Nelle ultime settimane si è parlato di possibili tensioni tra Stati Uniti e Canada, legate alle politiche economiche e alle barriere doganali introdotte dall’ex presidente Donald Trump. Un capitolo assai curioso e poco conosciuto di questa vicenda riguarda nientemeno che l’Alaska, quello sterminato e remoto lembo di terra che fa parte degli Stati Uniti ma che è geograficamente separato dai cosiddetti “contiguous states”. Il Canada, infatti, esercita un ruolo di “corridoio obbligato” per i trasporti da e verso l’Alaska, e alcuni politici canadesi hanno ipotizzato nuove misure per renderne più complicato l’accesso. Qualcuno ha addirittura ipotizzato lo scenario estremo di “bloccare” l’Alaska, tagliandone i collegamenti terrestri e, in parte, quelli marittimi e aerei.

Le origini storiche: come l’Alaska divenne statunitense Prima di addentrarci nel cuore della disputa contemporanea, è essenziale ricordare come l’Alaska sia finita agli Stati Uniti. Per secoli, questa vasta regione fu dominata dalle popolazioni native — Aleuti, Inuit, Tlingit, Haida, Athabaska — e solo nel XVIII secolo i russi vi fondarono i primi insediamenti coloniali. Nel 1867, lo zar Alessandro II, alle prese con difficoltà economiche e convinto che la Russia non potesse valorizzare quel territorio, decise di cederlo al governo americano per la somma di 7,2 milioni di dollari, in un accordo divenuto celebre come “Seward’s Folly”.
All’epoca, molti consideravano questo acquisto — poco più di 2 centesimi ad acro — un enorme spreco di denaro. L’Alaska appariva come un luogo inospitale e freddo, privo di risorse, se non qualche pelle di lontra o volpe. Eppure, la scoperta dell’oro, del petrolio e di altri giacimenti fece capire a posteriori che si trattò di un affare colossale. Nel 1959, l’Alaska divenne ufficialmente il 49esimo stato dell’Unione, a cui seguirà, appena un anno dopo, l’ingresso delle Hawaii come 50esimo.
Ma l’Alaska, con i suoi oltre 1,7 milioni di km², rimase (e rimane) geograficamente isolata: a separarla dagli “Stati Uniti contigui” ci sono centinaia di chilometri di territorio canadese. La mappa è piuttosto singolare: per recarsi da Seattle a Anchorage in auto, occorre attraversare i confini statali, poi passare in Canada (Columbia Britannica e Yukon), e infine rientrare in territorio statunitense all’altezza dell’estremità orientale dell’Alaska. Se il Canada volesse, potrebbe ostacolare questi passaggi, infliggendo un danno notevole.

Il concetto di “corridoio” e l’importanza delle strade canadesi Se negli Stati Uniti è frequente l’idea della Interstate Highway, che collega liberamente stati e regioni, per l’Alaska la situazione è diversa. La principale via di collegamento terrestre tra l’Alaska e il “Lower 48” (cioè i 48 stati contigui) è l’Alaska Highway, un tracciato di oltre 2.200 km costruito negli anni della Seconda Guerra Mondiale, inizialmente per scopi militari. Parte da Dawson Creek (in Columbia Britannica) e termina a Delta Junction (a sud-est di Fairbanks), costeggiando territori remoti e scarsamente abitati.
Oggi, i rifornimenti stradali dall’interno degli Stati Uniti verso l’Alaska passano per forza attraverso questa highway e per altre diramazioni minori. Lungo la strada, le stazioni di servizio e le piccole comunità canadesi offrono ospitalità a camionisti e turisti. Ma se, per ipotesi, il governo canadese volesse imporre pedaggi, limitazioni, controlli doganali punitivi o altre restrizioni, renderebbe i trasporti assai più costosi e difficili.
Dal punto di vista marittimo, la rotta che attraversa l’Inside Passage (in prossimità delle coste della Columbia Britannica) è uno dei canali principali per i traghetti e i cargo che dal Pacifico nord-occidentale statunitense salgono verso i porti dell’Alaska meridionale. Anche in questo caso, attraversare acque canadesi è quasi inevitabile, a meno di avventurarsi in rotte molto più lunghe e pericolose in pieno oceano, con conseguenti aumenti di costi e tempi.

Il contesto di tensione: i dazi di Trump e le reazioni canadesi Durante la presidenza di Donald Trump (2017-2021), si è verificata una guerra commerciale con l’imposizione di dazi su vari prodotti di importazione, tra cui acciaio, alluminio e altri beni, colpendo in modo rilevante partner storici come il Canada e l’Unione Europea. I rapporti con il Canada si sono fatti tesi, e la reazione canadese non si è fatta attendere: fu varato un contro-piano di dazi sui prodotti americani (compresi alcuni beni simbolici, come il bourbon e certe componenti industriali).
Qualcuno potrebbe chiedersi: “Ma perché il Canada si mette in rotta di collisione con l’ingombrante vicino meridionale?” In realtà, le relazioni tra Washington e Ottawa sono state tradizionalmente pacifiche, fondate su un grande scambio di beni e servizi. Il Canada è uno dei principali partner commerciali degli Stati Uniti e viceversa. Eppure, la retorica nazionalista di Trump e le politiche tariffarie hanno spinto diversi politici canadesi a evidenziare che anche loro hanno leve di pressione. Una di queste, appunto, è l’accesso all’Alaska.
Se inizialmente l’idea che il Canada potesse “chiudere i battenti” all’Alaska sembrava puramente teorica, alcuni rappresentanti locali (specie in Columbia Britannica e Yukon) hanno paventato misure come pedaggi per i camion diretti in Alaska, rallentamenti burocratici, e persino ipotesi estreme di impedire il transito di determinati prodotti. Sono manovre più simboliche che reali, e al momento non si è giunti a un vero blocco, ma il segnale politico è forte: “Se ci colpite con i dazi, potremmo colpire la vostra ‘provincia lontana’.”

Le basi legali: trattati e convenzioni sull’Alaska Highway Spesso si sente dire che la presenza di un accordo bilaterale impedisce al Canada di imporre pedaggi o restrizioni all’Alaska Highway. In effetti, esistono trattati che regolano la cooperazione per la manutenzione dell’autostrada, la rimozione della neve e lo sviluppo di infrastrutture accessorie. Ciò non significa tuttavia che il Canada non possa introdurre “tasse” sul trasporto, benché sarebbe una palese violazione dello spirito di tali accordi.
In un immaginario scenario di escalation, il governo federale canadese – o le autorità provinciali della Columbia Britannica – potrebbe disdire unilateralmente o sospendere la vigenza di determinate clausole, sostenendo che gli Stati Uniti hanno avviato una “guerra commerciale” e che le misure in reazione sono giustificate. Ciò porterebbe a un contenzioso internazionale, dove gli USA certamente reagirebbero con ritorsioni in altri settori. Ma non sarebbe la prima volta che i Paesi ricorrono a strappi, se la pressione interna e l’orgoglio nazionale lo richiedono.

Il potere dei pedaggi: un’arma a doppio taglio Alcuni politici canadesi hanno ipotizzato, come forma di ritorsione, di imporre pedaggi elevati ai camion americani che transitano attraverso la Columbia Britannica, diretti all’Alaska. L’effetto pratico sarebbe quello di alzare i costi di trasporto di merci come generi alimentari, materiale da costruzione, prodotti farmaceutici e via dicendo. L’Alaska, che già paga prezzi più elevati rispetto alla media degli Stati Uniti, vedrebbe i propri listini salire ulteriormente, con ricadute per i consumatori.
Bisogna ricordare, tuttavia, che la Columbia Britannica trae benefici dal passaggio di tali camion: acquista carburante, paga pedaggi ai traghetti interni, spende negli hotel locali. D’altro canto, il Canada venderebbe meno merci all’Alaska se la tensione crescesse. Un danno reciproco, insomma. Lo scenario più probabile è che i “pedaggi” resterebbero limitati a un valore simbolico, per dare un segnale politico, senza spingersi al blocco totale.

La geografia dell’Alaska: perché non può “sfuggire” al Canada Un fattore chiave è la natura impervia e frammentata dell’Alaska stessa. Lo stato americano conta piccole enclavi, come Hyder, situate geograficamente più vicine a cittadine canadesi che a qualsiasi centro statunitense. Nel Sud-Est dell’Alaska, la catena montuosa e i fiordi rendono impraticabili molti collegamenti via terra col resto dello stato. Spesso l’unico accesso è un traghetto o una strada che valica i confini canadesi.
Con meno di 700.000 abitanti (su un territorio vasto più di un sesto dell’intera superficie degli Stati Uniti), l’Alaska non ha un’economia paragonabile a uno stato industriale come il Texas o la California. È forte in alcune risorse naturali: petrolio, pesca, legname, ma i consumi interni sono relativamente bassi, e il fabbisogno di prodotti di ogni genere (dalle derrate alimentari ai beni di elettronica) deve in gran parte provenire da fuori. Quindi, la strada attraverso la Columbia Britannica è un “ombelico” logistico, una specie di “arteria” senza la quale l’Alaska si ritroverebbe isolata sul piano terrestre.

Oltre il blocco terrestre: l’importanza di mare e aria È pur vero che esistono alternative. Una gran parte dei rifornimenti dell’Alaska giunge via mare: per esempio, la rotta Seattle–Anchorage è coperta da navi cargo e traghetti, che non necessariamente devono toccare porti canadesi (anche se a volte lo fanno, nel cosiddetto Inside Passage). In caso di attriti con Ottawa, i cargo potrebbero navigare in acque internazionali, evitando la sosta a Vancouver o Prince Rupert. Questo allungherebbe i tempi di trasporto e aumenterebbe i costi, ma non bloccherebbe del tutto i flussi.
Sul fronte aereo, molti collegamenti dall’Alaska verso gli stati contigui transitano nel corridoio aereo su British Columbia e Alberta. Se il Canada fosse così ostile da negare i diritti di sorvolo, gli aerei dovrebbero volare attorno allo spazio aereo canadese, attraverso rotte più lunghe sopra l’oceano Pacifico o l’Artico. Una complicazione significativa, ma non insormontabile. Nel contesto di un conflitto diplomatico, sarebbe comunque un’escalation estrema, perché i diritti di sorvolo rientrano in convenzioni internazionali. L’ultimo ricorso a misure del genere si vede spesso nei confronti di nazioni con cui si è in rottura completa.

Scenari estremi: il Canada potrebbe “tagliare” l’Alaska? Alcuni commentatori hanno paventato uno scenario fantapolitico: l’idea che il Canada, stremato dalle politiche di Trump, “annetta” l’Alaska, o ne blocchi l’accesso su larga scala, per ritorsione. Un’ipotesi quasi da romanzo ucronico: sebbene l’Alaska confini con il Canada, appartiene legittimamente agli USA, e una manovra di tipo bellico o di chiusura delle frontiere con finalità di “assorbire” il territorio appare assurda e contraria ai principi di sovranità e di buona vicinanza.
Più realistico è lo scenario di uno scontro commerciale: pedaggi, restrizioni doganali, controlli stringenti, rallentamenti burocratici. Il Canada potrebbe colpire la supply chain verso l’Alaska, costringendo i costi a salire e l’economia locale ad annaspare. Gli Stati Uniti, a loro volta, potrebbero ritorsioni su altri prodotti canadesi (legno, agrifood, etc.), e si avvierebbe un circolo vizioso di dazi incrociati. In un contesto globale, però, entrambi i Paesi avrebbero da rimetterci in un conflitto protratto.

Perché allora il Canada minaccia l’Alaska? Si tratta, in gran parte, di un gioco di diplomazia muscolare. L’idea di colpire l’Alaska fa presa mediatica: da un lato, getta un’ombra su un simbolo del “wild west” americano, dall’altro segna un colpo d’orgoglio. Raramente un Paese minaccia apertamente di complicare la vita di un altro, e quando lo fa di solito si tratta di potenze in rapporti più ostili (Russia e Ucraina, ad esempio). Che il Canada, notoriamente pacifico, persino “gentile” nel cliché popolare, avanzi minacce verso gli Stati Uniti d’America, sembra surreale. Eppure riflette la tensione scatenata dai dazi.
Il Canada è un’importante potenza regionale, e i suoi rapporti con Washington si basano su scambi commerciali colossali (quasi 2 miliardi di dollari al giorno di interscambio). Se l’America impone barriere doganali, mette in difficoltà settori cruciali dell’economia canadese, dall’alluminio alla carne, al legno. Reagire colpendo l’Alaska potrebbe essere un modo per “far rumore” e attirare l’attenzione, sperando di ottenere concessioni o un ripensamento.

Reazioni e commenti negli Stati Uniti Negli ambienti politici statunitensi, l’idea che il Canada possa ostacolare l’accesso all’Alaska è vista con un misto di scetticismo e preoccupazione. “Non succederà mai, i canadesi non si spingerebbero così oltre,” sostengono i più moderati. Altri, però, ricordano che con Trump e la sua retorica, i rapporti si sono deteriorati e che la politica globale è imprevedibile. Il governatore dell’Alaska, e i rappresentanti a Washington, sdrammatizzano, affermando che la dimensione dei flussi di trasporto terrestri non è così grande, e che l’Alaska si regge su porti e aeroporti.
Eppure, i cittadini alascani sono preoccupati. Se veramente la tensione salisse e si arrivasse a pedaggi stradali elevati, i costi al dettaglio di alcuni prodotti potrebbero impennarsi, aggravando un mercato interno già costoso (basta pensare che i prezzi medi per i beni di prima necessità in Alaska sono più alti di almeno il 20-30% rispetto alla media statunitense). Gli esperti di logistica ritengono improbabile un blocco totale, ma non escludono ritardi e ostacoli.

Analogie e differenze con altre regioni “staccate” La situazione dell’Alaska non è unica: esistono altri territori politicamente collegati a uno Stato, ma geograficamente lontani. Esempi classici sono l’exclave di Kaliningrad per la Russia (circondata da Polonia e Lituania), la regione di Nakhchivan per l’Azerbaigian (separata dal corpo principale e contornata da Armenia e Iran), e persino il Canton di Basilea-Campagna in Svizzera (anche se in scala minore). Ogni enclave o exclave crea potenziali tensioni con i Paesi intorno. L’Alaska, però, è sterminata e ha una popolazione significativa, non è un minuscolo avamposto.
A differenza di enclavi di dimensioni ridotte, l’Alaska dispone di risorse naturali cospicue (petrolio a Prudhoe Bay, grandi distese di pesce e frutti di mare, foreste, riserve minerarie). In caso di vera crisi con il Canada, potrebbe persino sviluppare rotte marittime alternative, magari unendo la produzione locale di energia a soluzioni tecnologiche. Tuttavia, rimarrebbe un serio danno sul piano della facilità di approvvigionamento, del turismo e della cooperazione transfrontaliera.

Un possibile compromesso o un fuoco di paglia? Gli analisti sostengono che sia più probabile un compromesso piuttosto che un’escalation. Il Canada e gli Stati Uniti, storicamente, hanno risolto i loro contrasti commerciali con negoziati o con meccanismi come NAFTA (ora USMCA). Difficile immaginare una situazione in cui Ottawa blocchi l’Alaska Highway, a meno che la politica americana non riaccenda dazi su larga scala e adotti retoriche aggressive.
Molti, inoltre, richiamano l’attenzione su uno dei trattati di cooperazione più longevi e stabili al mondo: la Frontier Commission, che da oltre un secolo si occupa di definire e mantenere il confine fra i due Paesi, celebrato come il “più lungo confine pacifico della Terra”. Sostenere il passaggio e la reciproca fiducia è nel DNA di entrambi. Sicuramente, i discorsi di “bloccare” l’Alaska riflettono più una tattica politica, un avvertimento: “Non crediate che possiamo solo subire i vostri dazi, possiamo anche contrattaccare e punire un vostro punto debole.”

Il ruolo dei nativi e delle comunità locali Un aspetto raramente menzionato è l’impatto che simili tensioni avrebbero sulle popolazioni indigene, i “First Nations” in Canada e le comunità di nativi alascani. Queste popolazioni spesso vivono a cavallo del confine, con relazioni familiari o commerciali che lo attraversano. Tra Canada e Alaska esistono accordi tribali per la pesca, la gestione delle risorse, l’ospitalità reciproca. Un blocco o pedaggi esosi distorcerebbero secoli di scambi e amicizie. In questi contesti, la dimensione culturale e umana supera la pura logica dei dazi e dei pedaggi.
È risaputo che gli Inuit dell’area artica si spostano su rotte millenarie che talvolta tagliano i confini nazionali. Un conflitto commerciale di questo tipo non ne rispetterebbe le esigenze tradizionali. Molti clan Tlingit, Haida e Tsimshian vivono da entrambi i lati della frontiera, e la loro mobilità storica sarebbe penalizzata. In definitiva, la spaccatura di un’area così interconnessa impatterebbe non solo l’economia, ma la cultura e le tradizioni di popoli antichi.

Turismo e crociere: un ulteriore elemento di pressione L’Alaska è divenuta meta turistica di alto livello, in particolare grazie alle crociere estive lungo la Inside Passage, che toccano città come Ketchikan, Juneau, Skagway e proseguono in parte in Canada (Vancouver, Victoria). Se Ottawa fosse in rotta con Washington, basterebbe negare la possibilità di scalo alle navi statunitensi o rendere complicato il passaggio in acque canadesi: si otterrebbe così un crollo del settore crocieristico in Alaska, con un enorme impatto su ristorazione, alberghi, negozi di souvenir e guide locali.
Dopo la pandemia da Covid-19, in cui molte crociere furono annullate, l’Alaska stava faticosamente riprendendosi. Un colpo simile, seppur ipotetico, comprometterebbe la stabilità di migliaia di piccole imprese. Non è un caso che, durante le tensioni tra Canada e Stati Uniti (2020-2021) sulle restrizioni pandemiche, l’Alaska abbia accusato il Canada di “stritolare” la propria economia turistica, semplicemente tenendo chiusi i porti ai transiti delle navi da crociera.

Un paragone con “Kaliningrad” e la geopolitica delle exclavi Se l’idea di un Canada che isola l’Alaska può sembrare estrema, si noti come la Russia, in anni recenti, abbia mostrato molta attenzione ai corridoi terrestri che collegano Kaliningrad (sua exclave sul Baltico) con la Bielorussia. Nel conflitto in Ucraina, la Lituania ha talvolta minacciato di bloccare il transito dei treni diretti a Kaliningrad, provocando reazioni furiose del Cremlino. Niente di così drammatico è avvenuto tra Canada e USA, certo, ma la logica è simile: “Se hai un territorio scollegato, dipendi da me per i trasporti, quindi posso farti pressione”.
Negli scenari geopolitici, simili meccanismi di “ricatto” sono noti: basti guardare all’uso dei gasdotti russi verso l’Europa, o a come l’Armenia e l’Azerbaigian discutono dei corridoi di Nakhchivan. La differenza sta nella storia di cooperazione e di pace che caratterizza i rapporti USA-Canada, molto più solidi e meno inclini alle tensioni. Eppure, la retorica nazionalista di alcuni politici, soprattutto nel contesto di guerre commerciali, può far emergere minacce e idee inattese.

Le possibili contromosse americane Se il Canada davvero imponesse pedaggi proibitivi o limitasse l’accesso, gli Stati Uniti potrebbero rispondere con misure simili su altri fronti, come bloccare l’import di legname canadese o di prodotti alimentari, oppure agire su questioni riguardanti la pesca nelle acque contese dell’Atlantico nord-occidentale. Negli anni passati, le dispute su aragoste, granchi e salmoni hanno già creato tensioni tra i pescatori di Maine e di Nuova Scozia.
Un’escalation di ritorsioni non è nell’interesse di nessuno: l’economia canadese dipende per oltre il 70% dagli scambi con gli USA, e al contempo gli americani ricevono un notevole contributo di materie prime e di energia dal Canada (petrolio delle sabbie bituminose dell’Alberta, elettricità idroelettrica dal Québec, ecc.). Dunque, un conflitto prolungato risulterebbe distruttivo per entrambi.
Nel contesto statunitense, se l’Alaska sentisse minacciata la propria sopravvivenza economica, i senatori alascani a Washington farebbero pressioni immani per sbloccare la situazione, e sicuramente si passerebbe ad una trattativa a livello federale. Non da escludere che i dazi di Trump verrebbero rinegoziati, o che emergerebbe un compromesso sul NAFTA (oggi USMCA) ancor più favorevole al Canada, quale prezzo da pagare per evitare il “congelamento” dell’Alaska.

Conclusioni e riflessioni In definitiva, l’idea che il Canada possa isolare l’Alaska appare estremizzata, ma non del tutto priva di fondamento in uno scenario di tensioni commerciali e politiche. L’Alaska, con la sua posizione di exclave, rimane potenzialmente vulnerabile. Quanto a Trump, quando impose i dazi, forse non si aspettava la reazione decisa dei canadesi né considerò appieno il ruolo di “guardiano” che il Canada può esercitare sull’Alaska.
Tuttavia, la storia dei rapporti Canada-USA è ricca di cooperazione, di scambi intensi e di interessi comuni, e ben difficilmente si scivolerebbe in un conflitto così radicale. Resta però il messaggio che, nel mondo globalizzato, ogni territorio separato geograficamente dal resto del proprio Paese è esposto a potenziali pressioni esterne. L’Alaska è un caso emblematico: un immenso tesoro naturale e strategico degli Stati Uniti, ma ancorato a un corridoio stradale e marittimo controllato dal vicino settentrionale.
Se la politica si incattivisce, i trattati internazionali vengono messi in dubbio, e i cittadini possono ritrovarsi a pagare prezzi più alti per beni di prima necessità, o a subire limitazioni sulla circolazione. In un’era in cui i nazionalismi e le guerre commerciali sembrano riemergere, persino regioni come l’Alaska, che ci appaiono remote e maestose, potrebbero diventare “pedine” in un gioco di potere molto più vasto, fatto di dazi, pedaggi e spostamenti geopolitici.
Forse la lezione principale è che la prossima volta che osserveremo una mappa, ricordiamoci che la geografia non è mai solo un contorno, ma un destino: lo sapevano i russi con Kaliningrad, lo sapevano i sovietici che vendettero l’Alaska, e oggi, in un contesto di dazi e tensioni, può sperimentarlo anche l’America di Trump, costretta a fare i conti con la posizione fuori mano del suo 49esimo stato e con il ruolo cruciale del Canada, da cui di fatto dipende buona parte dell’accesso terrestre.
La domanda finale rimane: il Canada, un Paese sostanzialmente pacifico e dedito al multilateralismo, si spingerebbe davvero a bloccare l’Alaska come ritorsione? Probabilmente no, quantomeno non in maniera drastica. Ma la minaccia, o anche solo l’idea, dimostra quanto “vicini e cugini” possano influenzarsi, e come un banale conflitto sui dazi possa sfociare in scenari impensabili. E tu, lettore, che ne pensi? Sarebbe solo un’arma diplomatica di persuasione, o si rischia di assistere a un caso di exclave prigioniera in un mondo che ci siamo illusi fosse senza confini?