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Accordo tra Russia, Ucraina e Stati Uniti: l’Europa è tagliata fuori

26 febbraio 2025 11 min di lettura 234 visualizzazioni
conflitto in Ucraina
La recente evoluzione del conflitto in Ucraina ha portato allo scenario, apparentemente paradossale, di “negoziati” tra Stati Uniti e Russia, con l’Ucraina costretta a firmare accordi in parte svantaggiosi e con l’Europa praticamente esclusa dal tavolo. Oltre alle questioni territoriali (già cruciale il fatto che la Russia controlli un 20% dell’ex territorio ucraino), spicca la prospettiva di uno sfruttamento congiunto di enormi risorse (terre rare, gas, petrolio) da parte di Mosca e Washington, in ottica anticinese. A ben guardare, l’Unione Europea, pur avendo pagato costi altissimi in termini di energia, sostegno e sanzioni, non esercita un vero peso sulle decisioni finali.

In questa lunga analisi cercheremo di esporre:

  • Le ragioni dietro la guerra, e come mai la “spartizione” delle risorse sia diventata ora il tema cruciale.
  • Che ruolo svolgono i cosiddetti accordi sulle “terre rare” e perché le materie prime ucraine sono una torta estremamente ambita.
  • Come l’Europa abbia subito danni economici e politici, rimanendo fuori dal tavolo decisivo.
  • Quali sono i possibili esiti di questa “pace” – e se davvero avremo una pace stabile o soltanto una nuova forma di divisione.



1) La guerra e la questione delle risorse in Ucraina

L’invasione russa del febbraio 2022 (ma la guerra era iniziata già nel 2014 con l’annessione della Crimea) ha sin da subito evidenziato un aspetto determinante: l’Ucraina non è soltanto una fascia di confine tra l’Occidente e la Russia, ma un paese “ricchissimo” di materie prime e terre rare. Parliamo di litio, nichel, manganese, uranio e molto altro.

Le stime più citate parlano di:

  • 14 mila miliardi di dollari come potenziale complessivo delle risorse naturali ucraine (tra petrolio, gas, terre rare, prodotti agricoli di alto valore).
  • Un 20-30% di queste risorse concentrate proprio nelle aree a Est: Donetsk, Luhansk, Zaporižžja e parte di Dnipro.
  • Grandi giacimenti non ancora sfruttati, soprattutto di litio e di materiali essenziali per la produzione di batterie, semiconduttori e prodotti high-tech.


Fino a poco tempo prima del conflitto, varie aziende europee e occidentali iniziavano a interessarsi a concessioni minerarie in quei territori. A inizio 2022, l’Unione Europea si muoveva per ottenere diritti di estrazione, mentre la Cina era già in competizione con l’Europa.

La Russia, dal canto suo, possiede anch’essa immensi giacimenti di minerali strategici: nelle regioni artiche, nel Caucaso, in Siberia. Ma in un contesto in cui Pechino domina la scena globale delle terre rare, appare naturale che Mosca cerchi un partner alternativo: ecco perché ha iniziato gradualmente a guardare di nuovo verso Washington.


2) Perché gli Stati Uniti (e la Russia) avrebbero interesse a un accordo

Donald Trump, che ha preso le redini negli USA dopo la sconfitta elettorale di Biden (nel 2024), non nasconde il suo disinteresse a proseguire la “guerra per procura” dell’Amministrazione precedente. Nel suo linguaggio diretto, ha definito la guerra in Ucraina un “errore” che “si poteva evitare” e ha lasciato intendere che la “NATO non è più strategica come un tempo”.

C’è però un secondo punto fondamentale:
  • Gli Stati Uniti non vogliono che la Cina resti l’unica superpotenza nel campo delle materie prime fondamentali (litio, terre rare, ecc.).
  • La Russia desidera spezzare l’abbraccio “forzato” con Pechino, in cui era rimasta incastrata dopo le sanzioni occidentali.


Se, con un accordo con Washington, Mosca riacquistasse accesso ai mercati e potesse sviluppare congiuntamente la filiera delle terre rare e delle risorse ucraine, avrebbe un duplice risultato: consolidare la vittoria geopolitica (mantenendo i territori in cui ha già truppe) e ridurre la dipendenza dalla Cina.

Per gli Stati Uniti, un patto che assicuri l’ingresso privilegiato nelle miniere e nei giacimenti ucraini (e magari anche in parte di quelli russi) rappresenterebbe un colpo grosso per la propria industria, rendendo la filiera USA più competitiva.


3) L’accordo “terre rare”: le prime bozze e le modifiche

A un certo punto, sui media è circolata la notizia che Trump chiedesse all’Ucraina l’equivalente di 500 miliardi di dollari per “risarcire” gli sforzi bellici americani. Un paio di clausole pareva prevedessero che:

  • Si destinasse una quota fissa dei proventi delle risorse naturali ucraine (petrolio, gas, litio, terre rare) agli USA.
  • Fosse la Casa Bianca a gestire alcuni giacimenti in Donbas, e anche aree strategiche se occupate dalla Russia poi “subappaltate” a società americane.


Zelenski inizialmente si è detto “sconvolto” da tali richieste, e in un discorso pubblico ha tuonato: “Non ipotecherò il mio paese per 10 generazioni!”
Tuttavia, la realtà dei fatti è che, senza la copertura statunitense, l’Ucraina non può resistere (in armi o in negoziati). E quindi, man mano, gli inviati di Zelenski hanno dovuto cedere. Nelle versioni più “recenti” dell’accordo, scompaiono i 500 miliardi “una tantum”, ma compare un meccanismo più sottile: un fondo in cui affluirà il 50% dei ricavi futuri derivati dallo sfruttamento di nuovi giacimenti.

Parallelamente, pare che:

  • L’Ucraina voglia mantenere fuori dalle clausole le aziende già esistenti (tipo Naftogaz).
  • Gli USA rifiutino di inserire garanzie esplicite di difesa militare (“Non vogliamo impegnarci a schierare truppe in Ucraina”).


Quindi, di fatto, l’Ucraina consegna parte dei propri proventi minerari a un consorzio di imprese americane, e in cambio spera di assicurarsi almeno la “protezione politica” di Washington contro futuri attacchi russi.


4) Russia e Stati Uniti: dalla rivalità alla complicità anticinese

La vera chiave di volta è la scelta di Mosca, che negli anni scorsi si era avvicinata a Pechino per compensare le sanzioni occidentali, ma che non intende diventare un satellite cinese. L’avvento di Trump con la sua logica di “realismo affaristico” ha aperto una breccia: una Russia pragmatica e un’America trumpiana possono trovare un punto d’incontro a scapito della Cina e dell’Europa.

  • Mosca conserva i territori conquistati in Donbas e si assicura che quei giacimenti, anche potenziali, siano co-sfruttati con partner americani.
  • Trump ottiene così la rimozione della Russia dall’orbita di Pechino, spezzando la convergenza russo-cinese che gli Stati Uniti temevano come “asse autoritario”.


In sostanza, l’Ucraina viene divisa in zone: una parte rimasta a Kiev, e i distretti orientali saldamente controllati dalla Russia. Le materie prime verranno con molta probabilità sfruttate in cooperazione “Russia-USA”, con qualche brand emergente. E in futuro, forse, un piccolo angolo di partecipazione per aziende di Kiev, ma su contratti decisi dai due colossi.


5) L’Europa: sconfitta sul piano politico

Dopo aver sostenuto le sanzioni, dopo aver subito gli effetti dei rincari energetici e dell’inflazione, l’Unione Europea pare non avere voce in capitolo. Ha subìto uno “shock industriale” (specie in Germania, in recessione da due anni) e si è ritrovata a dover investire miliardi in difesa e sostegni a Kiev. E alla fine, l’accordo cruciale per lo smembramento e la ricostruzione dell’Ucraina si stipula senza che Bruxelles conti davvero qualcosa.

Molti osservatori sottolineano che l’errore strategico dell’Europa è stato l’allineamento totale a Biden: quando Biden ha perso le elezioni e Trump ha ripreso il potere, l’UE è rimasta “orfana” di un sostegno alla propria linea. Ora, con Trump che cambia rotta, l’UE è un passo indietro, disarmata, guardando “i due” (USA e Russia) sedersi e spartirsi la torta.


6) L’episodio di MaroÅ¡ Å efčovič e il sospetto sul nesso “estrazioni UE – scoppio della guerra”

In un’intervista di Giuseppe Sabella, riportata da alcuni giornali e siti, si menziona un possibile collegamento tra:

  • La visita di MaroÅ¡ Å efčovič, vicepresidente della Commissione Europea, a Kiev (luglio 2021) per definire accordi estrattivi sul litio ucraino.
  • Il successivo interesse europeo ad acquisire i diritti su alcuni giacimenti nelle regioni di Donetsk e Dnipro.
  • Lo scoppio della guerra, a febbraio 2022, e l’avanzata russa su quei territori.


Se pure non si può ridurre l’invasione a un “semplice” colpo di mano per annullare i diritti estrattivi dell’UE, certo è un tassello in un puzzle: la Russia è da tempo attenta a impedire che l’Ucraina diventi un grande fornitore di risorse per l’Occidente. Temeva anche (forse) la prospettiva di una NATO “mineraria” nel Donbas, e così “ha spezzato l’ala” all’Europa.


7) Kiev, fra resa e sfruttamento: il ruolo di Zelenski

È inevitabile che in uno scenario simile il presidente Volodymyr Zelenski finisca con le mani legate. La “copertura americana” è vitale per l’Ucraina, ma adesso gli USA l’hanno venduta a un accordo bilaterale con Putin. Zelenski sembra:

  • Costretto ad accettare la spartizione territoriale.
  • Obbligato a siglare un patto che lascia all’America una fetta grossa dei profitti futuri del sottosuolo.


L’alternativa (combattere da soli contro la Russia e un’America disinteressata) è praticamente impossibile. Zelenski paga lo scotto di aver creduto che la NATO avrebbe sostenuto all’infinito una guerra destinata comunque a una stasi. Lo si capiva fin dal 2022, guardando la forza militare russa e la mancanza di coinvolgimento diretto occidentale sul campo.

Qualcuno, come l’analista Sabella, ricorda i primi negoziati di Istanbul (primavera 2022), in cui Kiev avrebbe potuto ottenere risparmi di vite e uno status negoziale diverso. Poi però, sembra che l’influenza di Londra (con Boris Johnson) e di Washington abbia spinto Zelenski a non firmare. Oggi, un anno e mezzo dopo, il prezzo è la semi-sudditanza agli accordi russo-americani.


8) L’Europa e la tentazione di sequestrare i beni russi: un pericolo

Come se non bastasse, alcuni ipotizzano che l’UE — esclusa dal “nuovo ordine” — reagisca con un colpo di testa: espropriare (non solo congelare) i beni russi in Europa, per avere un “potere negoziale”. Ma questa mossa è considerata dalla maggior parte degli economisti un suicidio finanziario, perché romperebbe la fiducia di investitori stranieri. Un simile atto punterebbe a “costringere” Mosca a includere l’Europa nel dialogo, ma rischierebbe di scatenare ritorsioni russe e fuga di capitali.

In altre parole: davanti a una sconfitta diplomatica, l’UE valuterebbe di “ficcarsi nei guai” ancora di più. Uno scenario piuttosto allarmante.


9) L’effetto boomerang sull’industria e sulla società europea

Oltre al fatto di essere tagliata fuori dalla “futura Ucraina” (almeno dal punto di vista economico), l’Europa sta già patendo la recessione tedesca, i prezzi dell’energia alti, l’inflazione e le tensioni commerciali con Washington (i dazi di Trump). Il Green Deal e la transizione ecologica, che sarebbero opportunità, incontrano ostacoli a causa di questa crisi. Molte imprese e filiere escono malconce, e i cittadini pagano un conto salatissimo.

Il timore è che, se l’Europa non trova una linea comune e un ruolo negoziale autonomo, resti a metà: sconfitta dalla Russia sul “fronte” (via sanzioni che non hanno portato grandi risultati), e sorpassata dagli Stati Uniti nel grande gioco dei minerali e dei mercati mondiali, con la prospettiva di subire nuove imposizioni.


10) Conclusioni: una guerra che ha riportato in auge la logica dei “due giganti” e messo in ginocchio l’UE?

In sintesi, la storia di quest’ultimo anno abbondante di conflitto e di diplomazia ci dice:

  • La NATO, in pratica, ha perso la sfida militare in Ucraina. O meglio, la Russia non è stata sconfitta, e Kiev non ha retto abbastanza da riconquistare i territori perduti.
  • Donald Trump, subentrando a Biden, ha cambiato l’approccio: niente più lunga guerra, ma un rapido accordo con Putin, in cui la Russia si impegna a staccarsi dalla sfera cinese e a concedere agli USA un ruolo-chiave nello sfruttamento delle risorse.
  • L’Europa, che si era caricata di costi e sanzioni, si trova ai margini, e se volesse forzare la mano, rischierebbe un auto-sabotaggio.
  • L’Ucraina, distrutta, dovrà accettare di cedere quote di sovranità economica, oltre a dover rinunciare a buona parte dei territori orientali.


A volte, in modo quasi brutale, la Realpolitik prevale sulle narrazioni “morali”. Putin e Trump, da avversari, diventano co-gestori di una “nuova rotta commerciale” che esclude Pechino e l’UE. L’Unione Europea, probabilmente, deve rivedere molti errori strategici commessi (dalle forniture energetiche alla questione difensiva) e ripartire con un vero coordinamento.

L’amara constatazione è che i centinaia di miliardi destinati a Kiev dall’Occidente hanno portato, di fatto, solo a un conflitto prolungato e a un esito che vede l’Ucraina smembrata e l’Europa scavalcata. Zelenski, presentato come “eroe della resistenza”, chiude la partita in posizione di estrema debolezza, costretto a firmare accordi sfavorevoli pur di salvare qualcosa.

Tantissimi dubbi resteranno sul “che sarebbe successo se…”. Per esempio, se nel 2022 Kiev avesse chiuso un accordo a Istanbul. Se l’Europa avesse preso un’iniziativa diplomatica o strategica autonoma. Se i Paesi UE non avessero proseguito con certe sanzioni rivelatesi boomerang, come i price cap sul gas.

Oggi, con i nuovi equilibri dominati da un’America “affaristica” (Trump) e una Russia che si smarca dalla Cina, l’UE appare al palo. E i cittadini europei si trovano a fare i conti con inflazione, prezzi altissimi, tagli di forniture energetiche, e la prospettiva di decenni di maggiori spese militari per inseguire una sicurezza che, a conti fatti, non è più garantita.
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