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Crisi chip e iPhone 18 Pro: il prezzo dell’AI potrebbe arrivare in tasca al consumatore

18 giugno 2026 13 min di lettura 116 visualizzazioni
iPhone 18 Pro potrebbe costare molto di più: la crisi dei chip DRAM e NAND, spinta dalla domanda AI, mette pressione sui prezzi Apple.
Il possibile aumento del prezzo di iPhone 18 Pro non nasce da una semplice scelta commerciale di Apple. Nasce da una pressione industriale più ampia, meno visibile e molto più concreta: la memoria digitale è diventata uno dei componenti più contesi dell’economia dell’intelligenza artificiale. DRAM e NAND, due sigle che di solito interessano solo agli appassionati di tecnologia, stanno entrando nel prezzo finale di smartphone, computer e tablet con una forza che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata eccessiva.

Secondo Reuters, Tim Cook ha confermato al Wall Street Journal che Apple prevede aumenti di prezzo legati alla crisi dei chip di memoria e archiviazione. Il CEO non ha indicato quali prodotti saranno colpiti, quando arriveranno i rincari né quanto saranno consistenti Reuters. Questo è il primo punto da tenere fermo: gli aumenti sono stati indicati come probabili e ormai difficili da evitare, ma il prezzo ufficiale di iPhone 18 Pro non esiste ancora.

La stima che fa discutere: 1.299 o 1.399 dollari

Il Wall Street Journal, usando stime di TechInsights, ha provato a calcolare quanto la crisi della memoria potrebbe incidere sul futuro iPhone 18 Pro. Il punto di partenza è tecnico, ma il risultato è molto semplice: se Apple volesse mantenere margini simili a quelli attuali, il prezzo del modello Pro potrebbe salire in modo sensibile.

Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, i 12 GB di DRAM previsti per iPhone 18 Pro potrebbero costare ad Apple circa 145 dollari, contro i 39 dollari stimati per iPhone 17 Pro. Anche lo storage NAND da 256 GB potrebbe salire da circa 13 dollari a circa 51 dollari Wall Street Journal.

La conseguenza, sempre secondo questa stima, è un aumento del costo industriale complessivo da circa 582 dollari a circa 726 dollari per unità. Per mantenere una struttura di margine comparabile, il prezzo americano di iPhone 18 Pro potrebbe quindi passare da 1.099 dollari a 1.299 dollari. Questo sarebbe già un aumento di circa il 18%.

Lo scenario da 1.399 dollari è ancora più pesante. Non nasce soltanto dalla memoria, ma dall’ipotesi che Apple introduca altri componenti più costosi, per esempio un sistema fotografico più sofisticato. In quel caso l’aumento rispetto ai 1.099 dollari dell’attuale modello Pro sarebbe di circa il 27%.

La differenza tra 1.299 e 1.399 dollari non è secondaria. Il primo valore è una stima più prudente basata soprattutto sul rincaro di DRAM e NAND. Il secondo è uno scenario più aggressivo, che presuppone anche un aumento di altri costi interni al dispositivo.

Il conto italiano va corretto con prudenza

Nel testo circola una cifra italiana molto forte: iPhone 18 Pro potrebbe arrivare intorno a 1.779 euro se si applicasse un aumento del 27% al prezzo attuale. Il problema è che il prezzo ufficiale italiano di partenza di iPhone 17 Pro, al momento, non è 1.399 euro ma 1.339 euro sullo store Apple Italia Apple Italia.

Questo cambia il calcolo.

Se si applicasse un aumento teorico del 18%, coerente con lo scenario americano da 1.299 dollari, si arriverebbe a circa 1.580 euro. Se invece si applicasse un aumento teorico del 27%, vicino allo scenario da 1.399 dollari, si arriverebbe a circa 1.700 euro.

Sono calcoli indicativi, non previsioni ufficiali. Il prezzo europeo non si ottiene convertendo meccanicamente quello statunitense. Entrano in gioco IVA, cambio valutario, garanzia, logistica, posizionamento commerciale e arrotondamenti di listino. Però il messaggio resta chiaro: se Apple trasferisse una parte consistente dei rincari sui consumatori, l’iPhone Pro potrebbe superare una soglia psicologica molto delicata.


Il punto non è stabilire oggi il prezzo esatto di iPhone 18 Pro. Il punto è capire che per la prima volta da anni il costo della memoria rischia di diventare una voce visibile nel prezzo finale del telefono.


Perché proprio la memoria è diventata così cara

La crisi non riguarda soltanto Apple. Riguarda l’intera industria dell’elettronica. La memoria DRAM serve ai dispositivi per gestire le operazioni in tempo reale: app aperte, sistema operativo, elaborazione fotografica, funzioni AI, multitasking. La NAND, invece, conserva dati, foto, video, file, app e cache.

Per molto tempo queste componenti sono state percepite come una parte ordinaria della scheda tecnica. Più RAM, più spazio, più prestazioni. Oggi, però, DRAM e NAND sono diventate componenti strategiche anche per i data center AI. I grandi gruppi tecnologici che costruiscono infrastrutture per l’intelligenza artificiale hanno bisogno di enormi quantità di memoria, soprattutto per server, acceleratori AI, SSD enterprise e memoria ad alta larghezza di banda.

IDC ha descritto la crisi come qualcosa di più profondo di un normale squilibrio ciclico: una possibile riallocazione strutturale della capacità produttiva verso segmenti più redditizi e legati all’AI IDC.

Questo significa che smartphone e PC non competono più soltanto tra loro. Competono con server e infrastrutture AI che possono pagare di più, firmare contratti più lunghi e assorbire volumi enormi. Il consumatore compra un telefono. Il produttore, però, deve procurarsi memoria in un mercato dove i clienti più aggressivi sono spesso le aziende che costruiscono data center.

Apple è potente, ma la filiera è cambiata

Apple è una delle aziende più forti al mondo nella gestione della supply chain. Per anni ha usato la propria scala per ottenere condizioni molto favorevoli dai fornitori. Questo vantaggio non è sparito, ma oggi è meno assoluto.

Secondo Reuters, Cook ha spiegato che Apple ha cercato di attenuare l’impatto dei rincari, ma che la situazione è diventata troppo pesante per essere assorbita interamente. Ha anche escluso, almeno per ora, che Apple costruisca direttamente fabbriche di memoria Reuters.

La scelta è comprensibile. Apple progetta chip proprietari molto avanzati, ma la produzione di memoria è un settore industriale diverso, ciclico, costoso e dominato da aziende specializzate come Samsung, SK Hynix, Micron, Kioxia e Sandisk. Costruire fabbriche dedicate significherebbe impegnare capitali enormi in una catena produttiva che Apple non controlla tradizionalmente in modo diretto.

L’azienda può usare la liquidità per sostenere contratti, anticipi o accordi di fornitura. Può allargare la base dei fornitori. Può ridisegnare le configurazioni dei prodotti. Può assorbire una parte dei costi. Ma non può cancellare da sola una scarsità globale.

Il prezzo dell’iPhone diventa il sintomo di un mercato più ampio

L’iPhone ha un peso simbolico particolare. Quando aumenta il prezzo di un computer o di una console, la notizia resta nel settore. Quando aumenta l’iPhone, il segnale diventa culturale. Non perché tutti lo comprino, ma perché l’iPhone è ancora il riferimento del segmento premium.

Se iPhone 18 Pro dovesse davvero partire da 1.299 dollari o, nello scenario più duro, da 1.399 dollari, il messaggio al mercato sarebbe evidente: anche Apple non riesce più a isolare completamente il consumatore dalla pressione della filiera.

Questo potrebbe produrre tre effetti.


  • Una parte degli utenti potrebbe tenere il proprio iPhone più a lungo.
  • Il mercato del ricondizionato potrebbe diventare ancora più interessante.
  • I modelli precedenti potrebbero acquistare più valore relativo, soprattutto se le differenze tecniche non fossero percepite come decisive.


Apple ha una base utenti molto fedele, ma la fedeltà non annulla la soglia psicologica. Un conto è pagare caro un prodotto percepito come premium. Un altro è vedere il modello Pro avvicinarsi stabilmente a cifre da computer professionale.

Il nodo degli upgrade di memoria

C’è un altro aspetto poco discusso. Apple ha sempre monetizzato molto bene gli upgrade di memoria e archiviazione. Passare da una configurazione base a una superiore costa spesso molto più del valore industriale puro del componente. Questa è una pratica diffusa nel settore premium, ma nel mondo Apple è particolarmente evidente.

Finché i costi della memoria restano bassi, il margine sugli upgrade è molto alto. Quando DRAM e NAND salgono, il margine si assottiglia oppure il prezzo dell’upgrade deve aumentare. Apple può scegliere di proteggere il prezzo base e rincarare soprattutto le configurazioni superiori. Oppure può aumentare il prezzo di partenza e mantenere più ordinata la scala dei modelli.

Entrambe le strade hanno un rischio. Se il prezzo base sale troppo, l’impatto mediatico è immediato. Se salgono soprattutto gli upgrade, gli utenti più esigenti sentiranno il rincaro in modo ancora più forte.

È qui che il possibile iPhone 18 Pro diventa interessante. Se davvero avrà 12 GB di RAM e 256 GB di storage di base, Apple dovrà decidere quanto far pesare questi componenti sul prezzo finale. La memoria non sarà più una voce nascosta. Diventerà una parte del posizionamento commerciale.

L’AI non è gratuita, anche quando non la paghi direttamente

La retorica dell’intelligenza artificiale spesso parla di funzioni, modelli, assistenti vocali, automazione e produttività. Molto meno spesso parla dei costi materiali. L’AI richiede server, energia, raffreddamento, GPU, storage e memoria. Ogni servizio apparentemente immateriale si appoggia a infrastrutture fisiche.

Il rincaro potenziale di iPhone 18 Pro mostra una conseguenza indiretta: anche chi compra uno smartphone per fare foto, messaggiare, lavorare o navigare può pagare una parte della corsa globale all’AI. Non perché usi necessariamente ogni funzione AI disponibile, ma perché la stessa catena produttiva viene assorbita da chi costruisce infrastrutture per l’intelligenza artificiale.

Morgan Stanley ha stimato che nel 2027 la domanda di memoria per PC potrebbe affrontare un deficit del 15%, mentre quella per smartphone potrebbe subire un deficit del 12%, con possibili effetti su prezzi, specifiche, lanci e margini Morgan Stanley.

Questo dato aiuta a capire perché la questione non si chiude con Apple. Il problema può toccare anche notebook Windows, smartphone Android, console, dispositivi professionali e prodotti industriali. Apple fa notizia perché è Apple. Ma la pressione è sistemica.

Il passaggio da Cook a Ternus non è un dettaglio

Il tema dei prezzi arriva mentre Apple si prepara a una transizione importante. Apple ha annunciato ufficialmente che Tim Cook diventerà executive chairman e che John Ternus diventerà CEO dal primo settembre 2026 Apple Newsroom.

Cook è stato il CEO della scala industriale, della supply chain e della disciplina operativa. Ternus arriva dall’hardware. Questo rende il momento ancora più interessante. Il nuovo CEO erediterà una Apple fortissima, ma anche una fase in cui le decisioni tecniche e commerciali saranno sempre più intrecciate.

Quanta RAM mettere nei modelli base. Quanto storage offrire senza spingere troppo il prezzo. Quanto puntare sull’AI locale. Quanto rendere distintivi i modelli Pro. Quanto assorbire dei rincari. Quanto trasferire al consumatore.

Sono domande di prodotto, ma anche di strategia industriale.

Il rischio di confondere stime e annunci

In questa vicenda bisogna evitare un errore: trasformare una stima in una notizia certa. Il Wall Street Journal e TechInsights hanno elaborato una simulazione basata su costi stimati dei componenti, andamento del mercato e struttura dei margini. È un esercizio utile, non un listino Apple.

Apple non ha annunciato iPhone 18 Pro. Apple non ha comunicato il prezzo. Apple non ha confermato i 12 GB di RAM. Apple non ha confermato il prezzo da 1.299 o 1.399 dollari. Apple non ha comunicato un prezzo italiano.

Quello che si può dire con ragionevole solidità è diverso: Cook ha confermato la pressione sui costi; la memoria sta aumentando in modo molto forte; l’AI sta assorbendo una quota crescente della capacità produttiva; gli analisti stimano un impatto importante sul costo industriale; i prezzi finali dei dispositivi Apple potrebbero salire.

Questa distinzione è fondamentale. Un articolo serio non deve spegnere l’allarme, ma nemmeno trasformarlo in certezza commerciale.

Cosa potrebbe succedere davvero

Lo scenario più equilibrato non è necessariamente un aumento uniforme di tutti i prodotti. Apple potrebbe intervenire in modo selettivo.

Potrebbe aumentare prima Mac e iPad, dove memoria e storage incidono molto sulle configurazioni. Potrebbe ritoccare i prezzi dei modelli Pro, lasciando più stabili i modelli base. Potrebbe mantenere invariato il prezzo d’ingresso ma cambiare le configurazioni disponibili. Potrebbe alzare il costo degli upgrade. Potrebbe usare il ricondizionato e i modelli precedenti per coprire le fasce più sensibili.

La strategia dipenderà da due fattori: quanto Apple riuscirà a negoziare con i fornitori e quanto vorrà proteggere la percezione del prezzo base.

L’iPhone Pro è il prodotto perfetto per trasferire un rincaro, perché parla a utenti disposti a spendere di più. Ma è anche il prodotto più visibile. Ogni aumento viene letto come un segnale sul futuro dell’intera gamma.

La soglia psicologica dei 1.700 euro

In Italia il tema diventa ancora più sensibile perché i prezzi Apple sono già alti. Se si parte dai 1.339 euro ufficiali di iPhone 17 Pro e si immagina un aumento simile allo scenario americano più pesante, il risultato teorico si avvicina ai 1.700 euro.

Non è un prezzo ufficiale. Non è una previsione garantita. È una simulazione.

Ma una simulazione basta a mostrare il problema. A quelle cifre, l’iPhone Pro non è più solo uno smartphone premium. Diventa un acquisto da valutare come un bene durevole, vicino per peso economico a un notebook di fascia alta. L’utente medio potrebbe iniziare a ragionare meno sull’ultimo modello e più sulla durata del dispositivo già posseduto.

Questo è forse il punto più delicato per Apple. L’azienda può permettersi prezzi alti, ma non può ignorare la durata crescente degli smartphone. Se i dispositivi migliorano meno in modo percepibile e costano di più, il ciclo di sostituzione si allunga.

Il paradosso dell’innovazione costosa

L’AI viene presentata come la nuova frontiera dei dispositivi personali. Assistenti più intelligenti, elaborazione locale, funzioni predittive, fotografia computazionale, automazioni, riconoscimento del contesto. Ma tutte queste funzioni richiedono memoria, potenza e componenti più costosi.

Il paradosso è evidente: Apple deve rendere i propri dispositivi più capaci di gestire l’AI, ma proprio la corsa all’AI sta facendo salire i costi dei componenti necessari. Il telefono deve essere più intelligente perché il mercato lo pretende. Ma diventare più intelligente lo rende anche più caro.

Questo spiega perché la crisi dei chip di memoria non è un dettaglio tecnico. È una crepa nel modello degli ultimi anni: ogni generazione più potente, più capiente, più sofisticata, ma con aumenti di prezzo contenuti o comunque assorbibili dal posizionamento premium.

Ora quel modello incontra un limite materiale.

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Il prezzo nascosto della memoria

La memoria sembrava la parte più banale del progresso digitale. Più gigabyte, più spazio, più velocità. Una cifra nella scheda tecnica. Un’opzione nel configuratore. Una scelta da fare al momento dell’acquisto.

Ora torna a essere una cosa concreta: fabbriche, wafer, contratti, priorità, margini, data center, server, fornitori, capacità produttiva. Il digitale non è mai stato immateriale, ma in certi momenti lo dimentichiamo.

Se iPhone 18 Pro dovesse costare molto di più, non sarebbe soltanto l’ennesimo prodotto Apple caro. Sarebbe il segnale che la corsa all’intelligenza artificiale ha iniziato a spostare costi anche su oggetti personali, quotidiani, apparentemente lontani dai grandi data center.

Il telefono resta in tasca. La sua filiera, però, è ormai dentro una competizione globale per la memoria.
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