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Elezioni in Germania, crisi in Ucraina e nuovi equilibri geopolitici

24 febbraio 2025 10 min di lettura 389 visualizzazioni
Diplomazia e tensioni geopolitiche nel 2025: il futuro dell'Europa e della NATO
La politica europea sta attraversando una fase estremamente complessa, segnata dall’esito delle recenti elezioni in Germania e dall’evoluzione della guerra in Ucraina, ormai in corso da tre anni. Mentre la Germania — un pilastro fondamentale dell’Unione Europea — si sposta verso un nuovo scenario di governo, l’intero continente si trova a dover gestire le conseguenze di un conflitto che ha cambiato drasticamente gli equilibri globali e che ora potrebbe subire una svolta con l’ingresso del secondo mandato di Donald Trump negli Stati Uniti. Da un lato, le istituzioni europee reiterano l’appoggio a Kiev, con visite ufficiali in Ucraina per celebrare l’anniversario dell’invasione e ribadire la propria vicinanza; dall’altro, la Casa Bianca del dopo-Biden sembra puntare a un accordo più pragmatico con Mosca. In tutto ciò, Volodymyr Zelensky — il presidente ucraino — si scopre isolato e indebolito, costretto ad avanzare proposte drastiche come quella di dimettersi in cambio di garanzie per l’ingresso nella NATO. Questo lunghissimo articolo vuole analizzare nel dettaglio i vari fattori che stanno plasmando il nuovo equilibrio geopolitico, partendo dal risultato delle urne in Germania, passando per le tensioni all’interno dell’UE e arrivando alle possibili implicazioni di un accordo proposto da Trump o da altri attori internazionali. Verranno esposti i riflessi per l’Italia — con la premier Giorgia Meloni costretta a una difficile mediazione tra posizioni atlantiche e tentativi europei di autonomia — e per l’intero continente, che rischia di restare marginale in una trattativa condotta principalmente tra Washington e Mosca.

Elezioni in Germania e svolta a destra: i numeri e le implicazioni

Le elezioni tedesche hanno rappresentato un momento di grande attesa per l’intera Unione Europea. La Germania, colonna portante del progetto comunitario e tra le prime potenze economiche del pianeta, era reduce da un periodo di recessione che si protrae da circa due anni, e la popolazione tedesca ha manifestato un desiderio di cambiamento. I sondaggi pre-elettorali avevano indicato in Friedrich Merz il favorito: proveniente dalla CDU, aveva impostato la sua campagna su temi quali la riduzione delle tasse, la riforma del sistema energetico e una posizione più assertiva in politica estera. Alla fine, i risultati ufficiali hanno confermato il successo della CDU di Merz, attestatasi intorno al 28,5%. Subito dopo, la sorpresa — parziale ma di forte impatto — è stata la crescita di Alternative für Deutschland (AfD), che ha raggiunto circa il 20%, raddoppiando i voti rispetto alle precedenti elezioni. Se la CDU è in grado di dire “abbiamo vinto”, l’AfD può comunque rivendicare un risultato storico che ridisegna il panorama partitico e prefigura una destra più radicale, in grado di condizionare futuri equilibri parlamentari.

La SPD del cancelliere uscente Olaf Scholz, invece, ha subito un deciso tracollo, scendendo al 16% con una perdita di 10 punti che testimonia la delusione dell’elettorato per la gestione delle crisi degli ultimi anni: crisi economica, crisi energetica, risposta alla pandemia e, non ultimo, l’atteggiamento verso la guerra in Ucraina. Anche i Verdi, guidati dalla figura di spicco Annalena Baerbock, si sono fermati a un modesto 12%, pagando probabilmente le politiche di transizione energetica ritenute eccessivamente costose in una fase di recessione e di inflazione altissima.

Un aspetto notevole di questa tornata elettorale è stata l’altissima affluenza, superiore all’84%, un segnale di quanto i cittadini tedeschi percepiscano come cruciale il momento storico che sta attraversando il Paese. Nonostante Merz si sia affermato chiaramente come primo partito, l’ipotesi di una coalizione con l’AfD appare improbabile, data la natura fortemente conservatrice e nazionalista di quest’ultima, nonché la tradizionale diffidenza dei popolari della CDU verso alleanze che potrebbero macchiare la reputazione di stabilità e moderazione. Più probabile, anche se non scontata, potrebbe essere una coalizione con altre formazioni centriste o la ripetizione di un grande compromesso che, però, dovrà necessariamente tener conto del rifiuto di molti esponenti della CDU di prolungare logiche di “grosse Koalition” già usurate.

Sul piano delle conseguenze europee, la figura di Merz — con un passato in BlackRock Germania — lo colloca in una posizione di forte vicinanza al mondo della finanza e di sostegno all’asse transatlantico. Questo potrebbe significare una Germania ancora allineata con Washington, specialmente in ambito difesa, anche se in campagna elettorale Merz ha parlato di un’Europa militarmente più indipendente. Tuttavia, l’insofferenza tedesca verso i costi elevati per il sostegno all’Ucraina e verso il rallentamento economico potrebbe condurre a una politica estera più cauta, che cerchi di riconciliare l’esigenza di mantenere un rapporto costruttivo con la Russia (almeno dal punto di vista economico) con la fedeltà agli impegni NATO.

La crisi ucraina a tre anni dall’invasione russa: anniversari e bilanci

In questa cornice, ricorre il terzo anniversario dell’invasione russa in Ucraina, avviata nel febbraio 2022 come “operazione militare speciale”. Il conflitto ha prodotto centinaia di migliaia di vittime — militari e civili — e ha devastato gran parte del territorio ucraino, con un 20% sotto il controllo effettivo di Mosca. Gli sforzi militari di Kiev sono stati possibili anche grazie al massiccio aiuto dell’Occidente, soprattutto statunitense, inglese e polacco, sostenuto da un’Europa che per la prima volta si è trovata compatta nel comminare sanzioni alla Russia e fornire assistenza all’Ucraina. Per celebrare l’anniversario e ribadire l’appoggio all’Ucraina, numerose delegazioni europee si sono recate a Kiev. Questi gesti simbolici mostrano la volontà di non lasciare sola l’Ucraina di fronte alla potenza militare russa. Eppure, nello stesso momento, gli Stati Uniti — con l’insediamento del secondo mandato di Donald Trump — manifestano segnali di cambio di rotta: più che proseguire una “guerra costosa e infinita”, sembrano intenzionati a siglare una pace che tuteli gli interessi economici americani e riduca il coinvolgimento diretto sul campo.

La posizione di Zelensky: “Pronto a dimettermi se l’Ucraina entrerà nella NATO”

In un contesto che vede l’Ucraina sempre più isolata, il presidente Volodymyr Zelensky ha rilasciato dichiarazioni inattese: ha affermato che, se la sua uscita di scena fosse necessaria per garantire l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, sarebbe pronto a fare un passo indietro. Questa frase è rivelatrice di almeno due fattori:

Zelewski si trova in un momento di estrema debolezza, dopo anni di guerra e nel mezzo di un’economia collassata, con un popolo stremato.
Le critiche rivolte a Zelensky da parte di alcuni settori americani, inclusi insulti e accuse di aver gestito in modo autoritario la guerra, minano il suo prestigio e la sua credibilità internazionale.
La prospettiva di un’Ucraina nella NATO è tuttavia considerata inaccettabile dalla Russia, che aveva citato proprio la minaccia di un allargamento dell’Alleanza Atlantica ai propri confini come uno dei pretesti per l’invasione. Di conseguenza, l’opzione di un ingresso nella NATO appare improbabile, se non come parte di una trattativa di pace più complessa, in cui Mosca potrebbe ottenere il riconoscimento internazionale di alcuni territori, e Washington potrebbe ritirare parte del sostegno militare diretto a Kiev.

La difficoltà di Zelensky risiede anche nel dover rispondere agli insulti pubblici di Donald Trump, che lo ha definito un “dittatore” e un “comico mediocre”. Invece di passare al contrattacco, Zelensky ha cercato di mostrarsi aperto al dialogo, dicendosi disponibile a colloqui diretti con lo stesso Trump per spiegare la situazione ucraina e sottolineare come la difesa dell’Ucraina sia stata finora un atto di autodeterminazione contro un’aggressione esterna.

Donald Trump: la pace come “affare” e la prospettiva di smantellare la NATO

Il secondo mandato di Trump si contraddistingue fin dai primi mesi per una linea politica ancor più radicale rispetto al passato. Da un lato, propone un accordo con la Russia che includa vaste concessioni territoriali o economiche in cambio di una cessazione delle ostilità; dall’altro, ribadisce di voler ridimensionare la NATO, giudicata troppo dispendiosa per gli Stati Uniti. In sostanza, Trump intende ridurre l’impegno militare e ottenere vantaggi strategici soprattutto in termini economici, come l’accesso alle terre rare presenti in alcune regioni dell’Ucraina o la partecipazione di imprese statunitensi alla ricostruzione (un futuro “business” multimiliardario).

La posizione europea, però, è fortemente dipendente dalla leadership statunitense. Per tre anni, l’Europa si è mossa all’unisono con Washington, imponendo sanzioni e inviando risorse a Kiev. Oggi, appare spiazzata da un Trump che di fatto potrebbe passare sopra alle preoccupazioni europee e firmare una pace con Putin senza tenere conto delle richieste di Bruxelles. Questo scenario di marginalizzazione dell’UE trova conferme nelle mosse di alcuni leader nazionali, che vogliono assicurarsi rapporti bilaterali privilegiati con gli USA.

Le tensioni all’interno dell’Unione Europea e il ruolo dell’Italia di Giorgia Meloni

In questo quadro, l’Italia è uno degli Stati membri più influenti, ma anche più esposti a contraddizioni: negli ultimi mesi, la premier Giorgia Meloni ha ribadito la fedeltà atlantica e l’impegno a sostenere l’Ucraina. Tuttavia, di fronte ai segnali che giungono dagli Stati Uniti (proposte di una pace rapida e “affaristica”), nonché dalla Germania (che cambia governo e potrebbe avere priorità diverse in politica estera), la Meloni si trova divisa tra:

Continuare a seguire la linea “filo-Kiev” e filo-atlantica, anche se l’Atlantico sta cambiando sponda (Trump non è Biden);
Valutare un parziale sganciamento, se l’accordo di Trump si rivelerà l’unica strada per porre fine al conflitto e alleggerire gli oneri economici dell’Italia.

La situazione sarà probabilmente affrontata in un Consiglio europeo straordinario fissato per il 6 marzo 2025, dove si discuterà la nuova strategia verso l’Ucraina e la posizione da tenere nei confronti degli Stati Uniti.

Macron, Starmer e i tentativi diplomatici di “salvare l’Europa”

Oltre a ciò, Emmanuel Macron (Francia) e Keir Starmer (Regno Unito) hanno deciso di incontrare direttamente Trump a Washington. Il loro obiettivo è duplice: capire i reali piani della Casa Bianca e garantire che l’Europa non resti esclusa da un eventuale processo di pace con la Russia. La diplomazia francese, tradizionalmente più indipendente dagli Stati Uniti rispetto ad altri Paesi UE, cercherà di ritagliarsi un ruolo di mediatore, mentre Londra, storicamente vicina a Washington, punta a consolidare la “special relationship” che la Brexit ha messo parzialmente in discussione.

Il risultato potrebbe però rivelarsi meno efficace del previsto, poiché Trump tende a preferire negoziati bilaterali e rapidi, fuori dalle logiche multilaterali tipiche dell’UE. Tanto più che, con il cambio di direzione della Germania, l’influenza europea si frammenta ulteriormente: Berlino si concentra su interessi nazionali (ripresa economica, rapporti con Mosca per un possibile ritorno del gas a costi sostenibili) e sul rafforzamento difensivo in modo da non dipendere integralmente dal deterrente americano.

Conclusioni: nuovi equilibri geopolitici e una possibile marginalizzazione dell’Europa

La sommatoria di questi fattori disegna un’Europa in forte difficoltà. Le elezioni in Germania segnalano l’esigenza di cambiamento e di una politica più focalizzata sugli interessi nazionali; la guerra in Ucraina, a tre anni dall’invasione russa, ha dimostrato i limiti di un’UE che si è mostrata compatta nel sostenere Kiev ma ora rischia di essere messa all’angolo da un accordo tra Washington e Mosca; Volodymyr Zelensky è isolato e si muove in uno spazio diplomatico sempre più ristretto, tanto da arrivare a offrire le proprie dimissioni per agevolare l’ingresso di Kiev nella NATO, anche se tale prospettiva non è per nulla condivisa dalla Federazione Russa, per la quale l’adesione ucraina all’Alleanza atlantica è la “linea rossa” che ha scatenato la guerra stessa. Donald Trump, nel suo secondo mandato, non solo critica la NATO come durante il suo primo mandato, ma va ben oltre, ipotizzando la sostituzione del sostegno incondizionato a Kiev con un trattato di pace basato su interessi commerciali e risorse strategiche (terre rare, ricostruzioni e contratti vantaggiosi per le aziende americane).

L’Italia, con Giorgia Meloni, si trova nella posizione di dover giustificare un sostegno a Kiev su cui pesa ora il disinteresse del principale alleato americano, e su cui pesa la necessità di allinearsi a un’Europa che formalmente continua a dirsi coesa, ma al cui interno si rafforzano spinte centrifughe. L’Europa rischia, insomma, di essere “commissariata” dalle iniziative unilaterali di Washington, con la Russia che potrebbe accettare un accordo più favorevole a sé e l’Ucraina che, privata del sostegno illimitato, potrebbe dover acconsentire a cedere parti del territorio e a subire un cambio di leadership.

Un’ipotesi, certo, ma le mosse diplomatiche delle prossime settimane — i viaggi di Macron e Starmer negli USA, il vertice europeo straordinario del 6 marzo, i primi segnali del nuovo governo Merz in Germania e l’atteggiamento di Zelensky — saranno determinanti per verificare se l’UE riuscirà a mantenere un ruolo o verrà definitivamente spinta in secondo piano, con la partita giocata quasi esclusivamente tra Trump e Putin. In quest’ottica, la “partita” ucraina non è solo una guerra regionale, ma l’emblema di un nuovo equilibrio mondiale in cui i blocchi si ristrutturano e l’Europa fatica a trovare una voce autonoma e autorevole. La domanda cruciale resta: potrà l’UE evitare di trovarsi divisa e irrilevante davanti alla svolta auspicata (o temuta) dagli Stati Uniti? La risposta dipenderà da scelte difficili e da compromessi che, finora, appaiono molto lontani.
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