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Il clima di incertezza e la prospettiva di una recessione negli Stati Uniti

10 marzo 2025 20 min di lettura 426 visualizzazioni
Il Dilemma Economico del Protezionismo
Come le politiche di Trump e la comunicazione confusa stanno influenzando i mercati e l’economia

“Trump c’è riuscito: a creare un clima di incertezza tale da lasciare investitori e consumatori sopraffatti, rischiando di innescare una contrazione economica nel breve termine.”


Uno sguardo introduttivo: perché si parla di “clima di incertezza”?

Fino a qualche mese fa, osservando i dati sull’economia americana, l’idea più diffusa era che gli Stati Uniti fossero ben avviati verso un altro anno di crescita: consumi in espansione, mercato del lavoro stabile, settore tech in ripresa dopo le turbolenze di inizio decennio. L’arrivo di Trump al secondo mandato (Trump 2.0) sembrava, nelle prime settimane, dare continuità a un quadro di “Make America Great Again” con piani ambiziosi di rilancio dell’industria manifatturiera e del taglio delle imposte societarie. Ma nel giro di pochissimo, i riflettori si sono spostati su tutt’altro scenario: dazi introdotti e poi sospesi, nuovi annunci contraddittori ogni due-tre giorni, tensioni geopolitiche con partner storici come Canada e Messico, e infine la proposta di un blocco parziale della condivisione d’intelligence con l’Ucraina. In questo contesto, i consumatori hanno cominciato a ridurre le spese, le aziende faticano a pianificare, e gli investitori registrano una volatilità che non si vedeva da tempo.

Le analisi della Federal Reserve di Atlanta dipingono un quadro piuttosto fosco: un indicatore di crescita che, nel giro di poche settimane, è passato da un +2% o +2,5% a un –2,8% come prospettiva per il primo trimestre. Da potenziale crescita vivace, potremmo trovarci davanti a una recessione tecnica. Il perché è complesso e va ricercato in un mix di comunicazione politica caotica, strategie commerciali spregiudicate e un radicale cambio di prospettiva globale verso gli Stati Uniti.

Questo articolo, molto esteso, cercherà di scavare in profondità: come siamo arrivati a questa situazione di incertezza? Cosa c’entra la “politica dei dazi”? Quali reazioni hanno avuto i consumatori e le aziende? E perché si parla persino di un rischio di recessione che non si vedeva da anni? Troverai riflessioni, dati, interpretazioni e qualche scenario per comprendere meglio la complessità del momento.




La tempesta perfetta: l’effetto Trump 2.0 sulle aspettative dei mercati

Molti analisti identificano il punto di svolta nei primissimi giorni del nuovo mandato di Trump. Dalla campagna elettorale sino all’effettivo insediamento, si era parlato di “rafforzare l’industria americana”, “limitare la dipendenza dall’estero” e “portare a casa lavoro e produzione”. Fin qui niente di sorprendente: nel primo mandato, Trump aveva già menzionato i dazi e la lotta al deficit commerciale.

La sorpresa, tuttavia, è stata la rapidità. Un mese dopo il giuramento, sono piovuti ordini esecutivi che introducevano dazi del 25% sulle importazioni da Messico e Canada (rispettivamente secondo e terzo partner commerciale degli Stati Uniti). Poi, poche ore dopo, arriva una sospensione temporanea; successivamente, un’estensione all’acciaio e alluminio; infine un ulteriore dietrofront, con rimodulazioni e minacce di nuovi dazi su beni automobilistici e farmaceutici. E in tutto questo, l’annuncio di un possibile 25% anche sull’Unione Europea. Le date chiave - 1 gennaio, 3 febbraio, 10 febbraio, 3 marzo, 4 marzo, 6 marzo - si sono trasformate in un continuo balletto di annunci, sospensioni, reintroduzioni.

In economia, “certezza delle regole” è un pilastro: investitori e aziende programmano spese, investimenti e assunzioni in base a un quadro stabile. Quando a Washington, da un giorno all’altro, si passa dal “confermo i dazi totali” a “sospendo tutto”, e poi “li estendo ad altri settori”, la volatilità schizza: i mercati si muovono in modo frenetico, i consumatori percepiscono insicurezza, le aziende rimandano investimenti. Ecco la prima radice della situazione attuale.




La politica dei dazi e il suo impatto potenziale sull’economia americana

Trump ha sempre denunciato il “furto di ricchezza” dai partner commerciali, indicando il deficit commerciale come segno di debolezza. In breve: gli Stati Uniti importano più beni di quanti ne esportino con Cina, Canada, Messico, e adesso anche l’Europa potrebbe rientrare nella “lista nera”.

Ma quanto incide concretamente la politica dei dazi? Alcuni dati essenziali:

Messico e Canada, insieme, rappresentano oltre il 40% delle importazioni statunitensi.
- Aggiungendo la Cina, si sale a oltre il 65%.
- Se, in teoria, tutti questi dazi entrassero in vigore con l’aliquota media del 25%, staremmo parlando di 1300 miliardi di import soggetti a pesanti sovrapprezzi.
Il rovescio della medaglia è che, a loro volta, Canada, Cina, Messico reagirebbero con dazi di ritorsione. Canada ha già predisposto misure su 30 miliardi di dollari canadesi di beni USA; Messico e Cina, dal canto loro, minacciano di colpire prodotti agricoli americani (specie soia e cereali), automotive e settori hi-tech.
Se si innesca una “spirale dei dazi”, il primo effetto tangibile è il rialzo dei prezzi: molte merci divengono più care per le famiglie americane. In un mercato di import massiccio, significa inflazione importata. Il secondo effetto è la confusione per le aziende: c’è chi preferisce importare “adesso”, saturando i magazzini, nell’incertezza di dover pagare il 25% in più domani. Questo aumento delle scorte può stravolgere la domanda interna: nel breve le importazioni “esplodono” (salendo addirittura), poi precipitano perché gli scaffali sono pieni e nessuno ordina più. Tutto ciò ingigantisce i saliscendi economici, destabilizzando il PIL.




Il “caos comunicativo”: perché la velocità di Trump 2.0 spaventa i mercati

Forse Trump vuole affermare: “Sono un presidente che agisce subito, mantiene le promesse senza attendere i tempi lunghi del Congresso e dei compromessi”. E in effetti, i suoi ordini esecutivi, i frequenti tweet, le conferenze improvvisate suggeriscono un’attitudine “operaia”, quasi manageriale. Ma, mentre una parte di elettori lo applaude, i mercati tendono a reagire male alla rapidità disordinata.
Secondo Bloomberg e Black Rock, l’indice di “Global economic policy uncertainty” per gli Stati Uniti è ai massimi livelli dal periodo del Covid. E, a ben vedere, quello era un periodo di shock sanitario globale, con lockdown e contagi: un contesto straordinario. Oggi, nel 2025, non c’è un cataclisma sanitario, ma il livello di incertezza non è tanto diverso.

Da notare come:

Gli imprenditori, per pianificare, hanno bisogno di regole chiare. Non possono capire se i dazi al 25% scattano venerdì, o vengono sospesi il lunedì.\n- I consumatori, percependo notizie di aumento prezzi e tensioni commerciali, si spaventano e riducono gli acquisti: “Forse è meglio risparmiare, vista la confusione.”
- Gli investitori vendono o evitano di acquistare azioni e obbligazioni di settori a rischio (o dell’intero mercato), temendo cali futuri se la recessione diventa più concreta.
È in questo clima che la Fed di Atlanta ha rivisto bruscamente le previsioni di crescita: non più un trimestre robusto a +2,7%, bensì un –2,8%. Una differenza di quasi 5 punti percentuali in pochi mesi, sostanzialmente un passaggio da “espansione” a “contrazione”.


Le reazioni di aziende e consumatori: dal calo delle spese all’aumento delle scorte

Gli effetti di questa politica altalenante di annunci e marce indietro si toccano con mano:

Effetto sui consumatori.
Molte indagini (es. “Consumer sentiment index” dell’Università del Michigan) rilevano un calo notevole nell’ottimismo. I consumatori sono meno disposti a spendere, specialmente per beni durevoli: auto, elettrodomestici, arredamento, elettronica. Temono che i prezzi salgano ancora, che i tassi d’interesse crescano, e forse che un domani i loro redditi non siano più così sicuri.Effetto sulle aziende. Le imprese che importano componenti e materie prime (dal Canada, dal Messico, dalla Cina) si affrettano a importare di più finché i Dazzi non diventano operativi in modo definitivo, col risultato di gonfiare la domanda di merci estere nel brevissimo termine. Questo può “drogare” le statistiche dei consumi e dell’import: un’impennata temporanea, seguita da uno stallo prolungato, quando i magazzini saranno pieni e i prezzi più alti.

Rapporti internazionali tesi.
Ciascuno di questi partner colpiti dai Dazzi risponde con misure equivalenti. Il Canada, per esempio, colpisce prodotti agricoli, bibite, latticini e altri beni made in USA; il Messico discute dazi punitivi su automobili, prodotti hi-tech e alimentari di provenienza statunitense. La Cina, già in competizione geopolitica con Washington, potrebbe sfruttare l’occasione per allinearsi con altri partner e isolare gli Stati Uniti, perlomeno in alcuni segmenti di mercato.


Un esempio concreto: Target e la grande distribuzione in affanno

Tra le tante aziende che hanno espresso preoccupazione, spicca Target, gigante della grande distribuzione statunitense. L’aumento dei dazi rende più cari molti prodotti d’importazione (dai tessili ai giocattoli), e diventa meno conveniente rinnovare gli scaffali con merce a costi più elevati. Il management di Target dichiara che, qualora i Dazzi permanessero al 25% anche per i prossimi mesi, potrebbe dover aumentare i prezzi sullo scaffale, con conseguenze negative sul volume di vendite.
Altri colossi come Best Buy stanno valutando simili aumenti; altri ancora, come Abercrombie & Fitch, non sanno come gestire i costi nel medio termine. Se alcuni brand di abbigliamento non possono spostare la produzione in pochi giorni, sono costretti ad accettare costi maggiori e ridurre i margini di profitto.
La Federal Reserve (non solo quella di Atlanta) monitora da vicino tali dinamiche, perché un blocco dei consumi in una nazione a forte propensione consumistica (gli Stati Uniti) può innescare più rapidamente di quanto si creda un rallentamento generale.


Dal Trump Trade al crollo dell’ottimismo: come gli investitori si sono lasciati abbagliare prima di cambiare umore

Fino a dicembre, i mercati finanziari celebravano il Trump Trade: l’indice Russell 2000, riferimento delle small cap americane, era salito in modo vertiginoso. L’S&P 500 veleggiava sui massimi. Molti dicevano: “Finalmente un presidente pro-business, che taglia tasse e ridà slancio al manifatturiero.”
Ma ecco che la politica dei dazi, la retorica “schiacciante” e le continue giravolte hanno cambiato il quadro. Nel giro di qualche settimana, si sono registrati segni “meno” quasi ovunque. Gli investitori temono un peggioramento del bilancio federale, la paralisi di molte filiere che dipendono dall’import e controritorsioni all’export. Come notano svariati analisti, stiamo assistendo a una rotazione verso i titoli europei e cinesi: da un lato, l’Europa appare meno esposta alle fluttuazioni di politica interna americana; dall’altro, la Cina ha mostrato segni di ripresa e i multipli delle azioni cinesi sembrano convenienti.


Verso un primo trimestre di contrazione? I numeri della Fed di Atlanta

Abbiamo più volte menzionato i dati della Federal Reserve di Atlanta. Si tratta di un distaccamento della banca centrale che elabora stime in tempo reale sul PIL, comunemente note come “GDP Now”. Tali stime si basano su modelli che incorporano le uscite dei principali indicatori macro (consumi, produzione industriale, occupazione, inflazione) e le ricalibrano di continuo.
A inizio anno, le previsioni davano una crescita del +2,7%. A metà marzo, i dati corretti parlano di –2,8%. Non è raro che la Fed di Atlanta apporti rettifiche, ma l’entità è sorprendente. La motivazione? Sfondi di incertezza commerciale, riduzione delle spese dei consumatori e crollo della fiducia delle aziende. Tradotto: si potrebbe passare da un trimestre di espansione a un trimestre di contrazione. Certo, non è la certezza che l’intero anno finisca in recessione, ma sarebbe un segnale fortemente negativo, perché due trimestri consecutivi di contrazione definiscono la “recessione tecnica”.


Le tensioni geopolitiche e la prospettiva di una “guerra dei dazi” globale

La posta in gioco non è solo il PIL americano, ma l’intero commercio mondiale. Se l’America innalza barriere doganali e i partner rispondono, i flussi commerciali mondiali subiscono un rallentamento o una ricalibrazione. Altre potenze, come la Cina, potrebbero cogliere l’occasione per rafforzare i propri legami con Messico, Canada ed Europa. Alcuni analisti parlano di un potenziale nuovo blocco di scambi “Cina + Paesi emergenti” contrapposto a un “blocco USA” in stile 1930. Sarebbe un’ipotesi estrema, ma molti segnali puntano a una frammentazione del sistema di libero scambio costruito negli ultimi decenni.
Anche l’Europa, minacciata di dazi, reagisce con confusione: alcuni Paesi (Germania, Olanda) tentano vie diplomatiche per dissuadere Trump, altri (come la Francia) valutano controdazi o addirittura ricorsi all’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio). Ma se l’America disconosce i meccanismi dell’OMC, come farà a far valere i trattati internazionali?\n\n


Le possibili ragioni nascoste dietro la strategia di Trump

Molti si domandano: “Ha senso questa strategia per un leader che si definisce pro-business?” Alcune interpretazioni possibili:
“Trump starebbe deliberatamente rallentando l’economia americana per ridurla a un ‘periodo di transizione’, con l’obiettivo di rafforzare la manifattura interna e liberarsi di un debito pubblico che si era gonfiato con i precedenti stimoli. Solo dopo questa cura da cavallo ci sarà un boom.”

Altri, più scettici, parlano di pura confusione e mancanza di una linea coerente. Oppure, “Trump non si aspettava reazioni così forti e non sa come tornare indietro senza perdere la faccia.” Infine, c’è chi crede in un grande bluff, in cui i dazi sono un modo per spingere i partner a rinegoziare accordi commerciali più vantaggiosi per gli USA.

Elon Musk, la pubblica amministrazione e i tagli
A complicare il quadro, c’è l’apporto di figure come Elon Musk, che guida la riforma dell’apparato federale (Dodge). Tra licenziamenti, riduzione di spesa, demolizione di programmi sociali ritenuti superflui, si prospetta un “alleggerimento” della macchina statale. Ma nel breve termine, meno spesa pubblica significa meno sostegno a scuola, sanità, infrastrutture, e potenziale riduzione del PIL. Nuova polvere potenzialmente esplosiva.


Verso un periodo di stagflazione? Il monito di alcuni economisti

Il timore più grande è la stagflazione, un fenomeno in cui l’economia va in stallo o in recessione, mentre l’inflazione resta alta. Ciò può avvenire se i dazi fanno impennare i prezzi di molti beni di largo consumo (dal cibo all’abbigliamento all’elettronica), ma allo stesso tempo le famiglie riducono gli acquisti, le aziende rallentano la produzione e l’occupazione cala.
Il risultato: meno crescita, meno posti di lavoro, ma prezzi ancora alti. Si ritorna a scenari come gli anni ’70, quando si incontrò un “mostro” economico difficile da gestire. Oggi la banca centrale potrebbe reagire alzando i tassi d’interesse per contenere l’inflazione, ma questo penalizzerebbe ulteriormente consumi e investimenti, rendendo più concreta la recessione.


Europa come spettatrice (o vittima) in attesa?

L’Unione Europea e, in particolare, i Paesi come la Germania e l’Italia, grandi esportatori in America, osservano con ansia la politica dei dazi. Se i Dazzi USA colpissero seriamente il settore automobilistico, a farne le spese sarebbero colossi tedeschi come Volkswagen, BMW, Mercedes. L’economia tedesca, da anni motore principale dell’UE, potrebbe subirne un contraccolpo, il che si ripercuoterebbe sugli altri Paesi. Al tempo stesso, si teme l’effetto combinato con la “nuova via del rearm Europe” proposto dalla Von der Leyen e dal Consiglio straordinario, che distoglierebbe risorse dal welfare alla spesa militare.

In aggiunta, i dazi su alluminio e acciaio imposti a livello globale toccano anche Italia e Francia, riducendo la competitività di alcuni comparti manifatturieri. L’Europa si dice pronta a “misure di ritorsione”, ma esse aggraverebbero l’escalation globale.



Cosa ci dice la storia? Precedenti di protezionismo e conseguenze indesiderate

Se guardiamo al passato, gli Stati Uniti non sono estranei a misure protezionistiche; celebre fu lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, quando gli USA alzarono drasticamente i dazi, in risposta alla crisi del 1929. Il risultato fu un ulteriore crollo del commercio mondiale e una aggravarsi della depressione. O ancora gli anni ‘80, con alcune barriere commerciali contro il Giappone, ma in modo più limitato e focalizzato su settore automobilistico ed elettronica.

Oggi, la portata appare più vasta: stiamo parlando di tariffe generalizzate su Messico, Canada, Cina, e potenzialmente Europa. L’impatto globale potrebbe essere più disastroso di qualunque scenario degli ultimi 70 anni.


Il lato “complottista”: Trump cerca davvero di far crollare l’economia?

Alcune tesi borderline ipotizzano che Trump voglia, di proposito, distruggere l’economia americana, per poi “farla rinascere dalle ceneri” su basi più solide, riducendo il debito federale, respingendo i lavoratori a basso costo e creando un contesto di inflazione ridotta nel medio periodo. In rete, si trovano tweet e discussioni in cui si elencano le mosse di Trump come fossero un piano segreto per invertire la globalizzazione.

Naturalmente, c’è chi lo definisce un “delirio” o chi, più moderato, crede che si tratti di un eccesso di semplificazione. Ma è suggestivo notare come perfino Elon Musk abbia commentato un certo post su Twitter con “sounds about right”, lasciando intendere che un progetto di forte disruption per “riallineare” la produzione negli USA potrebbe avere un senso. Nel frattempo, la confusione regna e i dati macro peggiorano.


Può l’economia americana passare dal +2% al -2% in pochi mesi? L’instabilità di un sistema ad alta sensibilità\n\nI modelli macroeconomici attuali, soprattutto quelli “nowcast” come “GDP Now” della Fed di Atlanta, ci hanno abituati a vedere rettifiche frequenti: basta una variazione imprevista di consumi e scorte per modificare la stima del PIL di parecchi decimali. Ma qui si parla di punti interi. Se a inizio anno si stimava un +2,7% e ora si ventila un -2,8%, è un salto di quasi 5,5 punti percentuali: impressionante. Ciò segnala quanto l’economia americana, basata sui consumi e su catene di fornitura esterne, sia vulnerabile quando la fiducia cala. \n\nAnche storicamente, alcuni dei peggiori crolli economici negli Stati Uniti sono stati innescati da “contrazioni della domanda” piuttosto rapide, a fronte di un clima politico incerto. La Grande Recessione del 2008-09 ebbe origine nella bolla dei mutui, ma un fattore di aggravamento fu la perdita di fiducia collettiva quando collassò la Lehman Brothers. Ora, le banche non sono in pericolo immediato come allora, ma l’incertezza commerciale e diplomatica potrebbe, in modo analogo, frenare in maniera repentina l’attività economica.


La reazione emotiva dei consumatori e il ruolo della stampa americana

Nei talk show, la contraddizione è lampante: alcuni media pro-Trump minimizzano la questione (“Non c’è da preoccuparsi, è un semplice passaggio di ristrutturazione politica”), mentre quelli più critici parlano di catastrofe imminente. Il cittadino medio, bombardato da notizie di possibili crolli o di potenziali “magnifiche sorti e progressive”, spesso reagisce tagliando spese “discrezionali”. Se questo atteggiamento si diffonde, è la definizione perfetta della profezia che si autoavvera: se troppi riducono i consumi, le aziende vendono meno, tagliano produzione e personale, e la recessione avviene davvero.


Focus su uno scenario “modello 2021”: l’incertezza rovesciata in opportunità?

Alcuni economisti conservatori sostengono che l’America, dopo un passaggio difficile, potrebbe rimbalzare con forza: “Se costringiamo le imprese a riportare la produzione in patria, creeremo nuovi posti di lavoro, e i Dazzi, dopo un po’, potrebbero venire rimossi, favorendo un’economia rinata.” Un’ipotesi simile si basa sullo scenario post-Covid (2021), quando, dopo mesi di lockdown e crolli, arrivò un rimbalzo che fece schizzare i consumi. Tuttavia, la differenza principale è che allora ci fu un enorme stimolo fiscale, assegni ai cittadini, prestiti a tasso zero, mentre Trump, in questa fase, sta tagliando la spesa pubblica e “ripatriando” o riducendo la manodopera straniera. Il rischio è che le imprese non trovino né lavoratori a sufficienza né un mercato esterno stabile per esportare.

E l’inflazione?\nSe l’America si chiude in se stessa, riducendo import, i prezzi interni possono salire e aggravare la già presente “bolla inflattiva” generata dal caro energia e da altre tensioni geopolitiche. Un puzzle che potrebbe avvicinare un incubo stagflattivo.


Le potenziali strade d’uscita: diplomazia, compromessi o meltdown totale?\n\nMolto dipende, paradossalmente, da quanto Trump resterà ancorato alla linea dura dei dazi e dalla comunicazione che la Casa Bianca vorrà mantenere. Se i Dazzi fossero ridotti o modulati in modo coerente – e non annunciati/sospesi/riannunciati di continuo – parte dell’incertezza svanirebbe, e i mercati si stabilizzerebbero. Un compromesso con Messico e Canada, che sono partner storici nell’ambito dell’USMCA, sostitutivo del NAFTA, consentirebbe di evitare reazioni a catena.

Una seconda opzione: accettare la guerra dei dazi, e lasciar affondare i rapporti commerciali con i partner. Questa linea, però, renderebbe assai probabile una recessione negli Stati Uniti, e le conseguenze politiche interne potrebbero ritorcersi contro lo stesso Trump. Infine, c’è la via diplomatica, magari mediata da alcuni colossi dell’industria americana che temono di essere travolti da costi e controritorsioni.


Riflessioni conclusive: da un “boom” mancato a un “colpo di grazia” verso la recessione?\n\nLa “nuova amministrazione Trump” era stata accolta da un eccesso di ottimismo a dicembre e gennaio. Da allora, molte speranze si sono spente, e l’indice del pessimismo sugli investitori (chiamato orsez da alcuni) ha toccato vette che evocano il periodo Covid. Nel contempo, la Fed di Atlanta parla di un –2,8% di crescita potenziale per il primo trimestre, scostandosi di oltre cinque punti rispetto alle proiezioni di poche settimane prima.
“È davvero possibile che l’economia americana subisca una frenata così drastica e veloce? Parrebbe di sì, se la sfiducia di consumatori e imprese si unisce a importazioni ‘anticipate’ e poi a un crollo dei nuovi ordini.”


Molti operatori di mercato considerano la situazione come un test di forza: se l’America innesca una recessione, ma poi “riemerge” con un tessuto industriale più coeso, potrebbe dimostrare che la linea dura di Trump funziona. Viceversa, se la recessione diventasse più severa e duratura, potremmo assistere a un contraccolpo politico fortissimo, con ripensamenti sulla politica protezionistica.

Uno scenario in cui l’Europa, costretta a seguire la rotta di un rearm e sempre più dipendente dal volere americano, si trova in imbarazzo. Vorrebbe un partner affidabile, ma vede negli Stati Uniti uno “swing player” che cambia politica in modo imprevedibile, spingendo potenzialmente la Cina in una posizione di supremazia nei commerci internazionali.

Altro scenario da considerare è la co-esistenza di blocchi regionali, in cui l’America si chiude su se stessa, mentre la Cina consolida la sua area di influenza in Asia e stringe nuovi accordi con Europa e con i Paesi emergenti, isolando progressivamente Washington. Se i dazi di Trump proseguiranno, è plausibile che Messico, Canada e l’UE cerchino una “fuga” verso altri mercati di sbocco.

In definitiva, la questione “Trump c’è riuscito a creare incertezza, con ricadute sui mercati e possibili contrazioni economiche” non è frutto di un singolo errore né di una strategia lineare. È il frutto di un combinato disposto: velocità disordinata d’azione, imposizione di Dazzi su oltre il 40% delle importazioni, contraccolpi di partner irritati, reazioni eccessive degli operatori. Lo scenario di un “-2,8%” di PIL nel primo trimestre è un campanello d’allarme.

Resta solo da vedere se la Casa Bianca ridurrà i toni, fornendo indicazioni stabili sulle tariffe, o se proseguirà nella via di un rinnovato protezionismo, accettando un passaggio di “recessione di transizione” per rifondare l’economia su basi “nazionali”. Forse, il grande sogno di Trump 2.0 si basava su uno strappo più mite, ma gli eventi stanno correndo più in fretta del previsto.

Note finali e considerazioni per il futuro\n
“L’incertezza uccide i mercati. Gli Stati Uniti, un tempo porto sicuro, oggi danno l’impressione di uno scenario altalenante, con dazi che appaiono e scompaiono in pochi giorni.”
\nGli economisti definiscono la politica commerciale dell’America “un cigno nero annunciato”, perché il protezionismo era previsto da molti discorsi di Trump, ma non nella forma di un continuo zig-zag: annuncio, sospensione, riannuncio, sospensione. Il grande timore è che questa altalena condizioni la crescita, facendo slittare la produzione e i piani di investimento.

La speranza, espressa da alcuni operatori di mercato, è che la diplomazia sotterranea stia già lavorando a un “piano di stabilizzazione”. Certi colossi americani e consiglieri economici potrebbero far pressione sulla Casa Bianca per normalizzare i rapporti con Canada e Messico (partner storici) e ridurre la tensione con l’Europa. Una transizione graduale e trasparente, se si realizzasse, allontanerebbe lo spettro di una recessione. Ma se la retorica “a scatti” di Trump continuasse, la sindrome dell’1 passo avanti, 2 passi indietro potrebbe protrarsi, con i mercati avvolti nella nebbia e i consumatori ancor più guardinghi.

In conclusione, se il clima di incertezza era un obiettivo stesso – o solo un effetto collaterale – delle politiche di Trump, potremo verificarlo osservando i dati reali dei prossimi trimestri. Resta il fatto che “Trump c’è riuscito”: ha creato un clima di dubbio, volatilità e potenziale recessione tecnica. Resta da capire se, dopo la “tempesta controllata”, arriverà la quiete di una nuova America manifatturiera, oppure un caos che travolgerà la popolarità dello stesso Trump.

Viviamo un momento storico in cui gli Stati Uniti, culla del libero mercato, sembrano imboccare la strada di un protezionismo estremo e ondivago, con reazioni a catena nelle supply chain globali. L’incertezza politica e commerciale, in un’economia iperconnessa, ha effetti fulminei sui consumi e sugli investimenti, ridisegnando in poche settimane le prospettive di crescita. Quel che stupisce, più della sostanza dei Dazzi, è la [u]discontinuitàmesso a dura prova il sistema nervoso dei mercati.
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