La rete non è un album di famiglia. Non ha le stesse pareti, non ha gli stessi confini, non ha la stessa durata. Una foto caricata online non resta semplicemente dove l’abbiamo messa. Può essere salvata, inoltrata, copiata, rielaborata, indicizzata, sottratta al contesto originario. Il punto non è trasformare ogni genitore in un sospetto. Il punto è capire che l’infanzia, oggi, rischia di diventare una biografia pubblica prima ancora che il bambino abbia una voce per accettarla o rifiutarla.
Una parola nuova per un gesto diventato quotidiano
Il termine sharenting nasce dall’unione di “share”, condividere, e “parenting”, genitorialità. Il Garante per la protezione dei dati personali lo definisce come la condivisione online costante, da parte dei genitori, di contenuti che riguardano i figli: foto, video, perfino ecografie. Non è quindi un fenomeno marginale o una fissazione da addetti ai lavori. È una pratica ormai incorporata nella vita familiare digitale.
Il Garante sottolinea un punto decisivo: lo sharenting riguarda l’identità digitale del minore e la formazione della sua personalità. Non si tratta solo di “privacy” nel senso burocratico del termine. Si tratta dell’immagine pubblica di una persona che non ha ancora gli strumenti per comprenderne la portata, né la forza giuridica e psicologica per opporsi.
La difficoltà nasce dal fatto che il gesto è quasi sempre motivato da ragioni affettive. Un genitore pubblica una foto perché vuole condividere una gioia, tenere vicini i parenti lontani, conservare un ricordo. Questo rende il tema più delicato, non meno importante. Le intenzioni di chi pubblica non coincidono con gli effetti della pubblicazione.
Un tempo l’album di famiglia stava in casa. Poteva essere mostrato agli ospiti, dimenticato in un cassetto, ritrovato anni dopo. Aveva un pubblico limitato, una durata fisica, una circolazione lenta. Il social network cambia tutto: trasforma il ricordo in dato, il dato in contenuto, il contenuto in traccia. E una traccia digitale, anche quando sembra privata, raramente è del tutto controllabile.
Il profilo privato non è una cassaforte
Uno degli equivoci più diffusi è pensare che un account privato equivalga a uno spazio sicuro. In realtà il profilo privato riduce la visibilità iniziale, ma non elimina la possibilità che un contenuto venga salvato, fotografato, inoltrato o mostrato ad altri. Il Garante ricorda che ciò che viene pubblicato sui social o condiviso nelle chat può essere catturato e riutilizzato da terzi per scopi impropri.
La questione vale anche per WhatsApp. La cifratura end-to-end protegge il contenuto durante il transito: messaggi, foto, video, documenti e chiamate sono protetti in modo che non siano leggibili da soggetti esterni durante il percorso tra mittente e destinatario, secondo quanto indicato dal Centro assistenza WhatsApp.
Ma la cifratura non impedisce a chi riceve una foto di salvarla, inoltrarla o mostrarla. Protegge il viaggio, non la destinazione. Una fotografia inviata in un gruppo familiare numeroso non è più soltanto nella disponibilità del genitore che l’ha mandata. È nei telefoni di chi l’ha ricevuta. E quei telefoni possono essere smarriti, compromessi, prestati, sincronizzati, sottoposti a backup, condivisi con altre persone.
Il problema, quindi, non è demonizzare WhatsApp o i social. Il problema è non confondere uno strumento utile con uno spazio neutro. La tecnologia può proteggere alcune fasi della comunicazione, ma non può garantire che ogni destinatario si comporti con la stessa cautela di chi ha inviato il contenuto.
Una foto contiene più informazioni di quanto sembri
Una fotografia di un bambino non mostra solo un volto. Può mostrare una scuola, una divisa sportiva, il nome su uno zaino, una targa sullo sfondo, un quartiere riconoscibile, una data, un’abitudine familiare. La didascalia aggiunge altri elementi: nome, età, compleanno, rapporti familiari, spostamenti, routine.
Il Children’s Commissioner for England ha evidenziato che nome, data di nascita e indirizzo sono informazioni centrali nei rischi di furto d’identità, e che molti dati possono emergere proprio dai profili e dai contenuti condivisi online. La stessa fonte cita una ricerca Barclays secondo cui, entro il 2030, le informazioni condivise dai genitori online potrebbero contribuire a una quota rilevante dei furti d’identità contro i giovani. È una previsione, non un dato osservato in Italia, ma descrive un meccanismo concreto: più informazioni vengono accumulate, più diventa facile ricostruire un’identità.
Nel 2021 Javelin Strategy & Research ha stimato che negli Stati Uniti oltre 1,25 milioni di bambini siano stati vittime di furto d’identità e frodi in un anno, con un costo medio superiore a 1.100 dollari per famiglia coinvolta. Il dato riguarda il contesto americano e non va trasferito automaticamente all’Italia, ma conferma che l’identità dei minori è un obiettivo reale, non un’ipotesi letteraria.
Il furto d’identità dei minori ha una caratteristica particolarmente insidiosa: può restare invisibile per anni. Un bambino non controlla la propria reputazione creditizia, non verifica pratiche aperte a suo nome, non intercetta segnali deboli. Quando il problema emerge, spesso l’identità digitale è già stata usata altrove.
Il rischio non è solo il presente: è il futuro che viene scritto al posto loro
La parte più sottile dello sharenting non riguarda soltanto l’abuso immediato. Riguarda la costruzione di una memoria pubblica non scelta. Un bambino nato oggi può arrivare all’adolescenza con anni di immagini, episodi, commenti, imbarazzi e frammenti familiari già disponibili online. Non perché abbia deciso di raccontarsi, ma perché altri lo hanno raccontato.
Il Garante Privacy ha espresso questo punto in modo netto: la diffusione di immagini fin dalla più tenera età rischia di creare tensioni nel rapporto tra genitori e figli, perché i minori possono ritrovarsi addosso un’immagine pubblica che non desiderano.
Qui il tema diventa culturale prima ancora che tecnico. Molti adulti hanno avuto il privilegio di diventare se stessi nell’ombra. Hanno potuto essere ridicoli, fragili, goffi, contraddittori, senza che ogni passaggio fosse registrato. I bambini di oggi rischiano invece di crescere dentro una memoria esterna, permanente, consultabile, a volte più potente della memoria familiare.
Il problema non è la foto tenera. Il problema è la somma delle foto tenere, delle didascalie leggere, delle informazioni laterali, degli sfondi riconoscibili, delle abitudini rese pubbliche. Una goccia non fa un archivio. Migliaia di gocce sì.
Deepfake e intelligenza artificiale: la soglia del rischio si è abbassata
L’intelligenza artificiale ha cambiato il modo in cui un’immagine può essere manipolata. In passato servivano competenze tecniche, software complessi, tempo. Oggi alcuni strumenti permettono di alterare foto con una facilità molto maggiore. Questo non significa che ogni immagine pubblicata finirà manipolata. Significa però che il costo tecnico dell’abuso si è abbassato.
Nel febbraio 2026 l’UNICEF ha dichiarato di essere allarmata dall’aumento delle immagini sessualizzate di bambini generate o manipolate con intelligenza artificiale, includendo casi in cui fotografie reali di minori sono state alterate. UNICEF, ECPAT e INTERPOL hanno inoltre indicato, in uno studio condotto in 11 Paesi, che almeno 1,2 milioni di minori intervistati o stimati nel modello di ricerca hanno riferito manipolazioni delle proprie immagini in deepfake sessualmente espliciti nell’ultimo anno.
È necessario essere precisi: non si può affermare che ogni foto familiare pubblicata online diventi materiale abusivo. Sarebbe falso e inutilmente allarmistico. Si può però affermare che foto accessibili, riconoscibili e scaricabili aumentano la disponibilità di materiale di partenza per usi che il genitore non ha previsto e che il minore non ha mai autorizzato.
La prudenza, in questo campo, non nasce dal panico. Nasce dal fatto che l’immagine di un minore è un dato particolare nella vita concreta, anche quando giuridicamente viene trattata come dato personale. È un dato che contiene corpo, identità, contesto, vulnerabilità. E una volta trasformato da altri, può produrre un danno psicologico e sociale anche quando l’immagine manipolata è falsa.
Il rapimento digitale e le truffe costruite sulle immagini
Un altro rischio è l’uso delle immagini per creare identità false o scenari fraudolenti. A volte si parla di “digital kidnapping”, espressione forte che indica l’appropriazione dell’immagine di un minore per costruire profili, storie o contesti inventati. Non sempre si tratta di fenomeni facili da misurare, ma il meccanismo è comprensibile: una foto sottratta dal suo contesto diventa materiale disponibile per un’altra narrazione.
Il FBI, nel dicembre 2025, ha avvertito il pubblico su truffe di “virtual kidnapping” in cui criminali alterano foto trovate sui social o su altri siti pubblici per simulare prove di vita e chiedere riscatti. Il caso riguarda un fenomeno specifico, non una regola generale applicabile a ogni famiglia, ma mostra quanto una foto pubblica possa essere riutilizzata in contesti completamente diversi da quello originario.
Questo è il punto centrale: il rischio digitale non dipende solo da chi pubblica, ma anche da chi trova. Un contenuto nasce dentro una relazione affettiva e può finire dentro una logica criminale, commerciale, derisoria o manipolatoria. Non perché il genitore abbia sbagliato intenzione, ma perché la rete separa l’intenzione dal destino del contenuto.
La legge italiana non parte da zero
In Italia non esiste ancora una disciplina organica e unica dedicata esclusivamente allo sharenting familiare in ogni suo aspetto. Esistono però norme e orientamenti giurisprudenziali che toccano il tema: diritto all’immagine, protezione dei dati personali, responsabilità genitoriale, interesse superiore del minore.
Il Garante Privacy, in un provvedimento del 13 novembre 2024, ha richiamato l’articolo 2-quinquies del Codice Privacy: in Italia il minore che ha compiuto 14 anni può esprimere un valido consenso in relazione ai servizi della società dell’informazione; per i minori sotto i 14 anni è richiesto il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale. Nello stesso provvedimento il Garante ha ricordato che, per la pubblicazione di immagini di minori sui social network, occorre il consenso preventivo di entrambi i genitori, anche in caso di affidamento condiviso.
Il 17 giugno 2026, secondo quanto riportato da ANSA, il Garante ha ribadito che per pubblicare sui social immagini di minori di 14 anni serve il consenso preventivo di entrambi i genitori; al compimento dei 14 anni, la normativa italiana riconosce al minore la facoltà di decidere autonomamente sulla diffusione online delle proprie immagini.
Il Tribunale di Mantova, con ordinanza del 19 settembre 2017, è uno dei riferimenti più citati sul tema. Secondo la ricostruzione pubblicata dall’Associazione Forense Emilio Conte, il giudice ordinò la rimozione delle foto dei figli minori pubblicate su Facebook e richiamò il rischio derivante dalla diffusione delle immagini presso un numero indeterminato di persone.
Questi riferimenti non trasformano ogni foto familiare in una causa giudiziaria. Indicano però una direzione: l’immagine del minore non è un bene disponibile a piacimento dell’adulto. È collegata alla personalità del bambino, alla sua riservatezza, al suo futuro diritto di raccontarsi diversamente.
La Francia ha già spostato il baricentro
La Francia ha adottato la legge n. 2024-120 del 19 febbraio 2024 sui diritti d’immagine dei minori. La norma, come spiegato da Baker McKenzie Connect on Tech, interviene direttamente sui genitori o tutori e mira a rafforzare la tutela della privacy e dell’immagine dei bambini, riconoscendo che foto e video sono dati personali.
Il dato interessante non è solo francese. È culturale. La legge prende atto di una tensione che ormai riguarda molte famiglie: il genitore ha il desiderio di raccontare, ma il figlio ha il diritto di non essere trasformato in contenuto. La genitorialità digitale non può più essere pensata come un’estensione spontanea della vita privata. Quando entra nello spazio pubblico, anche semi-pubblico, produce effetti che superano la famiglia.
Non tutto ha lo stesso rischio
Un articolo serio sullo sharenting deve evitare due errori opposti. Il primo è minimizzare: “Sono solo foto, non succede niente”. Il secondo è terrorizzare: “Ogni foto distruggerà la vita di tuo figlio”. Entrambe le posizioni sono comode, ma poco utili.
Non tutte le condivisioni hanno lo stesso peso. Una foto inviata a due nonni, senza volto riconoscibile, senza luogo, senza dati personali, ha un profilo di rischio diverso da un profilo pubblico che documenta per anni il volto, la scuola, le abitudini e i momenti intimi di un bambino. Una foto di spalle non equivale a un video in costume. Un ricordo conservato in un archivio privato non equivale a una serie di contenuti accessibili a sconosciuti.
La valutazione concreta dovrebbe considerare alcuni elementi:
- il volto del minore è riconoscibile;
- sono visibili scuola, casa, quartiere, targhe, divise o luoghi abituali;
- la didascalia contiene nome, età, compleanno o dettagli familiari;
- il profilo è pubblico o seguito da persone poco conosciute;
- il contenuto può risultare imbarazzante oggi o tra dieci anni;
- l’altro genitore è d’accordo;
- il minore, se abbastanza grande, è stato ascoltato davvero.
Questa non è una lista per creare ansia. È una lista per rallentare. Perché la velocità è una delle trappole della vita digitale: si pubblica nel momento dell’emozione e si ragiona quando il contenuto è già uscito dal recinto.
Il bambino non è un’estensione narrativa del genitore
Lo sharenting obbliga a guardare una cosa scomoda: spesso gli adulti raccontano i figli anche per raccontare se stessi. La foto del bambino diventa prova di felicità, identità familiare, tenerezza, sacrificio, presenza, riuscita. Non sempre c’è narcisismo. A volte c’è solo bisogno umano di essere visti. Ma il bambino finisce comunque dentro una narrazione che non controlla.
La domanda adulta è: “Perché voglio pubblicarlo?”. La domanda più giusta sarebbe: “Che cosa sto togliendo a lui pubblicandolo?”. Non sempre la risposta sarà “troppo”. A volte sarà “quasi nulla”. Ma la domanda cambia la postura.
C’è una differenza tra custodire e mostrare. Custodire significa preservare un ricordo affinché resti disponibile a chi ne fa parte. Mostrare significa consegnarlo a uno sguardo esterno. La cultura digitale ha confuso queste due azioni fino a renderle quasi indistinguibili. Ma per un minore la distinzione resta enorme.
Il diritto di essere dimenticati comincia dal diritto di non essere esposti
Si parla spesso di diritto all’oblio, ma per i bambini sarebbe ancora più importante il diritto alla non esposizione iniziale. Cancellare qualcosa dopo anni è possibile in alcuni casi, ma non sempre è sufficiente. Una foto può essere stata salvata, copiata, ricondivisa, inserita in archivi privati, usata fuori contesto.
Il diritto all’oblio interviene quando il danno della permanenza è già iniziato. La prudenza interviene prima. È meno spettacolare, ma più efficace. Non fa notizia, non produce campagne emotive, non crea panico. Consiste in una scelta sobria: non tutto ciò che è tenero deve diventare pubblico.
In questo senso, la protezione del minore non è censura della vita familiare. È una forma di continenza. Una misura adulta. Una consapevolezza minima del fatto che l’infanzia non è materiale grezzo per l’identità digitale degli adulti.
Una prudenza possibile, senza paranoia
Si può continuare a fotografare i figli. Si possono conservare ricordi, creare album, inviare immagini ai parenti stretti, raccontare la vita familiare con misura. Il punto non è cancellare la memoria, ma scegliere il contenitore giusto.
Un album cartaceo non è arretrato. Un archivio privato non è triste. Una foto non pubblicata non è una foto persa. Anzi, in certi casi è una foto salvata dal rumore. La vera modernità non consiste nel condividere tutto, ma nel sapere cosa non merita di diventare contenuto.
Per molti genitori, questa consapevolezza arriverà gradualmente. Non attraverso il senso di colpa, che serve a poco, ma attraverso una domanda più matura: “Sto proteggendo il ricordo o sto usando il ricordo per produrre presenza?”. La differenza è sottile, ma decide molto.
Nota trasparente sui link affiliati
I link Amazon presenti in questa sezione sono link affiliati: Scopri24.it può ricevere una commissione in caso di acquisto, senza costi aggiuntivi per chi compra. Non sono raccomandazioni professionali, ma riferimenti commerciali coerenti con il tema dell’articolo.
- Libri su educazione digitale, privacy e genitorialità connessa
- Album fotografici cartacei per conservare ricordi familiari fuori dai social
- Supporti di archiviazione per foto e video di famiglia
- Accessori per una maggiore riservatezza nell’uso quotidiano dello smartphone
La memoria non deve sempre diventare contenuto
Una società adulta non è quella che smette di fotografare i bambini. È quella che smette di considerarli materiale narrativo sempre disponibile. L’amore non perde valore se resta privato. Un ricordo non diventa più vero perché riceve reazioni. Una famiglia non è meno unita se decide di custodire invece di esporre.
La rete ha abituato gli adulti a pensare che ciò che non viene condiviso scompaia. Ma l’infanzia non ha bisogno di essere continuamente confermata da uno sguardo esterno. Ha bisogno di spazio, di opacità, di margine. Ha bisogno anche del diritto banale e immenso di diventare grande senza trovare già pronta, online, una versione di sé costruita da altri.