Momenti e Riflessioni Personali

Siamo cresciuti nell’epoca migliore per essere bambini, ma siamo diventati adulti in quella più fragile

01 luglio 2026 18 min di lettura 25 visualizzazioni
Una riflessione narrativa sulla generazione cresciuta prima di internet: infanzia libera, vita adulta fragile, lavoro povero, pensioni lontane e futuro sempre più instabile.
Siamo una generazione strana. Abbiamo conosciuto il mondo prima che diventasse continuo, connesso, misurabile. Abbiamo avuto un’infanzia fatta di corse, attese, ginocchia sbucciate, noia vera, pomeriggi lunghi e futuro lontano. Poi siamo diventati adulti in un tempo che non concede quasi più distanza: tutto arriva subito, tutto pesa subito, tutto può cambiare prima ancora di essere capito.

Non è nostalgia pura. La nostalgia, quando diventa comoda, mente. Il passato non era un paradiso. C’erano famiglie difficili, lavori duri, soldi che mancavano, silenzi educativi scambiati per forza, paure che nessuno chiamava per nome. Ma c’era un’altra struttura del tempo. Il giorno aveva più spazio. L’infanzia non era ancora una prestazione. Il mondo non ti entrava in tasca ogni cinque minuti.

Siamo cresciuti nell’epoca migliore per essere bambini non perché fosse perfetta, ma perché lasciava ancora margine all’esperienza. Si usciva. Si correva. Si stava fuori senza dover produrre immagini di sé. La natura non era un contenuto. Era un posto in cui ci finivi dentro. Un prato, una strada sterrata, un cortile, un campo dietro casa, un albero su cui salire, una bicicletta che diventava libertà senza bisogno di spiegazioni.

Poi, quasi senza accorgercene, quel mondo si è chiuso alle nostre spalle. E davanti non abbiamo trovato la promessa ordinata che ci era stata raccontata. Abbiamo trovato una vita adulta più fragile, più costosa, più instabile. Una vita in cui lavorare non sempre significa costruire. Spesso significa solo resistere.

Il tempo prima dello schermo permanente

Chi è cresciuto prima dell’internet quotidiano ha conosciuto una forma di povertà informativa che oggi sembra inconcepibile. Per sapere qualcosa dovevi chiedere. Dovevi cercare su un libro, aspettare un telegiornale, ascoltare qualcuno più grande, sbagliare strada, perdere tempo. Le risposte non erano immediate. Proprio per questo, forse, avevano un peso diverso.

Il telefono non era un’estensione del corpo. La giornata non era piena di notifiche. Nessuno misurava ogni gesto con il linguaggio della visibilità. Se uscivi, uscivi davvero. Se eri annoiato, dovevi attraversare la noia. Se volevi vedere qualcuno, dovevi andare da lui, citofonare, aspettare, sperare che fosse in casa.

Era tutto più complicato. Ma non tutto ciò che è complicato è peggiore. A volte la complicazione proteggeva una parte dell’umano: l’attesa, l’immaginazione, la presenza. Oggi molte cose sono più facili, ma non necessariamente più leggere. Sappiamo di più, vediamo di più, confrontiamo di più. Però sembriamo respirare meno.

L’infanzia di allora aveva una qualità materiale. Le cose avevano odore, peso, distanza. Le estati sembravano più lunghe perché non erano spezzate da mille stimoli. Una giornata poteva essere vuota e proprio per questo diventare memorabile. Non serviva fare qualcosa di speciale. Bastava stare fuori, sporcarsi, inventare una regola, litigare, fare pace, tornare a casa quando qualcuno chiamava dalla finestra.

Oggi molti bambini hanno accesso a strumenti enormi, ma vivono dentro un tempo più sorvegliato. Non è colpa loro. È cambiato il paesaggio. La tecnologia ha dato possibilità reali, ma ha anche ridotto il silenzio. Ha accorciato le distanze e, insieme, ha reso più difficile abitare il presente senza sentirsi sempre altrove.

Il futuro sembrava lontano, poi è arrivato tutto insieme

Da bambini pensavamo al futuro come a una stanza chiusa in fondo al corridoio. Sapevamo che un giorno ci saremmo arrivati, ma non presto. Prima c’erano le partite improvvisate, le scuole, le vacanze, i giochi, le paure piccole, i sogni grandi. Il futuro aveva un contorno vago. Non era ancora mutuo, bolletta, contratto, contributi, visita medica, assicurazione, scadenza, rata.

Poi siamo cresciuti. Ognuno a modo suo. Con le buone e con le cattive. Con le lotte visibili e quelle interiori. Con ferite che magari nessuno ha visto, ma che hanno comunque insegnato qualcosa. Alcuni sono diventati adulti presto perché la vita non ha aspettato. Altri hanno fatto finta di esserlo finché non hanno capito che nessuno sarebbe venuto a spiegare le regole.

La vita adulta è arrivata in fretta. E quando è arrivata, non aveva il volto stabile che molti immaginavano.

Per molto tempo il lavoro è stato raccontato come una traiettoria. Si entrava, si imparava, si restava, si costruiva. Una casa, una famiglia, una pensione. Non per tutti, non ovunque, non senza ingiustizie. Ma l’idea sociale era quella: la fatica di oggi avrebbe prodotto una forma di sicurezza domani.

Oggi quella promessa appare incrinata. Non cancellata del tutto, ma meno credibile. Nel 2026, per molte persone, lavorare non significa avanzare. Significa non arretrare troppo.

Quando lavorare non basta più a sentirsi al sicuro

La parola “lavoratore povero” fa male perché rompe una vecchia convinzione. Per anni abbiamo pensato che la povertà fosse legata soprattutto all’assenza di lavoro. Se lavori, ti salvi. Se ti impegni, costruisci. Se non molli, prima o poi arrivi.

La realtà è più dura. Eurostat ha ricordato che nel 2024 l’8,2% delle persone occupate nell’Unione Europea era comunque a rischio povertà. Questo significa che il lavoro, da solo, non sempre protegge più dalla vulnerabilità economica. Fonte: Eurostat, 2025

In Italia, il quadro non può essere ridotto a una frase semplice. Ci sono segnali positivi e segnali profondamente problematici. ISTAT segnala che nel 2025 il tasso di occupazione dei 15-64enni è arrivato al 62,5% e che la disoccupazione è scesa al 6,1%. Sono dati importanti, perché mostrano un mercato del lavoro più esteso. Ma nello stesso quadro ISTAT rileva che, nonostante il recupero del biennio 2024-2025, il potere d’acquisto delle retribuzioni resta inferiore dell’8,6% rispetto al 2019. Fonte: ISTAT, Rapporto annuale 2026

Qui sta il nodo. Si può lavorare di più, essere più occupati, avere meno disoccupazione e sentirsi comunque più scoperti. Perché il problema non è solo avere un lavoro. È capire che cosa quel lavoro permette davvero di fare.

Pagare l’affitto o il mutuo. Fare la spesa senza ansia. Riparare l’auto. Curarsi. Aiutare un familiare. Mettere qualcosa da parte. Pensare a un figlio senza panico. Sopportare un mese storto. Una società non si misura solo da quanti lavorano, ma da quanta vita resta dopo il lavoro.

ISTAT, nel comunicato sulle condizioni di vita 2024-2025, indica che nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale in Italia è pari al 22,6%, circa 13 milioni e 265 mila persone. Lo stesso comunicato segnala che oltre 3 milioni di individui si trovano in grave deprivazione materiale e sociale, cioè in una condizione in cui alcune spese essenziali o impreviste diventano difficili da sostenere. Fonte: ISTAT, Condizioni di vita e reddito delle famiglie 2024-2025

Questi numeri non descrivono solo povertà estrema. Descrivono una zona grigia molto più larga: persone che stanno in piedi, ma senza margine. Persone che non crollano, ma tremano. Persone che lavorano e non riescono comunque a trasformare la fatica in sicurezza.

La frattura tra generazioni non si può liquidare con una battuta

C’è una frase che torna spesso: “I giovani non hanno voglia di lavorare”. È una frase comoda perché sposta il problema dal sistema alla morale individuale. Se i giovani non ce la fanno, allora sono fragili. Se cambiano lavoro, sono instabili. Se chiedono condizioni migliori, pretendono troppo. Se rifiutano certi ritmi, non conoscono il sacrificio.

Ma questa lettura è povera. Non perché i giovani abbiano sempre ragione. Nessuna generazione ha sempre ragione. È povera perché evita il confronto con le condizioni reali.

Molte persone nate in epoche precedenti hanno lavorato duramente. Questo va riconosciuto senza ironia. Hanno fatto turni pesanti, fabbriche dure, cantieri, campi, officine, migrazioni interne, sacrifici concreti. Non è onesto trasformare il passato in una caricatura. Però è altrettanto disonesto negare che il patto sociale fosse diverso.

C’erano momenti storici in cui un lavoro stabile poteva aprire strade più leggibili. Una casa costava meno rispetto ad alcuni redditi. La pensione era percepita come una destinazione più concreta. Il tempo lavorativo, per molti, pur duro, sembrava inserito in una progressione.

Oggi chi entra o resta nel mercato del lavoro spesso non vede la stessa linea. Vede contratti fragili, salari erosi, affitti alti, mutui selettivi, carriere spezzate, formazione continua non sempre pagata, tecnologia che cambia il valore delle competenze, pensioni sempre più lontane.

INPS ha comunicato che la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e un mese nel 2027 e a 67 anni e 3 mesi nel 2028, con adeguamenti legati alla speranza di vita e con specifiche esenzioni per alcune categorie gravose o usuranti. Fonte: INPS, requisiti pensionistici 2027-2028

Il punto non è mettere giovani contro anziani. Sarebbe un errore e anche una semplificazione pericolosa. Il punto è riconoscere che chi oggi ha trent’anni, quaranta, anche cinquanta, vive dentro un orizzonte meno stabile. Non sa se il lavoro attuale esisterà nello stesso modo. Non sa che pensione avrà. Non sa se i contributi versati restituiranno una vecchiaia dignitosa. Non sa se la casa sarà un patrimonio o una gabbia di rate.

Questa incertezza produce una stanchezza diversa. Non è soltanto fatica fisica. È fatica di previsione.

La generazione senza margine

C’è una forma di povertà che non si vede subito. Non è necessariamente fame. Non è sempre esclusione evidente. È vivere senza cuscinetto. È sapere che se si rompe una caldaia, se arriva una spesa medica, se l’auto si ferma, se il lavoro rallenta, se un familiare ha bisogno, l’equilibrio salta.

Questa condizione non fa rumore. Non sempre entra nelle conversazioni pubbliche. Molti la nascondono per dignità. Continuano a lavorare, sorridere, pagare, rimandare. Rinunciano a ferie, cure, progetti, tempo libero. Non si definiscono poveri perché hanno uno stipendio. Ma quello stipendio non diventa libertà. Diventa manutenzione dell’esistenza.

ISTAT segnala che, nonostante il recupero del 2024, i redditi familiari reali restano in media inferiori del 4,9% rispetto al 2007. Per le famiglie la cui fonte principale è il lavoro dipendente, la flessione rispetto al 2007 è del 6,3%, mentre per le famiglie sostenute principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici si registra un incremento del 6,6%. Fonte: ISTAT, Condizioni di vita e reddito delle famiglie 2024-2025

Questo dato non serve a creare risentimento. Serve a capire una percezione diffusa: chi lavora spesso sente di portare addosso un peso crescente senza ricevere una proporzione equivalente di stabilità. Non è invidia verso chi ha una pensione. È la paura di non arrivarci mai con la stessa protezione.

La generazione senza margine è quella che paga oggi, ma non sa cosa riceverà domani. È quella che ha imparato a essere autonoma, ma si trova dentro meccanismi più grandi di lei. È quella che non può permettersi di fermarsi, anche quando il corpo e la testa chiederebbero una pausa.


Non siamo diventati adulti quando abbiamo iniziato a lavorare. Siamo diventati adulti quando abbiamo capito che lavorare non bastava più a sentirsi al sicuro.


La nostalgia non basta, ma dice qualcosa

Parlare dell’infanzia prima di internet può sembrare un esercizio nostalgico. In parte lo è. La memoria seleziona, addolcisce, protegge. Ricordiamo la libertà e dimentichiamo alcune paure. Ricordiamo i giochi e cancelliamo le solitudini. Ricordiamo il cortile e non sempre ricordiamo le disuguaglianze, le rigidità, le mancanze di ascolto.

Ma una nostalgia adulta non deve mentire per essere utile. Può funzionare come una diagnosi. Non dice che prima era tutto meglio. Dice che qualcosa di essenziale è cambiato.

Prima il mondo era meno accessibile, ma anche meno invasivo. Le immagini erano meno numerose, ma forse più profonde. Le relazioni erano meno immediate, ma più obbligate alla presenza. L’infanzia aveva tempi morti che oggi sembrano sprechi, mentre erano spazi di costruzione interiore.

Oggi un bambino può sapere tutto, ma rischia di non annoiarsi mai abbastanza da inventare qualcosa. Un adulto può lavorare da ovunque, ma rischia di non uscire mai davvero dal lavoro. Una persona può essere collegata a centinaia di contatti, ma sentirsi sola con una precisione nuova.

La tecnologia non è il nemico. Sarebbe troppo facile dirlo. Internet ha aperto possibilità enormi: conoscenza, lavoro, comunicazione, accesso a strumenti prima impensabili. Il problema non è la tecnologia in sé. Il problema è quando diventa ambiente totale, quando non lascia più zone franche, quando trasforma ogni esperienza in confronto, urgenza, prestazione.

La nostra generazione è cresciuta a cavallo di due mondi. Abbiamo dentro il ricordo analogico e il presente digitale. Sappiamo cosa significa aspettare una risposta e cosa significa riceverne troppe. Sappiamo cosa significa perdersi davvero e cosa significa non riuscire più a staccarsi da una mappa. Sappiamo cosa significa avere meno informazioni e più silenzio.

Questa doppia appartenenza è una ferita, ma anche una lucidità.

L’adulto contemporaneo vive in allerta

La vita adulta di oggi non è solo più cara. È più instabile nella percezione quotidiana. Il lavoro può cambiare. Il settore può contrarsi. Una crisi internazionale può incidere sui prezzi dell’energia. Una guerra lontana può entrare nella bolletta. Una decisione finanziaria presa altrove può arrivare nel mutuo. Una tecnologia può rendere improvvisamente meno centrale una competenza costruita in anni.

ISTAT, nel Rapporto annuale 2026, segnala che il blocco delle spedizioni e i danni alle infrastrutture energetiche legati alla crisi in Medio Oriente hanno causato una forte risalita dei prezzi del Brent e del gas naturale, riaccendendo pressioni inflazionistiche. Fonte: ISTAT, Rapporto annuale 2026

Questo è il punto: il mondo globale ha reso la vita quotidiana più esposta. Anche chi vive in un piccolo paese, lavora in un’officina, in un ufficio, in un negozio o in un magazzino, sente sulla propria pelle eventi che non controlla. La distanza geografica non protegge più come prima.

L’adulto contemporaneo vive in allerta non perché sia debole, ma perché il contesto è diventato più nervoso. Deve aggiornarsi, adattarsi, proteggersi, prevedere. Deve essere flessibile quando vorrebbe solo essere stabile. Deve essere resiliente quando avrebbe bisogno di giustizia. Deve essere produttivo anche quando è stanco.

La parola “resilienza”, usata troppo, ha finito per nascondere una domanda più seria: quanta pressione può sopportare una persona prima che la sua capacità di adattarsi venga scambiata per disponibilità infinita?

L’arrivo dei robot non è fantascienza, ma trasformazione sociale

Quando si parla di robot, automazione e intelligenza artificiale, spesso si cade in due estremi. Da una parte il panico: le macchine prenderanno tutto. Dall’altra l’ottimismo automatico: la tecnologia creerà solo nuove opportunità. Entrambe le letture sono troppo semplici.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in un aggiornamento del 2025 sull’impatto dell’intelligenza artificiale generativa, indica che circa un lavoratore su quattro nel mondo si trova in occupazioni con qualche grado di esposizione alla GenAI. Lo stesso documento sottolinea però che, per il bisogno ancora presente di intervento umano, la maggior parte dei lavori sarà più probabilmente trasformata che resa semplicemente ridondante. Fonte: International Labour Organization, Generative AI and jobs, 2025

Questa distinzione è importante. Il futuro del lavoro non sarà necessariamente una scena con fabbriche vuote e uomini inutili. Sarà più probabilmente una trasformazione diseguale. Alcune mansioni spariranno. Altre cambieranno. Alcune persone saranno aiutate dalla tecnologia. Altre saranno spinte ai margini. Chi avrà strumenti, formazione e protezione potrà adattarsi meglio. Chi vivrà già senza margine rischierà di pagare il prezzo più alto.

Il problema, quindi, non è solo tecnico. È politico, sociale, culturale. Una tecnologia può liberare tempo o aumentare controllo. Può ridurre fatica o comprimere salari. Può migliorare sicurezza o creare nuove esclusioni. Dipende da come viene introdotta, da chi ne possiede i benefici, da quali tutele accompagnano il cambiamento.

Per chi lavora già oggi sotto pressione, l’arrivo dell’automazione non viene percepito come una promessa astratta. Viene percepito come un’altra incertezza. Non perché le persone rifiutino il progresso, ma perché hanno imparato che il progresso non distribuisce automaticamente i suoi frutti.

La frase “non avete voglia di lavorare” nasconde una paura più antica

Quando una generazione accusa quella successiva di non voler lavorare, spesso sta difendendo la propria idea di fatica. Chi ha sofferto vuole che quella sofferenza venga riconosciuta. Chi ha costruito qualcosa con sacrificio teme che i più giovani non capiscano il prezzo pagato. È umano.

Ma la critica diventa ingiusta quando usa la fatica del passato per negare la fatica del presente.

Oggi molti non rifiutano il lavoro. Rifiutano l’idea che il lavoro debba occupare tutto senza restituire dignità. Rifiutano stipendi che non consentono autonomia. Rifiutano ambienti tossici spacciati per gavetta. Rifiutano la normalizzazione dell’ansia. Rifiutano la retorica secondo cui essere sfruttati sarebbe una prova di carattere.

Questo non significa che ogni richiesta sia giusta, né che ogni giovane sia consapevole. Significa solo che sotto il conflitto generazionale c’è una domanda legittima: che senso ha lavorare se il lavoro non permette di vivere?

La civiltà del lavoro non si difende obbligando le persone a sopportare qualunque cosa. Si difende restituendo al lavoro una proporzione: tra fatica e compenso, tra tempo dato e tempo rimasto, tra responsabilità e riconoscimento, tra produttività e salute.

La casa, la famiglia, la vecchiaia: tre promesse diventate difficili

Per molto tempo la vita adulta è stata raccontata attraverso tre immagini: una casa, una famiglia, una vecchiaia tranquilla. Non erano immagini banali. Erano forme di continuità. La casa diceva radicamento. La famiglia diceva futuro. La pensione diceva che la fatica avrebbe avuto una fine.

Oggi queste immagini non sono scomparse, ma sono diventate più difficili.

La casa, per molti, non è più il primo passo naturale dell’età adulta. È un calcolo lungo, una selezione bancaria, un mutuo che chiede stabilità proprio a chi vive in un mercato instabile. La famiglia non è più solo desiderio, ma anche sostenibilità economica, organizzazione, cura, paura di non farcela. La vecchiaia non è più una terra promessa, ma una domanda aperta.

Chi è cresciuto pensando che bastasse impegnarsi per arrivare a queste tre cose vive oggi una frattura profonda. Non necessariamente visibile. A volte si manifesta come irritazione, cinismo, insonnia, chiusura, stanchezza, rabbia trattenuta. A volte come quella frase detta piano: “Non so come fanno gli altri”.

La risposta è che molti non ce la fanno davvero. Regono. Che è diverso.

Reggere significa pagare, rinviare, adattarsi, ridurre, aspettare, sperare che non succeda niente. Regìgere non è vivere pienamente. È impedire al crollo di diventare evidente.

Quello che abbiamo perso non è solo il passato

Non abbiamo perso soltanto i cortili, le biciclette, i pomeriggi senza telefono. Abbiamo perso una certa fiducia nella linearità della vita. L’idea che ogni sforzo producesse almeno una direzione. Che il futuro fosse difficile, ma decifrabile. Che il lavoro fosse duro, ma inserito in un patto.

Oggi il futuro appare più simile a un terreno mobile. Si può fare tutto “bene” e non essere comunque al sicuro. Si può lavorare, pagare, rispettare le regole, aggiornarsi, essere prudenti, e scoprire che basta una variabile esterna per cambiare tutto.

Questa consapevolezza produce adulti più lucidi, ma anche più soli. Perché quando la società continua a usare parole vecchie per descrivere problemi nuovi, chi soffre si sente sbagliato. Gli viene detto che deve impegnarsi di più, gestirsi meglio, formarsi meglio, sorridere di più, essere più positivo. Raramente gli viene detto che forse il problema non è solo individuale.

La verità più scomoda è questa: molte persone non sono fragili perché non sanno vivere. Sono fragili perché stanno vivendo dentro strutture fragili.

La forza silenziosa di chi continua

Eppure, nonostante tutto, questa generazione continua. Si alza presto. Lavora. Cura genitori, figli, partner, case, animali, bollette, guasti, documenti, scadenze. Si adatta a tecnologie nuove, regole nuove, paure nuove. Impara a parlare di salute mentale dopo essere cresciuta in ambienti dove spesso bisognava solo stringere i denti. Porta dentro un’infanzia più libera e un presente più sorvegliato.

Non è una generazione perfetta. Nessuna lo è. Ha le sue contraddizioni, le sue fughe, le sue dipendenze digitali, le sue paure paralizzanti, i suoi errori. Ma definirla pigra è una forma di cecità.

C’è una forza enorme nel continuare senza garanzie. Nel pagare contributi sapendo che la pensione sarà più lontana. Nel lavorare anche quando il potere d’acquisto non segue la fatica. Nel costruire una casa o una relazione dentro un tempo che sembra fatto per rendere ogni progetto più fragile. Nel non diventare cinici del tutto.

Questa forza non fa rumore. Non somiglia agli slogan. Non sta nelle frasi motivazionali. È una forza quotidiana, opaca, poco celebrata. La forza di chi non può permettersi di crollare, ma sa benissimo quanto costa restare in piedi.

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La vera differenza tra crescere e sopravvivere

Crescere dovrebbe significare aumentare il proprio spazio nel mondo. Imparare, sbagliare, costruire, scegliere. Sopravvivere, invece, significa restringere. Tagliare desideri, rimandare decisioni, calcolare ogni rischio, restare sempre un passo indietro rispetto alla paura.

Molti adulti di oggi vivono in questa zona intermedia. Non sono disperati, ma non sono liberi. Non sono esclusi, ma non sono sicuri. Non sono senza lavoro, ma non riescono a trasformare il lavoro in futuro.

È qui che il racconto dell’infanzia diventa più di un ricordo. Diventa contrasto. Da bambini avevamo poco controllo, ma molto spazio. Da adulti abbiamo strumenti, informazioni, connessioni, possibilità, ma spesso meno respiro. La promessa moderna era che la tecnologia avrebbe liberato tempo, che il lavoro avrebbe prodotto benessere, che il progresso avrebbe alleggerito la vita. In parte è successo. In parte no.

La domanda vera non è se prima si stava meglio. La domanda vera è perché oggi, con più strumenti, molte persone si sentano più stanche. Perché con più connessioni si sentano più sole. Perché con più lavoro si sentano meno sicure. Perché con più accesso al mondo percepiscano meno futuro.

Siamo cresciuti nell’epoca migliore per imparare a immaginare.
Un’epoca imperfetta, ruvida, a volte dura, ma ancora capace di lasciare ai bambini una certa ampiezza. Poi siamo diventati adulti in un tempo che chiede lucidità continua, adattamento continuo, resistenza continua.

Non siamo solo nostalgici. Non stiamo solo rimpiangendo i pomeriggi senza internet. Stiamo cercando di dare un nome a una frattura: quella tra l’infanzia larga che abbiamo vissuto e la vita adulta stretta che ci è stata consegnata.

Il futuro non è scomparso. Ma ha cambiato consistenza. Non appare più come una strada naturale. Appare come qualcosa da difendere ogni giorno, spesso con meno strumenti di quelli che servirebbero e con più paura di quella che ammettiamo.

La nostra generazione porta addosso due memorie: quella di un mondo in cui il tempo sembrava abbondante e quella di un presente in cui anche respirare sembra avere un costo. In mezzo c’è la vita vera, senza retorica: svegliarsi, lavorare, pagare, resistere, restare umani.
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