E che dire invece di **"Piantare in asso"** qualcuno (abbandonarlo all'improvviso senza preavviso)? Non c'entra assolutamente nulla l'"asso" delle carte da gioco! In origine la frase si scriveva con la lettera maiuscola, **"Piantare in Nasso"**, e nasce dal celebre mito greco di **Teseo e Arianna**: dopo che la principessa cretese Arianna aveva tradito suo padre Minosse donando all'amato Teseo il gomitolo di filo per uscire vivo dal Labirinto del Minotauro ed era fuggita per mare con lui verso Atene, durante la sosta notturna sull'isola greca di **Nasso** (*Naxos*) Teseo aspettò che Arianna si addormentasse profondamente sulla spiaggia e salpò di nascosto con le navi lasciandola sola sull'isola: la **"piantò in Nasso"**, che per fusione fonetica sulla bocca del popolo italiano (*in Nasso -> in asso*) è diventato il nostro *"piantare in asso"*!
Cosa c'entra la classica bottiglia panciuta impagliata del vino toscano (il **fiasco**) con il fallimento clamoroso di uno spettacolo teatrale o di un'impresa? La spiegazione più affascinante ci porta dentro le ardenti botteghe dei **maestri vetrai tra Firenze (nella Val d'Elsa e a Montelupo) e Murano (Venezia)** tra il Rinascimento e il Seicento. Quando un maestro soffiatore prendeva sulla punta della canna di ferro una pallina di vetro incandescente dal forno per modellare a mano libera un calice sottilissimo, una coppa artistica o un vaso prezioso, bastava una minima imperfezione, una bolla d'aria o un colpo di pinza sbagliato per rovinare la simmetria dell'opera d'arte. A quel punto, per non buttare via il vetro fuso prezioso, il vetraio dava un'unica grande soffiata potente dentro la canna gonfiando la pasta vitrea in una semplice sfera panciuta col collo lungo senza base: aveva letteralmente **"fatto un fiasco"** (cioè un recipiente economico da oste, che veniva poi rivestito di paglia di palude per farlo stare in piedi sul tavolo e proteggerlo dagli urti!).
Questa espressione artigianale divenne celebre nel teatro italiano nella seconda metà del Settecento a Bologna grazie al famoso attore comico fiorentino **Domenico Biancolelli**, interprete della maschera di **Arlecchino**: Biancolelli era celebre per improvvisare ogni sera un monologo comico diverso tenendo in mano un oggetto quotidiano; una sera salì sul palco tenendo in mano proprio un grande fiasco di vetro per il vino, ma le sue battute non fecero ridere nessuno in sala; allora Arlecchino guardò severo il fiasco che aveva tra le mani e, gettandolo a terra, esclamò davanti al pubblico: *«È tutta colpa tua se stasera ho fatto fiasco!»*, consacrando per sempre il modo di dire nel gergo teatrale europeo!
E che dire invece di **"Piantare in asso"** qualcuno (abbandonarlo all'improvviso senza preavviso)? Non c'entra assolutamente nulla l'"asso" delle carte da gioco! In origine la frase si scriveva con la lettera maiuscola, **"Piantare in Nasso"**, e nasce dal celebre mito greco di **Teseo e Arianna**: dopo che la principessa cretese Arianna aveva tradito suo padre Minosse donando all'amato Teseo il gomitolo di filo per uscire vivo dal Labirinto del Minotauro ed era fuggita per mare con lui verso Atene, durante la sosta notturna sull'isola greca di **Nasso** (*Naxos*) Teseo aspettò che Arianna si addormentasse profondamente sulla spiaggia e salpò di nascosto con le navi lasciandola sola sull'isola: la **"piantò in Nasso"**, che per fusione fonetica sulla bocca del popolo italiano (*in Nasso -> in asso*) è diventato il nostro *"piantare in asso"*!


