Il vero motivo per cui nel film "Il Padrino" (1972) di Francis Ford Coppola Don Vito Corleone (Marlon Brando) accarezza per tutta la scena iniziale un gatto sulle ginocchia: nel copione non c'era nessun gatto, ma un micio randagio entrato negli studi si mise a fare le fusa così forte da coprire nei microfoni le battute di Brando!
Approfondimento
La scena di apertura de **"Il Padrino"** (*The Godfather*, **1972**) di Francis Ford Coppola è entrata nell'immaginario collettivo come una delle sequenze più iconiche della storia del cinema: nello studio in penombra con le persiane abbassate durante il matrimonio della figlia, l'anziano boss **Don Vito Corleone** (un magistrale **Marlon Brando** con le guance imbottite di cotone e poi di un apparecchio dentale in resina per dargli la mascella da bulldog!) ascolta in silenzio la supplica del becchino Amerigo Bonasera mentre **accarezza dolcemente sulle ginocchia un grosso gatto soriano grigio**.
Tutti i critici cinematografici del mondo hanno scritto fiumi d'inchiostro sul profondo significato simbolico di quel gatto, spiegando come il contrasto tra la tenerezza delle carezze al felino e la spietatezza degli ordini mafiosi di Don Vito rendesse il personaggio immediatamente umano, paterno e al tempo stesso imprevedibile. La verità dietro le quinte, svelata dallo stesso regista **Francis Ford Coppola**, è che **nella sceneggiatura originale scritta con Mario Puzo non c'era assolutamente nessun gatto**!
Quella mattina del 1971, mentre la troupe stava preparando le luci nei vecchi studi cinematografici *Filmways* di East Harlem a New York, Coppola vide trotterellare tra i cavi elettrici del capannone un **gatto randagio** che viveva negli studi dando la caccia ai topi. Conoscendo l'amore viscerale di Marlon Brando per gli animali e per l'improvvisazione sul set, Coppola prese in braccio il gatto dalla strada e, senza dire una parola a nessuno, **lo posò direttamente in grembo a Brando** un secondo prima di gridare *"Azione!"*.
Il micio randagio non ebbe la minima paura dei riflettori né delle telecamere: anzi, trovandosi coccolato dalle mani calde di Marlon Brando (che per tutti i sette minuti della scena non smise un istante di grattarlo dietro le orecchie e di giocarci senza mai perdere il filo del discorso!), il gatto si trovò così in paradiso che **iniziò a fare le fusa con la potenza di un piccolo motore diesel**!
Quando a fine giornata i tecnici del suono riascoltarono in cuffia le bobine audio registrate sul set, si misero le mani nei capelli: poiché Brando recitava il ruolo di Don Vito parlando con un filo di voce roca e sussurrata e aveva il microfono nascosto proprio sul bavero dello smoking a dieci centimetri dal muso del gatto, **sulla pista sonora il "rrrr-rrrr" delle fusa del gatto era così forte che copriva completamente quasi tutte le battute di Marlon Brando**, rendendo impossibile capire cosa stesse dicendo! I produttori della Paramount volevano tagliare la scena o rigirarla senza gatto, ma Coppola si oppose e costrinse Brando a chiudersi in sala di doppiaggio per **ridoppiare parola per parola sulla propria immagine tutte le sue battute della prima scena**, filtrando le frequenze basse delle fusa per salvare quell'incontro casuale con un randagio che aveva appena fatto la storia di Hollywood.
Tutti i critici cinematografici del mondo hanno scritto fiumi d'inchiostro sul profondo significato simbolico di quel gatto, spiegando come il contrasto tra la tenerezza delle carezze al felino e la spietatezza degli ordini mafiosi di Don Vito rendesse il personaggio immediatamente umano, paterno e al tempo stesso imprevedibile. La verità dietro le quinte, svelata dallo stesso regista **Francis Ford Coppola**, è che **nella sceneggiatura originale scritta con Mario Puzo non c'era assolutamente nessun gatto**!
Quella mattina del 1971, mentre la troupe stava preparando le luci nei vecchi studi cinematografici *Filmways* di East Harlem a New York, Coppola vide trotterellare tra i cavi elettrici del capannone un **gatto randagio** che viveva negli studi dando la caccia ai topi. Conoscendo l'amore viscerale di Marlon Brando per gli animali e per l'improvvisazione sul set, Coppola prese in braccio il gatto dalla strada e, senza dire una parola a nessuno, **lo posò direttamente in grembo a Brando** un secondo prima di gridare *"Azione!"*.
Il micio randagio non ebbe la minima paura dei riflettori né delle telecamere: anzi, trovandosi coccolato dalle mani calde di Marlon Brando (che per tutti i sette minuti della scena non smise un istante di grattarlo dietro le orecchie e di giocarci senza mai perdere il filo del discorso!), il gatto si trovò così in paradiso che **iniziò a fare le fusa con la potenza di un piccolo motore diesel**!
Quando a fine giornata i tecnici del suono riascoltarono in cuffia le bobine audio registrate sul set, si misero le mani nei capelli: poiché Brando recitava il ruolo di Don Vito parlando con un filo di voce roca e sussurrata e aveva il microfono nascosto proprio sul bavero dello smoking a dieci centimetri dal muso del gatto, **sulla pista sonora il "rrrr-rrrr" delle fusa del gatto era così forte che copriva completamente quasi tutte le battute di Marlon Brando**, rendendo impossibile capire cosa stesse dicendo! I produttori della Paramount volevano tagliare la scena o rigirarla senza gatto, ma Coppola si oppose e costrinse Brando a chiudersi in sala di doppiaggio per **ridoppiare parola per parola sulla propria immagine tutte le sue battute della prima scena**, filtrando le frequenze basse delle fusa per salvare quell'incontro casuale con un randagio che aveva appena fatto la storia di Hollywood.


