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Crollo imminente o nuova normalità?

03 gennaio 2025 5 min di lettura 228 visualizzazioni
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Il mistero dei mercati americani: crollo imminente o nuova normalità?

Disclaimer: Le informazioni fornite in questo articolo hanno il solo scopo informativo e non rappresentano consigli di investimento né garanzie di rendimento.

Introduzione

Negli ultimi dieci anni (dal 2013 al 2024) la Borsa americana ha registrato una crescita che molti considerano senza precedenti, eppure l’economia degli Stati Uniti ha tenuto un ritmo più contenuto rispetto ad altri periodi di boom. È davvero insolito vedere mercati finanziari che salgono più velocemente del PIL. Alcuni analisti si chiedono se le aziende siano sopravvalutate rispetto ai ricavi effettivi, soprattutto alla luce delle massicce vendite di azioni da parte di grandi investitori come Warren Buffett.

Un’occhiata ai numeri dell’S&P 500

Il primo passo per capire meglio cosa sta succedendo è analizzare l’S&P 500, uno degli indici più importanti della Borsa USA. Dal 2013 al 2023, l’S&P 500 è cresciuto in media dell’1,2% al mese, con un rendimento annuo di circa 13% considerando anche i dividendi. Quasi ogni anno l’indice ha segnato un nuovo record storico.

Che cosa c’è di strano?

Il confronto con la crescita del PIL americano. Tra il 2013 e il 2024 l’economia è rallentata rispetto a decenni precedenti, ma il mercato azionario ha invece accelerato.

Indicatori di sopravvalutazione?

Diversi indicatori tradizionali lasciano sospettare un possibile “surriscaldamento” dei mercati. Un esempio è il Price to Earning Ratio (P/E ratio), cioè il rapporto tra il prezzo di un’azione e gli utili (EPS) dell’azienda.

  • P/E ratio alto: il mercato paga “molto” oggi scommettendo su futuri guadagni più elevati.
  • Se la crescita futura non sarà all’altezza delle aspettative, può verificarsi una “correzione” dei prezzi (talvolta violenta).

A fine 2024 - inizio 2025, il P/E complessivo dell’S&P 500 sarebbe arrivato addirittura sopra 27-28 punti, superando il picco di fine anni ’90 (quello prima della bolla .com).

Il Buffett Indicator a livelli record

Un altro segnale di possibile sopravvalutazione è il cosiddetto Buffett Indicator, che misura il valore totale del mercato azionario americano in rapporto al PIL degli Stati Uniti. Nel 2025 avrebbe toccato quota 200%, il valore più alto di sempre (contro il 150% della bolla .com).
Questo significa che la capitalizzazione di tutte le aziende quotate è molto più grande del valore dell’economia reale.

Le grandi vendite dei “Big”

Tra il 2023 e il 2024, grossi nomi della finanza e della tecnologia hanno venduto azioni per cifre enormi:

  • Warren Buffett e Jamie Dimon: venduto “miliardi” di dollari in titoli azionari, comprando invece titoli di Stato (obbligazioni).
  • Jeff Bezos: disinvestito quasi 10 miliardi di dollari di azioni Amazon.
  • Mark Zuckerberg: venduto quasi 1 miliardo di dollari di azioni Meta.

La domanda sorge spontanea: perché vendono? In generale, secondo gli analisti non è tanto l’attesa di un crollo imminente del mercato, ma piuttosto di un rallentamento dei rendimenti nel prossimo decennio. Inoltre, con i tassi di interesse più alti dal 2022 (attorno al 4%), molti investitori preferiscono le obbligazioni, che risultano più sicure e potenzialmente più redditizie di un mercato azionario già molto caro.

E i dazi di Trump?

Per il 2025, ci si aspetta ancora un anno “caldo” per la Borsa, anche in virtù di politiche fiscali e dazi sull’importazione promessi dall’ex Presidente Trump. In teoria, dazi più alti favoriscono i produttori interni USA, ma:

  • Possono peggiorare i rapporti commerciali con i paesi esteri, innescando nuove tariffe contro i prodotti americani.
  • Influiscono sui costi di produzione, perché molte aziende statunitensi acquistano componenti e servizi dall’estero.

Nel breve termine, i dazi potrebbero dare un’ulteriore spinta a certe aziende statunitensi; nel medio-lungo, però, il rischio è che i contro-dazi limitino le esportazioni USA, penalizzando società come Tesla, Apple e molte altre che vendono parecchio all’estero.

Le “magnifiche sette” e le aspettative di crescita
Quello che pesa di più sull’indice S&P 500 è il rendimento di sette aziende giganti: Apple, Nvidia, Amazon, Microsoft, Alphabet (Google), Meta (Facebook) e Tesla. Il loro valore di mercato è aumentato vertiginosamente tra il 2014 e il 2024, trainando l’S&P 500 a livelli record. Il problema è che il ritmo di crescita degli utili e il continuo aumento del P/E ratio potrebbero non essere sostenibili per sempre. Se una o più di queste big dovessero rallentare, si potrebbe innescare un effetto domino su tutto il mercato.

Un cambio di paradigma?

Gli scambi di azioni sono aumentati esponenzialmente dal 2019, anche grazie alle nuove piattaforme di brokeraggio che hanno avvicinato molti investitori retail. Se questa domanda di titoli resterà elevata e se le aziende sapranno mantenere buoni utili, alcuni ipotizzano che l’attuale “sopravvalutazione” diventi la nuova normalità del mercato. Come sempre, però, nessuno può dire con certezza quale scenario prevalga.

Conclusioni


  • Nessun crollo imminente “obbligatorio”: la storia ci insegna che i mercati possono anche continuare a salire, seppur più lentamente.
  • Attenzione all’inflazione: un rendimento del 3% all’anno, con un’inflazione del 3% o più, rischia di azzerare (o rendere negativo) il guadagno reale.
  • Rischio dazi: se gli USA alzano troppo le barriere, altri paesi potrebbero rispondere, ostacolando le esportazioni statunitensi.
  • La mossa dei giganti: i grossi investitori puntano alle obbligazioni e riducono la loro esposizione in azioni, senza però prevedere necessariamente un crash.


La domanda finale: voi come vi siete preparati agli ultimi scossoni di mercato e cosa farete di fronte a una possibile (o presunta) bolla?

Fateci sapere la vostra opinione nei commenti! Anche se gli analisti non prevedono un disastro imminente, restare informati e valutare bene i propri investimenti è sempre la mossa migliore. Buona fortuna e… occhio ai segnali del mercato!
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