Lavoro, Diritti e Carriera

Carichi pesanti: schiena, fretta e movimentazione fatta male

01 luglio 2026 19 min di lettura 2 visualizzazioni
Carichi pesanti e lavoro: movimentazione manuale, schiena, spinta, trazione, portoni, lamiere, ausili, DVR, formazione e obblighi del D.Lgs. 81/2008.
Un carico pesante non fa male solo quando viene sollevato da terra. Fa male quando viene preso male, spinto di fretta, tirato con la schiena, ruotato in uno spazio stretto, afferrato senza presa, trasportato su un pavimento irregolare, spostato mentre scivola, trattenuto “al volo” perché sta cadendo. In officina il rischio non è soltanto il peso in chili. È la combinazione tra peso, forma, presa, distanza dal corpo, torsione, frequenza, fretta, postura, ambiente e strumenti disponibili. La movimentazione fatta male non consuma la schiena in un giorno solo. Spesso la lavora piano: una spinta oggi, uno strappo domani, una torsione ripetuta, un carico tirato perché manca l’ausilio giusto. Poi il corpo presenta il conto.

Il carico non è solo qualcosa da sollevare

Quando si parla di movimentazione manuale dei carichi, molti pensano subito a sollevare un peso da terra. È solo una parte del problema. La legge italiana considera movimentazione manuale anche le operazioni di trasporto o sostegno di un carico, comprese azioni come sollevare, deporre, spingere, tirare, portare o spostare un carico, quando queste comportano rischi di patologie da sovraccarico biomeccanico. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 167.

Questa definizione è importante perché allarga lo sguardo.

In un’officina, il rischio può nascere da:


  • sollevare un pezzo metallico;
  • tirare una lamiera;
  • spingere un carrello duro;
  • ruotare un tubo o un profilo;
  • trattenere un carico instabile;
  • spostare un pallet non ben posizionato;
  • aprire un portone industriale pesante;
  • trascinare materiale perché manca spazio;
  • sistemare a mano un carico già preso dal muletto;
  • correggere “di corpo” una movimentazione organizzata male.



La schiena non distingue tra un peso sollevato e un peso tirato male. Registra lo sforzo, la torsione, la fretta e la ripetizione.


Il peso conta, ma non basta

È comodo pensare che il rischio dipenda solo dai chili. Sotto una certa soglia va bene, sopra diventa pericoloso. La realtà è meno semplice. Un carico più leggero può essere rischioso se è ingombrante, lontano dal corpo, difficile da afferrare, instabile, spostato spesso o movimentato con torsione del busto. Un carico più pesante può essere gestito meglio se è vicino, stabile, con buona presa, movimentato con ausili e senza fretta.

L’Allegato XXXIII del D.Lgs. 81/2008 indica diversi fattori che possono rendere rischiosa la movimentazione: carico troppo pesante, ingombrante, difficile da afferrare, instabile, collocato in posizione che costringe a tenerlo lontano dal tronco o con torsione/inclinazione del tronco. Fonte: D.Lgs. 81/2008, Allegato XXXIII.

Per questo dire “non pesa tanto” non chiude il discorso. Bisogna chiedere come viene movimentato.


  • È vicino al corpo?
  • Ha una presa comoda?
  • È stabile?
  • Va ruotato?
  • Va tirato da lontano?
  • Va sollevato sopra spalla o da terra?
  • Va fatto spesso?
  • Il pavimento è regolare?
  • C’è spazio sufficiente?
  • Ci sono ausili?
  • Il ritmo è imposto?


Il rischio è nella combinazione, non nel numero isolato.

Il falso mito del limite fisso in chili

Nel linguaggio comune si sente spesso dire che un uomo può sollevare fino a un certo peso e una donna fino a un altro. Questa semplificazione è pericolosa se viene usata come regola assoluta. La valutazione della movimentazione manuale dei carichi non può ridursi a un numero unico valido per ogni situazione.

L’art. 168 del D.Lgs. 81/2008 prevede che il datore di lavoro tenga conto dell’Allegato XXXIII e che le norme tecniche costituiscano criteri di riferimento, ove applicabili; lo stesso Allegato XXXIII richiama le norme tecniche della serie ISO 11228 per attività di sollevamento, trasporto, traino, spinta e movimentazione di carichi leggeri ad alta frequenza. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 168, D.Lgs. 81/2008, Allegato XXXIII.

Questo significa che bisogna valutare il compito, non solo il peso. La distanza dal corpo, la frequenza, l’altezza, la torsione, la presa, l’ambiente, il recupero e le caratteristiche del lavoratore possono cambiare completamente il rischio.


Il peso è un dato. Il rischio nasce quando quel peso incontra una postura, un ritmo, uno spazio e un corpo.


La fretta cambia la movimentazione

Un carico movimentato con calma e spazio non è uguale allo stesso carico movimentato di fretta. La fretta riduce l’attenzione, peggiora la presa, fa saltare passaggi, aumenta gli strappi, spinge a non chiedere aiuto, porta a “dargli una botta” invece di organizzare il gesto.

In officina la fretta entra spesso così:


  • bisogna liberare la corsia;
  • il muletto sta aspettando;
  • la macchina deve ripartire;
  • il pezzo va finito;
  • il collega chiede una mano al volo;
  • il carico è “solo da spostare un attimo”;
  • l’ausilio è lontano;
  • il carrello non è disponibile;
  • il portone va aperto subito;
  • il pezzo sta scivolando e lo si trattiene con il corpo.


Il problema è che il corpo non sa che “era urgente”. Riceve comunque torsioni, trazioni, compressioni, movimenti bruschi.

Spingere e tirare: il rischio dimenticato

Molti pensano che il rischio per la schiena nasca soprattutto dal sollevamento. In realtà anche spingere e tirare possono creare sovraccarico, soprattutto se il mezzo scorre male, il pavimento è rovinato, le ruote sono piccole, il carico è alto, il percorso è in pendenza, serve uno strappo iniziale o il lavoratore deve ruotare il busto.

Il D.Lgs. 81/2008 include espressamente spingere e tirare nella definizione di movimentazione manuale dei carichi quando queste azioni comportano rischi di sovraccarico biomeccanico. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 167.

Esempi concreti:


  • carrelli manuali con ruote rovinate;
  • bancali trascinati invece di essere sollevati;
  • transpallet usati su pavimenti irregolari;
  • portoni scorrevoli duri;
  • cassoni metallici spinti a mano;
  • pezzi lunghi ruotati senza supporto;
  • tubi o profili tirati da scaffali;
  • lamiere spostate facendo leva con il corpo.



Tirare un carico che non scorre non è più movimentazione. È una lotta tra la schiena e un’organizzazione che non ha messo l’ausilio giusto.


Il carico instabile è più pericoloso del carico pesante

Un carico stabile permette di preparare il gesto. Un carico instabile costringe a reagire. E quando il corpo reagisce, spesso lo fa male: torsione improvvisa, braccia tese, schiena inclinata, presa di emergenza, piede spostato all’ultimo secondo.

L’Allegato XXXIII richiama il rischio del carico in equilibrio instabile o con contenuto che rischia di spostarsi. Fonte: D.Lgs. 81/2008, Allegato XXXIII.

In metalmeccanica il carico instabile può essere:


  • lamiera che scivola;
  • fascio di profili non legato bene;
  • tubi che rotolano;
  • pallet danneggiato;
  • pezzi impilati male;
  • cassone con materiale irregolare;
  • carico preso male dal muletto;
  • materiale appoggiato provvisoriamente “solo per un attimo”.


Il quasi incidente spesso nasce qui: il carico non cade, ma il lavoratore lo trattiene. Il danno non si vede, ma lo sforzo brusco resta.

La torsione del busto è il nemico silenzioso

La schiena soffre molto quando il carico viene movimentato con il busto ruotato o inclinato. Il rischio aumenta se il peso è lontano dal corpo, se il movimento è ripetuto, se avviene in fretta, se lo spazio è stretto o se il pavimento non permette di spostare bene i piedi.

L’Allegato XXXIII considera rischioso lo sforzo fisico quando può essere effettuato soltanto con movimento di torsione del tronco o quando il carico deve essere maneggiato a distanza dal tronco o con torsione/inclinazione del tronco. Fonte: D.Lgs. 81/2008, Allegato XXXIII.

Situazioni tipiche:


  • prendere un pezzo da un lato e depositarlo dietro;
  • ruotare una lamiera senza spazio;
  • scaricare materiale da un pallet troppo lontano;
  • sistemare un carico sul muletto con il busto inclinato;
  • tirare un profilo da uno scaffale laterale;
  • spingere un portone con un piede avanti e il busto girato.


La frase “usa le gambe” è troppo povera se la postazione costringe comunque a ruotare la schiena.

Ambiente di lavoro: pavimento, spazio, temperatura

La movimentazione non avviene nel vuoto. Avviene su pavimenti, passaggi, rampe, spazi stretti, zone ingombre, aree fredde o calde, punti con luce scarsa.

L’Allegato XXXIII indica che le caratteristiche dell’ambiente possono aumentare il rischio: spazio insufficiente, pavimento irregolare o scivoloso, dislivelli, appoggi instabili, temperatura, umidità o ventilazione inadeguate. Fonte: D.Lgs. 81/2008, Allegato XXXIII.

Questo è molto concreto. Un carico gestibile in una zona libera può diventare rischioso in un corridoio stretto. Un carrello che scorre bene su pavimento liscio può diventare pesante su pavimento rovinato. Un portone già duro peggiora se fa freddo e il corpo è rigido. Una lamiera spostata con poca luce aumenta il rischio di taglio, urto e postura sbagliata.


La schiena non lavora solo contro il peso. Lavora contro il pavimento, lo spazio, la temperatura, il tempo e gli ostacoli.


La movimentazione in due non è automaticamente sicura

Chiamare un collega può ridurre il rischio, ma solo se la movimentazione è organizzata. Due persone che spostano un carico senza coordinamento possono creare movimenti imprevedibili: uno alza prima, l’altro resta indietro, il carico ruota, qualcuno prende più peso, uno cammina all’indietro, la presa cambia.

La movimentazione in due richiede:


  • accordo prima di sollevare;
  • comando unico;
  • percorso libero;
  • presa chiara;
  • peso distribuito;
  • altezza simile;
  • ritmo coordinato;
  • punto di deposito preparato;
  • nessuna fretta;
  • possibilità di fermarsi.


Se serve sempre “un uomo in più” per compensare assenza di ausili, spazio o attrezzature, il problema non è risolto. È solo distribuito su due schiene.

Il datore di lavoro deve prima evitare la movimentazione manuale

La legge è molto chiara nella logica. L’art. 168 del D.Lgs. 81/2008 prevede che il datore di lavoro adotti le misure organizzative necessarie e ricorra ai mezzi appropriati, in particolare attrezzature meccaniche, per evitare la necessità della movimentazione manuale dei carichi da parte dei lavoratori. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 168.

Questa frase è centrale. Prima si deve provare a evitare la movimentazione manuale. Solo quando non è possibile evitarla, bisogna ridurre il rischio con misure organizzative, mezzi adeguati, organizzazione dei posti di lavoro, valutazione delle condizioni di sicurezza e salute, tenendo conto dell’Allegato XXXIII. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 168.

Quindi la domanda corretta non è: “quanto riesce ad alzare il lavoratore?”. La domanda corretta è: “perché lo deve alzare manualmente?”.

Ausili e attrezzature: non sono comodità

Carrelli, transpallet, paranchi, sollevatori, tavole elevatrici, rulliere, cavalletti regolabili, pinze, ganci idonei, gru a bandiera, carroponte, supporti, guide e sistemi di apertura assistita non sono lussi se servono a ridurre il rischio.

In un’officina metalmeccanica, gli ausili possono servire per:


  • portare il pezzo all’altezza giusta;
  • evitare sollevamenti da terra;
  • ridurre torsioni;
  • stabilizzare tubi e profili;
  • spostare lamiere senza trascinarle;
  • evitare trattenute manuali;
  • ruotare pezzi pesanti in modo controllato;
  • alimentare macchine senza sforzo manuale eccessivo;
  • aprire portoni senza strappi;
  • ridurre il tempo in postura forzata.


Un ausilio non deve solo esistere. Deve essere disponibile, vicino, mantenuto, adatto al peso e alla forma del materiale, conosciuto dai lavoratori e compatibile con lo spazio.


Un carroponte lontano, un carrello rotto o un supporto non regolabile non sono prevenzione reale. Sono prevenzione teorica.


Informazione, formazione e addestramento

L’art. 169 del D.Lgs. 81/2008 prevede che il datore di lavoro fornisca ai lavoratori informazioni adeguate relativamente al peso e alle altre caratteristiche del carico movimentato, assicuri formazione adeguata sui rischi lavorativi e sulle modalità corrette di esecuzione delle attività, e fornisca addestramento adeguato sulle corrette manovre e procedure da adottare nella movimentazione manuale dei carichi. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 169.

Qui c’è un punto pratico spesso ignorato: il lavoratore dovrebbe sapere che cosa sta movimentando. Peso, stabilità, presa, baricentro, modalità corretta, ausilio da usare.

Non basta dire “spostalo lì”.

Serve sapere:


  • quanto pesa;
  • se è tagliente;
  • se scivola;
  • se il baricentro è decentrato;
  • se va movimentato in due;
  • se serve muletto, paranco o carroponte;
  • dove va appoggiato;
  • quale percorso usare;
  • quali DPI servono;
  • cosa non fare.


La formazione non deve essere una slide generica. Deve arrivare al gesto reale.

La schiena non è l’unico punto colpito

La normativa richiama in particolare le patologie dorso-lombari, ma il sovraccarico biomeccanico può riguardare anche spalle, collo, gomiti, polsi, mani, ginocchia e piedi, secondo il tipo di lavoro e la postura.

L’art. 167 definisce le patologie da sovraccarico biomeccanico come patologie delle strutture osteoarticolari, muscolotendinee e nervovascolari. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 167.

In officina possono comparire:


  • dolore lombare;
  • blocchi alla schiena;
  • dolore cervicale;
  • spalle infiammate;
  • gomito dolorante;
  • polsi irritati;
  • formicolii;
  • perdita di forza;
  • dolore alle ginocchia;
  • affaticamento generale.


Non bisogna autodiagnosticarsi. Ma non bisogna nemmeno liquidare ogni dolore come “età”, “freddo” o “capita”.

Quando serve il medico competente

L’art. 168 prevede che il datore di lavoro sottoponga i lavoratori alla sorveglianza sanitaria di cui all’art. 41 sulla base della valutazione del rischio e dei fattori individuali di rischio previsti dall’Allegato XXXIII. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 168.

Questo significa che, quando la valutazione evidenzia rischi da movimentazione manuale, la sorveglianza sanitaria può diventare parte della prevenzione.

Il lavoratore dovrebbe riferire al medico competente:


  • dolori ricorrenti dopo specifiche mansioni;
  • blocchi alla schiena;
  • formicolii;
  • perdita di forza;
  • dolore che peggiora con carichi o spinte;
  • necessità di tirare portoni o carrelli duri;
  • mansioni che richiedono torsioni;
  • assenza di ausili;
  • episodi di quasi infortunio fisico;
  • difficoltà a recuperare tra un turno e l’altro.


Non serve accusare. Serve descrivere.

Il ruolo del DVR

Il DVR dovrebbe raccontare la movimentazione reale. Non basta scrivere “movimentazione manuale presente”. Bisogna capire quali carichi, quante volte, con quali ausili, in quali posture, con quale frequenza, su quali percorsi, con quali lavoratori esposti.

Il D.Lgs. 81/2008 prevede che la valutazione dei rischi riguardi tutti i rischi per salute e sicurezza, anche nella scelta delle attrezzature e nella sistemazione dei luoghi di lavoro. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 28.

Domande che il DVR dovrebbe affrontare:


  • quali materiali vengono movimentati;
  • quali pesi;
  • quali forme;
  • quali prese;
  • quali altezze;
  • quali distanze;
  • quali torsioni;
  • quali carrelli o ausili;
  • quali pavimenti;
  • quali spazi stretti;
  • quali portoni, cancelli o accessi pesanti;
  • quali lavoratori sono più esposti;
  • quali pause o rotazioni;
  • quali near miss.


Un DVR che non vede i carichi reali lascia la schiena dei lavoratori fuori dalla prevenzione.

Il ruolo del preposto

Il preposto non dovrebbe limitarsi a controllare che il lavoro venga fatto. Deve vigilare anche sul modo in cui viene fatto, sulle condizioni di sicurezza e sull’uso corretto delle misure previste.

Se vede lavoratori che spostano carichi a mano quando dovrebbero usare un ausilio, se un carrello è rotto, se un portone richiede strappi, se un pezzo viene trattenuto in modo rischioso, se una zona è ingombra, deve intervenire e segnalare.

Il preposto, secondo l’art. 19 del D.Lgs. 81/2008, deve sovrintendere e vigilare sull’osservanza delle disposizioni aziendali in materia di salute e sicurezza e segnalare tempestivamente al datore di lavoro o al dirigente deficienze dei mezzi, attrezzature e condizioni di pericolo rilevate. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 19.

Dire “fate attenzione alla schiena” non basta se le condizioni obbligano comunque a lavorare male.

Il ruolo del RLS

Il RLS può aiutare a far emergere ciò che spesso resta invisibile: carichi movimentati male ogni giorno, carrelli non adatti, postazioni scomode, portoni pesanti, ausili assenti o lontani, near miss non registrati.

L’art. 50 del D.Lgs. 81/2008 prevede che il RLS possa accedere ai luoghi di lavoro, essere consultato sulla valutazione dei rischi, ricevere informazioni e documentazione, fare proposte e avvertire il responsabile aziendale dei rischi individuati. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 50.

Una segnalazione utile al RLS non dovrebbe essere generica:


Ci spacchiamo la schiena.


Meglio:


Durante lo spostamento dei profili metallici dalla zona deposito alla postazione, il carico viene spesso tirato manualmente perché il carrello non è disponibile o non scorre bene. La movimentazione richiede torsione del busto e spinta su pavimento non regolare. La situazione si ripete più volte nel turno.


Questa frase permette di lavorare sul rischio.

Carichi e near miss

Molti quasi infortuni riguardano i carichi: pezzi che scivolano, pallet che cedono, tubi che rotolano, carichi che oscillano, lavoratori che trattengono materiale con il corpo, lamiere che sfuggono, carrelli che si bloccano.

Il near miss non deve chiudersi con “per fortuna”. Deve portare a una verifica.


  • perché il carico era instabile;
  • perché è stato trattenuto a mano;
  • perché mancava un ausilio;
  • perché il percorso non era libero;
  • perché il pallet era danneggiato;
  • perché il materiale era impilato male;
  • perché il lavoratore era solo;
  • perché la lavorazione era urgente.



Quando un carico quasi cade, non è il corpo che deve imparare a reagire più in fretta. È l’organizzazione che deve impedirgli di cadere.


Segnali fisici da non ignorare

I segnali fisici non sono automaticamente malattia professionale. Ma se si ripetono in relazione a specifiche mansioni, meritano attenzione.


  • dolore lombare dopo sollevamenti;
  • dolore che aumenta dopo spinte o trazioni;
  • schiena rigida a fine turno;
  • blocchi ricorrenti;
  • dolore a spalle o collo;
  • formicolii;
  • perdita di forza;
  • dolore al polso o gomito;
  • fatica anomala dopo una mansione specifica;
  • bisogno di antidolorifici per reggere il turno.


Non bisogna resistere in silenzio fino al punto di rottura. Parlare in modo preciso con medico competente, RLS o preposto può servire a far emergere un rischio che altrimenti resta individuale.

Cosa può fare il lavoratore

Il lavoratore non deve trasformarsi in ergonomo. Ma può evitare alcuni errori e segnalare condizioni sbagliate.


  • non trattenere carichi instabili con il corpo;
  • non improvvisare sollevamenti da solo se serve aiuto;
  • non tirare carichi lontani con schiena ruotata;
  • non usare carrelli rotti senza segnalarli;
  • non forzare portoni bloccati;
  • non spostare materiali senza sapere peso o stabilità;
  • non accettare come normale il dolore ricorrente;
  • chiedere ausili quando previsti;
  • segnalare percorsi ingombri;
  • riferire near miss.


Il lavoratore deve usare correttamente mezzi, attrezzature e dispositivi messi a disposizione e segnalare condizioni di pericolo di cui venga a conoscenza. Fonte: D.Lgs. 81/2008, art. 20.

Cosa dovrebbe fare l’azienda

Una gestione seria della movimentazione manuale dovrebbe includere:


  • eliminazione o riduzione della movimentazione manuale dove possibile;
  • ausili meccanici adatti;
  • carrelli mantenuti;
  • pavimenti regolari;
  • spazi liberi;
  • postazioni ad altezza corretta;
  • portoni manutenuti o assistiti;
  • informazione sul peso e caratteristiche dei carichi;
  • formazione e addestramento pratici;
  • organizzazione dei tempi senza fretta strutturale;
  • rotazione se serve;
  • sorveglianza sanitaria sulla base del rischio;
  • registrazione dei near miss;
  • aggiornamento del DVR quando cambiano materiali, ritmi o modalità di lavoro.


La prevenzione non consiste nel dire al lavoratore di piegare le ginocchia. Consiste nel progettare il lavoro perché non debba distruggersi la schiena per farlo.

Formule utili per segnalare


Segnalo che durante la movimentazione di materiali metallici vengono effettuate operazioni manuali di sollevamento, spinta, trazione o rotazione che possono comportare sovraccarico biomeccanico, in particolare per schiena, spalle e arti superiori. Chiedo una verifica della valutazione del rischio, degli ausili disponibili, delle modalità operative, degli spazi, dei percorsi e della formazione prevista.



Segnalo che alcuni carichi risultano ingombranti, instabili o difficili da afferrare, e vengono movimentati manualmente con torsioni del busto o distanza eccessiva dal corpo. Chiedo che venga verificata la possibilità di utilizzare ausili meccanici, supporti regolabili o procedure più sicure.



Segnalo che l’apertura o la chiusura di portoni, cancelli o accessi industriali richiede uno sforzo fisico elevato, con spinte, trazioni o movimenti bruschi. Chiedo una verifica dello stato di manutenzione, della scorrevolezza, dell’eventuale apertura assistita e della procedura sicura di utilizzo.



Segnalo la comparsa ricorrente di dolore o affaticamento dopo specifiche attività di movimentazione. Non intendo formulare diagnosi, ma chiedo che la situazione venga considerata nella valutazione dei rischi e, se necessario, portata all’attenzione del medico competente.



Chiedo che ai lavoratori vengano fornite informazioni adeguate sul peso e sulle caratteristiche dei carichi movimentati, oltre a formazione e addestramento pratico sulle corrette modalità di movimentazione, come previsto dalla normativa.


La combinazione corretta


VALUTAZIONE

Peso
Forma
Presa
Stabilità
Baricentro
Altezza
Distanza dal corpo
Torsione
Frequenza
Durata
Ritmo
Ambiente
Pavimento
Spazio
Temperatura
Recupero

MISURE

Evitare movimentazione manuale
Usare ausili meccanici
Organizzare i posti di lavoro
Ridurre peso e distanza
Migliorare presa e stabilità
Liberare percorsi
Manutenere carrelli e portoni
Usare supporti regolabili
Formare e addestrare
Sorveglianza sanitaria se prevista

FIGURE

Datore di lavoro
Preposto
RSPP
RLS
Medico competente
Lavoratori

SEGNALI

Dolore ricorrente
Formicolii
Perdita di forza
Near miss
Carichi instabili
Carrelli duri
Portoni pesanti
Pavimenti irregolari
Mancanza di ausili
Fretta sistematica


Approfondimento critico

Il lavoro manuale viene spesso raccontato come questione di forza. Chi è forte regge, chi non regge è debole. Questa è una lettura povera. La forza conta, ma non basta. Nessuna schiena è progettata per compensare ogni giorno organizzazione scarsa, carichi instabili, ausili assenti, spazi stretti, portoni duri, pavimenti rovinati e fretta cronica.

La frase “fatti aiutare” può essere utile, ma non risolve un sistema. La frase “usa le gambe” può essere corretta, ma non serve se il pezzo è lontano, il pavimento è scivoloso, il carico ruota e il tempo manca. La frase “è solo da spostare un attimo” è spesso la più pericolosa, perché l’infortunio non aspetta che il lavoro duri molto. A volte basta il movimento sbagliato.


La schiena dell’operaio non dovrebbe essere l’ultimo ammortizzatore di un’organizzazione fatta male.


Una fabbrica seria non misura la sicurezza solo da quante mani restano intere. La misura anche da quante schiene non vengono consumate, quante spalle non si infiammano, quanti polsi non vengono forzati, quanti carichi non vengono trattenuti al volo, quanti portoni non richiedono uno strappo per aprirsi.

La movimentazione manuale fatta bene non è lentezza. È intelligenza del lavoro. Significa capire che ogni gesto ripetuto scrive qualcosa nel corpo, anche quando nessuno lo vede.

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Fonti principali consultate



La movimentazione manuale dei carichi non riguarda solo sollevare pesi.
Riguarda anche spingere, tirare, portare, spostare, trattenere, ruotare, aprire, chiudere e correggere carichi con il corpo. Il rischio non dipende solo dai chili, ma da presa, stabilità, distanza dal corpo, torsione, frequenza, fretta, ambiente, pavimento, temperatura, spazio e ausili disponibili.

La legge italiana prevede che il datore di lavoro eviti, quando possibile, la movimentazione manuale e ricorra a mezzi appropriati, in particolare attrezzature meccaniche. Quando non è possibile evitarla, deve ridurre il rischio, organizzare i posti di lavoro, formare e addestrare i lavoratori, informare su peso e caratteristiche dei carichi e attivare sorveglianza sanitaria sulla base della valutazione.

La schiena non dovrebbe essere usata per compensare ciò che manca nell’organizzazione. Un carico spostato male non è solo un gesto sbagliato. È spesso il segnale di un lavoro progettato peggio di quanto dovrebbe.
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