Alan Greenspan è passato alla storia come uno degli economisti più influenti di sempre. Per ben 18 anni (dal 1987 al 2006) ha ricoperto il ruolo di Presidente della Federal Reserve statunitense, influenzando politiche economiche e monetarie da Ronald Reagan fino a George W. Bush. A lungo celebrato come il “maestro” capace di interpretare con lucida preveggenza i trend dell’economia mondiale, si è però trovato nell’occhio del ciclone all’indomani della crisi finanziaria del 2008. Molti osservatori, analisti e media lo hanno indicato come uno dei principali artefici, o quantomeno responsabili indiretti, di quel crollo epocale che ha messo in ginocchio milioni di famiglie, imprese e intere nazioni.

Ma perché un uomo venerato come un oracolo è stato poi additato come colui che ha “rotto” l’America? Quali sono stati i pilastri teorici e pratici della sua azione? E soprattutto, come è possibile che il principale custode della stabilità finanziaria a livello mondiale non abbia saputo (o voluto) prevenire il disastro dei mutui subprime? Cerchiamo di fare luce sulla parabola di Greenspan, un personaggio che incarna perfettamente i successi e i fallimenti del capitalismo contemporaneo.

Le origini di una leggenda: dalle aule di economia al “mago dell’analisi”

Alan Greenspan nasce a New York il 6 marzo 1926 da famiglia di origini ebraiche, con parenti in parte provenienti dalla Russia. Fin da giovane, più che alla finanza, si dedica con passione alla musica jazz, attività che esercita professionalmente come clarinettista e sassofonista. Tuttavia, il suo destino prende un’altra direzione quando, dopo gli studi in economia, comincia a lavorare come analista presso la Conference Board, un think tank americano sostenuto da imprese private e pubbliche.

È il 1952 quando Greenspan pubblica un articolo in due parti dal titolo “The Economics of Air Power” (L’economia della forza aerea). In piena Guerra di Corea, le sue tesi colpiscono il Pentagono e la Casa Bianca, offrendo un’analisi meticolosa su quanto e come spendere per rafforzare l’esercito statunitense. Gli articoli lo consacrano immediatamente agli occhi dell’opinione pubblica come un “genio dell’economia”. Da lì, la carriera decolla: nel tempo, Greenspan apre una propria società di consulenza, la Townsend-Greenspan, collaborando con colossi quali JP Morgan, Mobil ed Aluminum Company of America. Nel frattempo, la sua fama si diffonde e, ancor di più, vengono notate le sue idee controverse in materia di politica economica.

Le radici filosofiche: l’incontro con Ayn Rand e l’oggettivismo

Un aspetto fondamentale per comprendere la visione economica di Greenspan è la sua vicinanza al pensiero di Ayn Rand. Ayn Rand, autrice russo-americana, è passata alla storia per la filosofia denominata “oggettivismo”, ben delineata nel suo romanzo-culto “La rivolta di Atlante”. In sintesi estrema, l’oggettivismo postula che:


  • Lo scopo della vita umana è la felicità.
  • L’unico modo per realizzare razionalmente tale felicità è l’egoismo produttivo.
  • Il sistema sociale che permette di sviluppare al meglio quest’egoismo, inteso come volontà di produrre e creare ricchezza, è il capitalismo estremo.


Con tali premesse, concetti come collettività e altruismo sono sostanzialmente rifiutati. Greenspan non soltanto abbraccia questa visione, ma stringe anche una profonda amicizia personale con Rand. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche del “New York Times”, sarebbe stata proprio Rand a incoraggiare Greenspan a entrare nelle istituzioni americane, così da realizzare “dall’interno” il sogno di un mercato quasi completamente deregolamentato.

Il salto in politica: tra repubblicani e la Casa Bianca

Negli Stati Uniti, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, la contrapposizione politica fra democratici e repubblicani rispecchia anche due visioni diverse in ambito economico: i democratici, tendenzialmente più aperti a interventi statali (sussidi, regolamenti, ecc.), e i repubblicani, più propensi a tagli alle tasse e a una minor presenza dello Stato nell’economia. Per Greenspan, intenzionato a sostenere l’ideale di un mercato libero al massimo grado, sembra naturale avvicinarsi ai repubblicani.

È il 1974 quando, sotto la presidenza di Gerald Ford, Greenspan viene nominato a capo del Consiglio dei consulenti economici della Casa Bianca. Qui, influenza la politica economica di Ford e del suo vice, Nelson Rockefeller. In un contesto di crisi post-petrolifera, Ford varò una significativa riduzione delle tasse a livello federale, scelta che favorì la ripresa dei consumi interni e delle imprese.

Da Reagan a Bush: la nomina a Presidente della Federal Reserve

Nel 1981, un altro repubblicano, Ronald Reagan, riprende la politica dei tagli alle tasse e, coerentemente con la sua visione liberista, sceglie Alan Greenspan come Presidente della Federal Reserve nel 1987. La Federal Reserve, o Fed, è (teoricamente) un ente indipendente dal governo, ma con compiti essenziali:

  • Regolare i tassi di interesse.
  • Emettere moneta e controllarne la quantità in circolazione. [*]Supervisionare banche commerciali e holding bancarie.


In pratica, si tratta del principale organismo di vigilanza e controllo del sistema finanziario. La Fed può decidere di aumentare i tassi di interesse per contrastare un’inflazione crescente o una bolla speculativa, rendendo più costoso il denaro e dunque frenando prestiti e investimenti. Oppure può abbassarli per incentivare il credito, favorendo investimenti e consumi. È una leva potentissima per influenzare l’intera economia.

Il “Black Monday” e la prima “magia” di Greenspan

A soli due mesi dall’insediamento di Greenspan, il 19 ottobre 1987, si verifica il Black Monday di Wall Street, quando il mercato azionario subisce uno dei peggiori crolli dai tempi della Grande Depressione del 1929. In risposta, Greenspan taglia i tassi di interesse e fornisce “ampia liquidità” al sistema bancario, permettendo alle banche di accedere a prestiti a basso costo e di intervenire in massa per l’acquisto di azioni di aziende in difficoltà. Il mercato si riprende e si delinea quella che successivamente verrà definita “Greenspan Put”: in sostanza, se il mercato avesse rischiato un crollo, la Fed sarebbe intervenuta a salvarlo. Gli investitori da quel momento sanno che esiste un paracadute istituzionale che mitiga i rischi di pesanti perdite.

Le crisi degli anni ’90 e la bolla delle dot com

Nel corso del suo lungo mandato, Greenspan affronta altre crisi:

  • La crisi asiatica del 1997.
  • La prima Guerra del Golfo.
  • Lo scoppio della bolla delle dot com tra il 2000 e il 2002.


Nella maggior parte dei casi, la strategia è la stessa: tagliare i tassi e iniettare liquidità. Questa mossa, per un certo periodo, funziona. I mercati ringraziano, la politica e l’opinione pubblica celebrano Greenspan come “il maestro”. Tuttavia, a partire dallo scoppio della bolla tecnologica, quando si perdono in borsa migliaia di miliardi di dollari, cominciano a emergere le prime, serie perplessità: e se dietro quest’apparente abilità ci fosse in realtà una volontà di deregolamentare eccessivamente il mercato, lasciandolo gonfiare e sgonfiare in maniera pericolosa?

La “cura” ai primi anni 2000: tassi bassissimi e mutui subprime

Dopo la bolla delle dot com, gli attacchi dell’11 settembre e gli scandali finanziari (Enron in primis), l’America si trova in un periodo di incertezza. Greenspan interviene ancora una volta abbassando i tassi di interesse in modo drastico, fino all’1% nel 2004, per dare nuova linfa all’economia. Ed è qui che si crea la miccia per la crisi del 2008: con tassi così bassi, migliaia di americani corrono a comprare casa con mutui a tasso variabile, spesso concessi a persone senza adeguate garanzie. È la stagione dei mutui subprime.

Sul momento, tutto sembra fantastico: prestiti facili, prezzi delle case in continuo aumento, investitori che acquistano prodotti finanziari “impacchettati” (i CDO, Collateralized Debt Obligation) contenenti proprio questi mutui rischiosi. Ma quando i tassi vengono rialzati nuovamente dal 2004 al 2006, chi ha contratto un mutuo subprime si ritrova spese triplicate o quadruplicate. Milioni di americani non riescono più a pagare la rata, le banche cominciano a pignorare case a raffica, il valore degli immobili crolla e quei famosi CDO diventano carta straccia. È l’inizio della più grande crisi finanziaria globale del dopoguerra.

La crisi del 2008 e le accuse a Greenspan

Negli anni successivi, molti economisti e media puntano il dito contro Greenspan. Come è possibile che l’uomo che sapeva non abbia prevenuto lo scoppio della bolla immobiliare? Perché la Fed, pur avendo gli strumenti per regolamentare alcuni di questi prodotti finanziari, non è intervenuta nel frenare lo spropositato mercato dei mutui subprime e delle cartolarizzazioni?

Le risposte di Greenspan sono in parte ammissioni di “errore di valutazione” e in parte difese del suo postulato fondamentale: il mercato libero tende ad autoregolarsi. Questa convinzione, maturata negli anni della vicinanza a Rand, lo ha portato a credere che le bolle, pur esistendo, fossero danni collaterali minori rispetto ai benefici di un’economia lasciata libera di espandersi.

La realtà, però, ha mostrato l’altra faccia della medaglia: negli Stati Uniti, e per riflesso nel mondo, la disuguaglianza economica è aumentata, molte famiglie hanno perso la casa, e la fiducia generale nel sistema bancario e finanziario ne è uscita pesantemente compromessa. Ancora oggi, alcuni degli effetti di quella crisi non possono dirsi superati del tutto, tanto che la Federal Reserve continua a oscillare tra rialzi e ribassi dei tassi d’interesse, nel tentativo di tenere sotto controllo inflazione, speculazioni e debiti pubblici crescenti.

L’eredità di Greenspan e la domanda finale

Oggi, Alan Greenspan ha quasi 99 anni(Nascita: 6 marzo 1926) ed è ricordato come una figura controversa. Da un lato, gli va riconosciuto il merito di aver traghettato l’economia americana fuori da diverse crisi, dal Black Monday alla crisi asiatica, con manovre rapide e coordinate. Dall’altro, la crisi del 2008 appare come l’esito di un lungo percorso di deregulation e incentivi a una finanza sempre più aggressiva, che ha creato una gigantesca bolla immobiliare pronta a esplodere.

Greenspan, definito da alcuni “The Man Who Broke America”, incarna forse il paradosso di un sistema che ha beneficiato dei mercati liberi fino a quando tutto è andato bene, ma che poi ha richiesto un salvataggio pubblico quando il castello di carte è crollato. Ciò apre la questione se, in futuro, assisteremo ad altre “superbolle” innescate da tassi troppo bassi e da un circolo vizioso di speculazioni. Al momento non esiste una risposta certa; di sicuro, la storia di Greenspan resta un monito sul rischio di confidare ciecamente nell’assunto che “il mercato si regola sempre da sé”.

“Ho trovato un difetto nel mio modello del modo in cui il mondo funziona. Ero convinto che l’interesse personale delle istituzioni di credito fosse tale da proteggerle dal prendere troppi rischi.” Alan Greenspan, 2008


Conclusioni

La lezione di Alan Greenspan, a dispetto delle polemiche, rimane complessa e affascinante. Come alcuni grandi pensatori o uomini di stato, anche lui è stato artefice di interventi che hanno mostrato aspetti luminosi (la rapidità nel contenere alcune crisi) e tenebrosi (l’aver contribuito, con la sua politica monetaria, a creare le condizioni per la più grande recessione mondiale dalla Grande Depressione).

Tra chi lo vede come un “Kissinger dell’economia” e chi lo considera un semplice burattinaio sfuggito di mano, una cosa è certa: la storia non potrà mai dimenticare l’impronta di Greenspan sul sistema finanziario. E se oggi ci chiediamo se un altro collasso possa ripetersi, con un nuovo rialzo o ribasso dei tassi di interesse, be’, stando ai fatti, abbiamo già visto come tutto possa accadere. Un motivo in più per rimanere vigili e pretendere maggiore responsabilità e trasparenza da parte di chi regge le sorti delle economie nazionali e globali.