La vita da romanzo di "Srinivasa Ramanujan" (1887-1920): il giovane impiegato indiano poverissimo e senza laurea che riempì tre quaderni di formule matematiche mai viste prima sulla Terra e spedì una lettera a Cambridge che lasciò senza parole i più grandi matematici del Novecento.
Approfondimento
Nel gennaio del 1913 il celebre matematico inglese Godfrey Harold Hardy, professore al Trinity College dell'Università di Cambridge e considerato la massima autorità mondiale nella teoria dei numeri, trovò sul tavolo della colazione una grossa busta malconcia affrancata a Madras, nell'India meridionale. Dentro c'erano nove pagine fitte di equazioni scritte da un contabile venticinquenne dell'ufficio portuale di Madras che guadagnava appena 20 sterline all'anno e non aveva nemmeno un diploma universitario: si chiamava Srinivasa Ramanujan.
Hardy era abituato a ricevere lettere di mitomani che sostenevano di aver quadrato il cerchio, e dopo una prima occhiata mise da parte quei fogli pieni di teoremi assurdi scritti senza una sola dimostrazione formale. Ma quelle formule continuarono a tormentarlo per tutto il giorno. Quella sera stessa Hardy chiamò nel suo studio il collega John Edensor Littlewood e per tre ore fino a mezzanotte i due grandi matematici analizzarono riga per riga il manoscritto indiano. Alcune equazioni sulle serie infinite e sulle frazioni continue erano talmente strabilianti e profonde che Hardy scrisse un giudizio rimasto nella storia della scienza: «Non avevo mai visto niente di minimamente simile prima d'allora. Basta un solo sguardo per capire che potevano essere state scritte soltanto da un matematico di altissima classe. Dovevano essere vere, perché se non fossero state vere nessuno al mondo avrebbe avuto l'immaginazione necessaria per inventarle».
Cresciuto in povertà a Kumbakonam, nel Tamil Nadu, a quindici anni Ramanujan aveva trovato per caso un vecchio manuale scolastico inglese con l'elenco di 5.000 teoremi senza spiegazioni e, lavorando completamente isolato dal resto della comunità matematica mondiale (spesso scrivendo col gesso su una lavagnetta di ardesia e cancellando col gomito perché non aveva i soldi per comprare la carta, ricopiando nei suoi quaderni solo il risultato finale), aveva riscoperto da solo un secolo di matematica europea e si era spinto oltre in territori mai esplorati da mente umana.
Hardy lo fece venire a Cambridge nel 1914. Quando durante una visita in ospedale Hardy gli disse scherzando di essere arrivato con un taxi dal numero "piuttosto banale", il **1729**, Ramanujan dal letto rispose all'istante: «No, Hardy, è un numero interessantissimo: è il più piccolo numero intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi!» ($1729 = 1^3 + 12^3 = 9^3 + 10^3$, oggi chiamato in matematica "Numero di Hardy-Ramanujan"). Stroncato a soli 32 anni nel 1920 da un'amebiasi epatica mal diagnosticata, sul letto di morte Ramanujan riempì un ultimo quaderno sulle "funzioni mock theta" (che diceva essergli state mostrate in sogno dalla dea indù Namagiri): quando quel quaderno perduto fu ritrovato nel 1976, i fisici teorici scoprirono con sbalordimento che le formule scritte da Ramanujan nel 1920 — mezzo secolo prima che si sapesse cosa fossero i buchi neri — servono oggi a calcolare esattamente l'entropia quantistica dei buchi neri e la teoria delle stringhe.
Hardy era abituato a ricevere lettere di mitomani che sostenevano di aver quadrato il cerchio, e dopo una prima occhiata mise da parte quei fogli pieni di teoremi assurdi scritti senza una sola dimostrazione formale. Ma quelle formule continuarono a tormentarlo per tutto il giorno. Quella sera stessa Hardy chiamò nel suo studio il collega John Edensor Littlewood e per tre ore fino a mezzanotte i due grandi matematici analizzarono riga per riga il manoscritto indiano. Alcune equazioni sulle serie infinite e sulle frazioni continue erano talmente strabilianti e profonde che Hardy scrisse un giudizio rimasto nella storia della scienza: «Non avevo mai visto niente di minimamente simile prima d'allora. Basta un solo sguardo per capire che potevano essere state scritte soltanto da un matematico di altissima classe. Dovevano essere vere, perché se non fossero state vere nessuno al mondo avrebbe avuto l'immaginazione necessaria per inventarle».
Cresciuto in povertà a Kumbakonam, nel Tamil Nadu, a quindici anni Ramanujan aveva trovato per caso un vecchio manuale scolastico inglese con l'elenco di 5.000 teoremi senza spiegazioni e, lavorando completamente isolato dal resto della comunità matematica mondiale (spesso scrivendo col gesso su una lavagnetta di ardesia e cancellando col gomito perché non aveva i soldi per comprare la carta, ricopiando nei suoi quaderni solo il risultato finale), aveva riscoperto da solo un secolo di matematica europea e si era spinto oltre in territori mai esplorati da mente umana.
Hardy lo fece venire a Cambridge nel 1914. Quando durante una visita in ospedale Hardy gli disse scherzando di essere arrivato con un taxi dal numero "piuttosto banale", il **1729**, Ramanujan dal letto rispose all'istante: «No, Hardy, è un numero interessantissimo: è il più piccolo numero intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi!» ($1729 = 1^3 + 12^3 = 9^3 + 10^3$, oggi chiamato in matematica "Numero di Hardy-Ramanujan"). Stroncato a soli 32 anni nel 1920 da un'amebiasi epatica mal diagnosticata, sul letto di morte Ramanujan riempì un ultimo quaderno sulle "funzioni mock theta" (che diceva essergli state mostrate in sogno dalla dea indù Namagiri): quando quel quaderno perduto fu ritrovato nel 1976, i fisici teorici scoprirono con sbalordimento che le formule scritte da Ramanujan nel 1920 — mezzo secolo prima che si sapesse cosa fossero i buchi neri — servono oggi a calcolare esattamente l'entropia quantistica dei buchi neri e la teoria delle stringhe.


