Innovazioni e Trend Tecnologici

📌 Tregua fragile in Ucraina: il tempo stringe tra diplomazia e conflitto

14 marzo 2025 18 min di lettura 208 visualizzazioni
ucraina
La notizia di una tregua di trenta giorni, inizialmente prospettata da Zelensky e discussa nelle scorse ore dalle delegazioni statunitense e russa, ha acceso un nuovo capitolo nel conflitto che da tempo insanguina la regione. La prospettiva di un cessate il fuoco così lungo, in teoria finalizzato a dare spazio a negoziati più ampi, incontra però ostacoli sostanziali. Le ultime dichiarazioni provenienti dal Cremlino, per voce del portavoce Peskov, lasciano intendere un cauto ottimismo riguardo a una possibile soluzione diplomatica, eppure la strada verso un accordo vero e proprio appare incerta. La mattinata di venerdì 14 marzo, in cui si sarebbero concentrate queste trattative, è stata accompagnata da un flusso incessante di aggiornamenti e smentite, segnali contraddittori provenienti sia dal fronte russo sia da quello occidentale. Nelle ore successive, i canali di comunicazione tra Mosca e Washington avrebbero registrato ulteriori movimenti, ma ciò che emerge con maggior forza è l’impressione di un conflitto in cui ciascuno degli attori in campo cerca di orientare le proprie mosse con in mente la partita più ampia, che va ben oltre le semplici questioni territoriali.

La richiesta di una pausa temporanea delle ostilità, inizialmente presentata come un’occasione di trattativa, è stata spesso definita da parte ucraina con la parola “cessate il fuoco” o “tregua”. Il presidente Zelensky ha più volte ribadito, in discorsi televisivi e tramite comunicati ufficiali, di essere disposto a sospendere gli scontri nell’interesse della popolazione civile, a patto che ciò avvenga senza imporre all’Ucraina condizioni punitive o umilianti. D’altra parte, la Russia, nelle parole di Putin o di suoi emissari diplomatici, sembra incline a riconoscere solo un accordo che includa garanzie concrete sul proprio fronte. Secondo gli osservatori internazionali, infatti, è improbabile che Mosca possa accettare un semplice congelamento della situazione. Creare un intervallo di stasi potrebbe giovare soprattutto all’Ucraina, che ha urgente bisogno di rifornimenti, di un ricambio di truppe e di qualche settimana per riorganizzare la propria difesa. È ovvio che la Federazione Russa, avendo guadagnato ampi vantaggi tattici e strategici in determinate regioni, non desideri offrire all’avversario una pausa per respirare.

Questo contesto, quindi, contiene in sé tutti i presupposti per una fase di negoziazione particolarmente complessa. Ci sono parallelismi con situazioni passate, come gli accordi di Minsk o i diversi tentativi falliti di far tacere le armi in precedenti fasi del conflitto nell’Europa orientale. Da un lato, i rappresentanti di Kiev mostrano la volontà di bloccare l’azione militare ostile, confidando magari nell’aiuto degli alleati statunitensi ed europei per trarne beneficio sul medio periodo. Dall’altro, i russi appaiono tiepidi se non addirittura contrariati di fronte a qualsiasi cessazione delle operazioni che non sancisca, in modo definitivo, lo stato di fatto raggiunto sul campo. Se fino a qualche tempo fa, in corrispondenza di momenti di stallo bellico, si vociferava di un possibile accordo su confini e neutralità ucraina, oggi il Cremlino sembra voler spingere per ottenere di più, rilanciando sul piano politico e strategico, convinto di avere, come molti analisti ribadiscono, “il coltello dalla parte del manico”.

Tra gli elementi che hanno dato maggior forza alla Russia, si segnala la prolungata resistenza in aree chiave e l’avanzata decisa in altre zone. Molti osservatori sottolineano come l’Occidente, e l’Europa in particolare, non si trovino nella migliore delle condizioni per intervenire con efficacia. Washington, dopo l’avvio di una nuova fase politica, sembra più orientata a chiudere uno scontro giudicato troppo costoso, specialmente alla luce di un quadro economico interno che impone priorità di spesa diverse. Diversi esperti italiani, tra i quali Orsini, hanno messo in luce come Putin non abbia, in realtà, alcuna fretta di giungere a un cessate il fuoco. Il leader russo potrebbe preferire “far finta” di negoziare, lasciando spiragli diplomatici che, in concreto, non porteranno ad alcuna concessione seria da parte di Mosca.

Nel frattempo, la questione cruciale riguarda l’effettiva volontà di Washington di premere sull’Ucraina per accettare un accordo che, almeno in parte, vada incontro alle richieste russe. In quest’ottica, l’Unione Europea appare il soggetto più in difficoltà: legata a Kiev da un vincolo politico e morale, si trova al tempo stesso a fare i conti con la scarsa coesione interna, con spinte nazionaliste e con la prospettiva di nuove politiche di riarmo. L’Europa, dopo aver sostenuto per mesi la causa ucraina, potrebbe dover subire, almeno parzialmente, le decisioni di una trattativa condotta altrove, nei canali diretti tra Stati Uniti e Russia. In aggiunta, un eventuale congelamento del conflitto senza vere garanzie potrebbe alimentare la tensione nel lungo periodo, esponendo il continente a un potenziale conflitto ripreso con forza ancor maggiore, magari tra uno o due anni.

La prospettiva di un negoziato è stata salutata con apparente favore dalla stampa occidentale che, però, si domanda quanto sia realistico pensare che Putin rinunci a ulteriori obiettivi strategici. Perché, dunque, un leader che sta ottenendo successi militari dovrebbe cessare il fuoco senza ottenere concessioni sostanziali? Alcuni sostengono che la Russia potrebbe voler mostrare “buona volontà” per ridurre la pressione diplomatica e allentare il regime sanzionatorio. Altri, invece, ritengono che Putin intenda trarre vantaggio dall’incertezza politica americana, facendo passare il tempo in maniera strategica: gli Stati Uniti avrebbero tutto l’interesse a concludere questo capitolo, ma le divisioni interne alla loro classe politica e l’approccio di Trump, di certo più orientato a ridurre l’impegno bellico, complicano il quadro.

In tutto ciò, l’elemento più paradossale è la reale condizione militare in cui versa l’Ucraina. Alcune fonti internazionali, tra cui media come Le Monde o analisti indipendenti, hanno evidenziato come il fronte di Kursk, nel territorio russo, rappresenti un punto dolente per le forze di Kiev. Gli ucraini si sarebbero infatti trovati a dover arretrare quasi senza combattere, lasciando ai russi un margine enorme di manovra. Se si confermano queste notizie, appare evidente che l’esercito ucraino si trova in grave difficoltà. Senza uomini, con un arruolamento forzato e una catena di comando scossa dai recenti contrasti tra Zelensky e i partner occidentali, l’Ucraina rischia di dover negoziare da una posizione di estrema debolezza.

IL RUOLO DEGLI STATI UNITI E LE POSSIBILI IMPLICAZIONI DIPLOMATICHE

L’aspetto più determinante nelle dinamiche della tregua di trenta giorni è il rapporto tra Stati Uniti e Ucraina. Dopo mesi di sostegno pressoché incondizionato all’apparato militare ucraino, Washington ha iniziato a diradare la propria disponibilità, riducendo progressivamente i pacchetti di aiuti economici e tagliando perfino parte del supporto di intelligence. La nuova amministrazione di Trump – che, a distanza di tempo, conserva un’influenza politica considerevole sulle scelte del suo partito – è stata molto chiara nel voler riallocare risorse e attenzioni su altre priorità strategiche. Trump considera la guerra nell’Europa orientale un conflitto dal costo eccessivo, con benefici limitati per la sicurezza nazionale statunitense. A suo dire, la contrapposizione con la Russia potrebbe essere gestita altrimenti, per esempio tramite accordi commerciali o un allentamento delle tensioni, in modo da dedicare le energie a competere con la Cina sul piano economico e tecnologico.

Questo cambio di rotta, peraltro, non è condiviso all’unanimità negli Stati Uniti, eppure appare sufficiente a segnare un’inversione di tendenza rispetto ai primi mesi del conflitto, quando i convogli di armi e munizioni statunitensi giungevano quasi a cadenza settimanale, per alimentare la resistenza di Kiev. Oggi, diverse figure politiche e militari statunitensi ritengono che l’Ucraina non possa prevalere sul campo, quanto meno non con i mezzi attuali. Pertanto, si staglia all’orizzonte l’opzione di sedersi al tavolo con Mosca e chiudere l’episodio, a costo di accettare cessioni territoriali che un anno fa sarebbero state considerate inammissibili.

La stessa delegazione statunitense, in contatto con quella russa, ha verosimilmente comunicato al governo di Zelensky che la pazienza di Washington è in esaurimento. Una pace negoziata, anche se favorevole a Mosca, potrebbe essere presentata a buona parte dell’opinione pubblica americana come un atto di pragmatismo. In tempi di alta inflazione, crisi economiche e tensioni su altri fronti globali, gran parte dell’elettorato statunitense appare poco interessato a mantenere la pressione militare a est. D’altronde, la storia recente insegna che gli Stati Uniti tendono a spostare rapidamente l’attenzione da un teatro di crisi all’altro, se non ritengono più utile proseguire l’impegno.

Di conseguenza, Zelensky si trova in una posizione ingrata. Il presidente ucraino, che ha costruito il suo profilo politico sulla resistenza contro l’invasione russa, rischia oggi di esser spinto dai suoi stessi alleati a firmare un accordo poco vantaggioso e a dover “vendere” al proprio popolo una concessione dolorosa. Gli stati baltici e la Polonia, che pure avevano sostenuto con fervore l’azione ucraina, osservano con crescente perplessità la direzione degli eventi. Temono, infatti, che un accordo possa trasformarsi in un precedente pericoloso, oltre a confermare l’impressione di un Occidente diviso e non più capace di fronteggiare con unità le mosse di Mosca. La Polonia, in particolare, ha chiesto di ridispiegare testate nucleari statunitensi sul proprio territorio, ritenendole una garanzia contro possibili future espansioni russe. Ma l’ipotesi di spostare ulteriormente armamenti nucleari al confine con la Federazione Russa appare rischiosa e sembra contraddire l’intenzione di abbassare la tensione.

All’interno dello scacchiere, l’Unione Europea si trova in una vera e propria impasse. Da un lato, la retorica degli ultimi mesi è stata quella di opporsi a ogni concessione territoriale e di rafforzare le sanzioni contro la Russia, nella convinzione di poter logorare le finanze del Cremlino. Dall’altro, molti governi europei si rendono conto che la situazione militare è pesantemente a favore di Mosca e che scontrarsi ulteriormente con la Russia sul piano economico, diplomatico e militare potrebbe diventare un’impresa insostenibile. Mentre la Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, parla di un’ulteriore fase di riarmo “per la difesa del continente”, alcuni membri dell’UE temono che ciò non sia altro che una maniera per assecondare la volontà statunitense di vendere armamenti all’Europa, senza però ottenere un reale vantaggio strategico.

Questa dimensione di “dazi camuffati”, come alcuni commentatori l’hanno definita, preoccupa numerosi analisti economici e spinge persino alcuni rappresentanti istituzionali a chiedersi se davvero abbia senso procedere con un’escalation tecnologico-militare in un momento in cui la priorità dovrebbe essere la ricerca di stabilità. Il passaggio da un conflitto caldo, ma localizzato, a un confronto permanente potrebbe infatti trascinare il continente europeo in una situazione di tensione duratura, con potenziali conseguenze negative anche sulle filiere energetiche e su numerosi progetti industriali.

LA PROSPETTIVA DI MOSCA: POSIZIONI E CONDIZIONI DI PUTIN

Le parole pronunciate da Putin nelle ultime ore, in particolare durante la conferenza stampa con Lukashenko, rappresentano un tassello importante per comprendere la strategia russa. Il leader del Cremlino, rivendicando di aver proposto di sospendere gli scontri, sottolinea però che questa sospensione non potrà essere un semplice “congelamento” temporaneo. La Russia, nella sua narrativa, non è disponibile a un cessate il fuoco che serva soltanto a Kiev per ricevere nuove armi o per preparare una controffensiva. L’opzione di una tregua di trenta giorni deve, piuttosto, condurre a un accordo duraturo: l’idea di base è che le linee di demarcazione attuali – con la Russia che controlla ampie porzioni di territorio ucraino e infligge continue perdite alle forze di Kiev – vengano, se non riconosciute ufficialmente, quanto meno “accettate” come fatto compiuto.

Putin, in sostanza, mostra la convinzione di poter dettare le condizioni in virtù dei risultati militari acquisiti. I riferimenti alle linee rosse del 2022, ovvero la neutralità dell’Ucraina, l’assenza di forze NATO sul suo territorio e la non proliferazione di armi nucleari ai confini russi, restano centrali. A questi punti, tuttavia, potrebbero aggiungersene altri, correlati ai mutamenti intervenuti sul campo. L’idea che una parte consistente del Donbass, o addirittura aree come Odessa, possano essere incorporate nella Federazione Russa sembra oggi più concreta rispetto a un anno fa. Sebbene queste ipotesi fossero considerate estreme allo scoppio delle ostilità, il prolungarsi del conflitto e i nuovi equilibri sul terreno hanno spostato l’ago della bilancia.

Risulta particolarmente eloquente l’osservazione sulla regione di Kursk. Finché le forze ucraine mantenevano una parziale presenza in quell’area, la Russia poteva preferire un’avanzata graduale, per massimizzare la pressione su Kiev. Adesso che gli ucraini sarebbero in fase di ritirata, Mosca non avrebbe alcun interesse a sospendere le operazioni, proprio perché è sul punto di completare un’ulteriore “liberazione” – come la definisce la propaganda del Cremlino – e di consolidare la propria presa su quella porzione strategica di confine.

Non bisogna poi dimenticare la diffidenza storica della Russia nei confronti delle promesse occidentali. Al Cremlino ripetono continuamente che gli accordi di Minsk, finalizzati a porre fine alle tensioni nel Donbass prima dello scoppio dell’operazione del 2022, si sono rivelati inutili: i russi affermano che da parte di Kiev non ci fu mai reale intenzione di rispettarli, e che l’Occidente abbia semplicemente utilizzato tali accordi come strumento per guadagnare tempo. Da qui nasce lo scetticismo rispetto a una tregua non vincolata da garanzie ferree. Putin, e ancor di più i suoi generali, non vogliono ripetere l’errore di “concedere” una pausa al nemico, durante la quale l’Ucraina si riarmerebbe grazie al sostegno occidentale, pronta a riprendere il conflitto in un secondo momento.

In questa logica, la Russia potrebbe accogliere favorevolmente la proposta di un negoziato, ma porrà condizioni molto stringenti. Se Zelensky, spinto dagli Stati Uniti, si rifiutasse di assecondare tali richieste, la guerra potrebbe tranquillamente proseguire. Mosca sa di avere dalla propria parte la forza militare e la geografia: mentre l’Ucraina è devastata, la popolazione russa – pur colpita dalle sanzioni – appare compatta attorno al governo e non manifesta segni di rottura tali da destabilizzare il potere putiniano.

Alcuni analisti sostengono che sia proprio questa la strategia russa: procedere ancora per alcuni mesi, consolidare ulteriori porzioni di territorio, e infine strappare sul piano diplomatico concessioni insperate prima del 2022. In tal senso, “cessato il fuoco di 30 giorni” potrebbe rivelarsi soltanto uno slogan se non dovessero emergere condizioni reali di compromesso. È un rebus particolarmente difficile da decifrare, ma molti osservatori reputano probabile che Mosca, alla fine dei giochi, chieda non solo garanzie di neutralità ucraina, ma anche un ridimensionamento drastico dell’esercito di Kiev, l’impegno a non ospitare basi straniere, il riconoscimento della sovranità russa su alcune regioni e l’abbandono, de facto o de jure, della prospettiva NATO per l’Ucraina.

KURSK, LA SITUAZIONE MILITARE E LE RIPERCUSSIONI GEOPOLITICHE

Le notizie che arrivano da Kursk, sebbene siano molto meno al centro dell’attenzione mediatica rispetto ad altre città simbolo del conflitto, gettano luce su un passaggio che potrebbe avere conseguenze di vasta portata. Le forze di Kiev, che per mesi avevano parzialmente occupato o controllato alcune zone limitrofe al confine, si starebbero ritirando in modo rapido e disordinato. Secondo talune fonti, non vi sarebbe stata nemmeno una vera e propria battaglia di larga scala, quanto piuttosto una ritirata anticipata dovuta all’impossibilità di sostenere l’offensiva russa. Le Monde, quotidiano francese generalmente ben informato sui dossier internazionali, ha parlato di “cedimento quasi senza combattere”, indicando che l’esercito ucraino ha preferito salvare il salvabile e concentrare le truppe in altre aree, forse ritenute più critiche.

Se davvero Kursk cadesse definitivamente in mano russa, emergerebbe uno scenario analogo a ciò che si è già verificato nel Donbass, con la Russia che consolida un corridoio di sicurezza e riduce la possibilità che gli ucraini possano compiere raid o contrattacchi. Tra i timori di Kiev c’è la prospettiva che le forze russe possano, a questo punto, aprire nuovi fronti o spingersi ancora più all’interno. In un conflitto dove la Russia controlla i ritmi e i tempi di manovra, l’Ucraina si trova costretta a reagire con mezzi sempre più limitati.

In un quadro del genere, la richiesta di una tregua di 30 giorni ha tutte le sembianze di un tentativo estremo di salvare almeno in parte la situazione, rinviando una sconfitta più ampia e organizzando le linee difensive intorno a quelle che restano le grandi città e i principali snodi logistici ancora in mano ucraina. Il problema è che Mosca non sembra intenzionata ad “aiutare” Kiev in quest’operazione di salvataggio. Il Cremlino percepisce la svolta di Kursk come un’ulteriore conferma della propria superiorità militare e strategica. Di conseguenza, la Russia potrebbe rilanciare, strappando altre cessioni territoriali o, addirittura, spingendosi a richiedere il riconoscimento internazionale dei nuovi confini.

Questo snodo militare incide anche sul piano diplomatico. Un eventuale arretramento ucraino potrebbe suggerire all’Occidente che la partita è sostanzialmente perduta. Se si riduce la presenza di Kiev in zone di frontiera, se la linea del fronte si sposta sempre più verso ovest, e se la Russia acquisisce un corridoio terrestre ampio e sicuro, l’Occidente non avrà molta scelta se non “costringere” Zelensky a firmare un accordo. Qui però si apre la domanda su quali possano essere le conseguenze sul piano interno ucraino. Non è da escludere che, a fronte di una pace percepita come umiliante, emergano tensioni politiche a Kiev, con accuse di tradimento e possibili rivalità tra le forze rimaste fedeli a Zelensky e quelle più radicali, convinte che si debba combattere “fino all’ultimo uomo”.

Proprio la prospettiva di disordini interni in Ucraina preoccupa l’UE. Se il paese dovesse cadere in una fase di instabilità, con parti della popolazione esasperate e gruppi paramilitari pronti a compiere azioni di guerriglia, il conflitto rischierebbe di trasformarsi in una guerra frammentata e ancora più imprevedibile. Putin, paradossalmente, potrebbe trarne ulteriore vantaggio, presentandosi come colui che mette ordine in una regione altrimenti ingestibile.

Nel frattempo, i segnali provenienti dalle organizzazioni internazionali non sono incoraggianti. La NATO resta spaccata tra chi teme un eccessivo allargamento del conflitto e chi, come alcuni stati dell’Est, auspica un coinvolgimento maggiore degli Stati Uniti. L’ONU, dal canto suo, non possiede alcuna leva reale per imporre un cessate il fuoco. L’Europa, come si è già detto, affronta la questione del riarmo, una strategia che potrebbe rivelarsi economicamente insostenibile sul lungo periodo. Qualora si procedesse a una massiccia militarizzazione del continente, l’obiettivo di difendersi da un’eventuale minaccia russa futura si accompagnerebbe a costi di bilancio che potrebbero mettere in crisi le economie nazionali, gravate da un debito pubblico in crescita e da un contesto inflazionistico ancora delicato.

CONCLUSIONI E SCENARI FUTURI

La proposta di una tregua di trenta giorni, accolta con scetticismo da Mosca e con speranza da una parte dell’opinione pubblica occidentale, sintetizza le principali contraddizioni di questo momento storico. Da un lato, c’è la fortissima esigenza di concludere le ostilità, di far cessare le sofferenze della popolazione civile e di evitare ulteriori devastazioni. Dall’altro, c’è la consapevolezza che la Federazione Russa, potendo vantare una posizione di netta superiorità sul campo, non intende fermarsi senza ricevere adeguate garanzie. In un simile contesto, i margini di manovra dell’Ucraina, così come dell’Europa, sono estremamente ridotti.

Se in passato, nelle prime fasi del conflitto, si poteva pensare a un accordo che includesse qualche forma di compromesso territoriale, l’idea di un’Ucraina neutrale e l’astensione dal dispiegamento di truppe NATO, oggi la Russia sembra pronta a chiedere molto di più. Il sostanziale fallimento della controffensiva ucraina, il disimpegno progressivo degli Stati Uniti e la precarietà della situazione interna di Kiev si combinano per consegnare al Cremlino l’iniziativa strategica. Di conseguenza, la possibile intesa potrebbe non limitarsi alle linee di demarcazione del 2022, ma coinvolgere regioni e punti cruciali con rilievo geostrategico ancor più ampio.

A complicare ancor di più la faccenda c’è il nodo della NATO. Da tempo Mosca ribadisce che non accetterà un’Ucraina parte dell’alleanza atlantica, e che la presenza di armamenti americani in prossimità dei suoi confini rappresenta una minaccia esistenziale. L’Europa, dal canto suo, non può mostrarsi troppo cedevole: dopo aver lanciato a lungo dichiarazioni di principio sulla difesa della sovranità ucraina, un dietrofront eccessivamente netto renderebbe ancora più palese la debolezza politica dell’UE. Nei Paesi dell’Est, soprattutto Polonia e Stati Baltici, persiste il timore che un compromesso a vantaggio di Putin possa spianare la strada ad altre rivendicazioni territoriali e dimostrare all’opinione pubblica mondiale che la strategia russa di “fatto compiuto” funziona.

Al tempo stesso, la prospettiva di un conflitto interminabile è vista come catastrofica per molti interessi occidentali. Gli Stati Uniti non desiderano una Russia sempre più stretta nella sfera di influenza cinese e determinata a creare nuovi assi geopolitici. Gli europei temono per la loro sicurezza energetica e per la stabilità economica. Gran parte dell’opinione pubblica, dopo oltre un anno di notizie drammatiche, spererebbe che la diplomazia prenda finalmente il sopravvento.

In quest’ottica, potrebbe delinearsi uno scenario nel quale le trattative si prolungano per settimane, con una serie di incontri ufficiali o segreti, e la Russia continua a guadagnare terreno sul campo. Nel frattempo, Trump e i suoi collaboratori gestiscono con cautela i rapporti con Mosca, cercando di non mostrarsi eccessivamente accondiscendenti, ma al contempo senza rinnovare in modo massiccio gli aiuti a Kiev. Il risultato sarebbe un lento deteriorarsi della posizione ucraina, con conseguente spinta a firmare un cessate il fuoco, che magari diventerà, negli atti concreti, una resa parziale mascherata.

Per l’Europa, il prezzo da pagare sarà elevato: un continente più diviso, con un asse franco-tedesco in crisi e le nazioni dell’Est diffidenti verso Bruxelles, la necessità di procedere con un oneroso riarmo e la prospettiva di avere, sulla scena mondiale, un ruolo secondario, relegato a spettatore delle intese tra le grandi potenze. Il conflitto, d’altronde, ha già mostrato le fragilità strutturali dell’UE nel campo della politica estera e di difesa, dove prevalgono gli interessi nazionali e le spinte divergenti.

Le possibilità di un accordo di pace rapido e soddisfacente per Kiev appaiono quindi minime. Chi, come Orsini, aveva avvertito che la Russia non avrebbe avuto fretta di concludere, sembra essere stato ascoltato con troppo ritardo. Anzi, si può ipotizzare che Mosca, considerato lo scenario, miri a ottenere il massimo vantaggio, non solo a livello territoriale ma anche politico, smantellando gradualmente l’idea di un’Ucraina occidentale e filonatista pronta a entrare nell’Unione Europea.

Il futuro, perciò, potrebbe comportare un formalizzato cessate il fuoco a cui seguirà una pace molto parziale, che in diversi analizzeranno come un “congelamento” del conflitto più che una vera risoluzione. I rischi di recrudescenze, di conflitti interni al territorio ucraino e di instabilità regionale resteranno alti, specialmente se le condizioni di quell’accordo dovessero apparire inique a larga parte della popolazione.

In conclusione, la richiesta di Zelensky di una tregua di trenta giorni, sostenuta inizialmente da alcuni ambienti occidentali, non sembra avere grandi prospettive di successo, a meno che non si tratti di un preludio a un negoziato già deciso tra Putin e la delegazione statunitense, in cui l’Ucraina sarà chiamata a sottostare. L’Europa, nel frattempo, si interroga sul proprio ruolo e sulla congruità di un eventuale piano di riarmo, con la sensazione di trovarsi a dover pagare un conto salato, senza potersi davvero opporre alle volontà delle grandi potenze. In un simile scenario, l’unica certezza è che la diplomazia tornerà protagonista, ma potrebbe trattarsi di una diplomazia “armata” e fortemente sbilanciata, che tenderà ad avallare i rapporti di forza stabiliti sul campo. Se è vero che la Russia appare in vantaggio, la trattativa potrà un giorno stabilire punti fermi soltanto quando Putin deciderà che il prezzo e i benefici di continuare la guerra hanno raggiunto il loro punto di equilibrio. Fino a quel momento, la tregua resterà materia di speculazione o di annunci che, nelle condizioni attuali, hanno poche possibilità di realizzarsi appieno.

Articolo realizzato senza sponsor, con analisi indipendente e libera da vincoli esterni.
Commenti

Accedi per commentare

Leggi anche

Da approfondire
Suggerimenti coerenti con quello che stai leggendo.