Forse mi sarebbe piaciuto sentirmi chiamare papà
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Ho superato i trentasette anni e ogni tanto mi capita di pensare che, a quest’ora, avrei già potuto avere un figlio. O una figlia.
Non è un pensiero che porto con me ogni giorno. Arriva senza preavviso. Vedo un padre con un bambino per mano, entro in una casa dove ci sono giocattoli sparsi sul pavimento, sento qualcuno raccontare una piccola cosa successa a scuola e per qualche secondo immagino una vita diversa.
Credo che mi sarebbe piaciuto.
Non quella versione perfetta della famiglia che esiste nelle fotografie. So bene che un figlio significa anche stanchezza, preoccupazioni, spese, notti senza dormire, responsabilità e paura di sbagliare.
Eppure qualcosa rimane.
Una domanda soprattutto: sarei stato un buon padre?
Poi ne arriva un’altra, forse ancora più difficile.
In quale mondo lo avrei fatto crescere?
Pensavo che a questa età avrei avuto meno domande
Da giovane immaginavo l’età adulta in modo molto più semplice.
Pensavo che prima o poi avrei sistemato ogni cosa: un lavoro stabile, una casa, qualche sicurezza, una direzione precisa. Credevo che crescendo arrivassero automaticamente anche le risposte.
Invece cresci e scopri che molte risposte non arrivano.
Arrivano altre bollette.
Altri problemi.
Altre responsabilità.
Risolvi qualcosa e subito compare qualcos’altro.
A venticinque anni puoi dirti che c’è tempo. A trenta pensi che prima sia meglio trovare stabilità. Poi arriva il lavoro, arriva una casa, magari un mutuo, le spese quotidiane, gli imprevisti, il desiderio di guadagnare qualcosa in più e la sensazione che sarebbe meglio aspettare ancora un po’.
Il momento giusto continua a spostarsi.
E mentre aspetti che la vita diventi sufficientemente ordinata per iniziarne un’altra, passa il tempo.
Non penso che avere un figlio sia un obbligo. Non è una casella che bisogna spuntare per dimostrare di essere diventati adulti.
Ma qualche volta mi domando se io abbia aspettato perché non lo desideravo veramente oppure perché avevo paura.
Forse le due cose, con gli anni, si sono confuse.
Che padre sarei stato
Quando provo a immaginarlo, non penso alle grandi lezioni.
Penso alle cose piccole.
Gli avrei insegnato a salutare entrando in un posto, a ringraziare, a rispettare le persone, a non prendere quello che non gli appartiene.
Gli avrei spiegato che essere buoni non significa lasciarsi calpestare.
Che chiedere scusa non rende deboli.
Che mantenere la parola data conta.
Che il valore di una persona non dipende dal mestiere che fa, dai vestiti che porta o dai soldi che possiede.
Avrei voluto insegnargli il valore del lavoro senza insegnargli a vivere soltanto per lavorare.
Forse sarei stato severo su alcune cose.
Probabilmente troppo protettivo su altre.
Ci sarebbero state sere in cui sarei tornato a casa stanco e avrei avuto meno pazienza di quella che un bambino merita. Magari avrei alzato la voce e cinque minuti dopo mi sarei sentito una merda.
Avrei sbagliato.
Questo lo so già.
La parte strana è che non mi preoccupa l’idea di non essere stato perfetto. Nessun genitore lo è.
Mi preoccupa piuttosto l’idea di non essere riuscito a riconoscere i miei errori.
Un bambino non dovrebbe diventare il posto in cui un adulto scarica tutta la rabbia accumulata fuori casa.
Avrei voluto ricordarmelo soprattutto nei giorni peggiori.
Non posso sapere se sarei stato un buon padre.
Posso soltanto dire che mi sarebbe importato moltissimo esserlo.
Forse una figlia mi avrebbe fatto ancora più paura
Non so perché, ma quando penso a questa vita che non ho vissuto, spesso immagino una figlia.
E credo che avrebbe tirato fuori la parte più fragile di me.
Avrei avuto paura quando iniziava a uscire da sola.
Quando tardava.
Quando non rispondeva al telefono.
Quando cominciava a frequentare persone che io non conoscevo.
Probabilmente le avrei chiesto cento volte di mandarmi un messaggio appena arrivata.
Lei si sarebbe arrabbiata.
Mi avrebbe detto che era grande, che dovevo fidarmi di lei.
E avrebbe avuto ragione.
Il problema non sarebbe stata la fiducia in lei.
Sarebbe stata la fiducia nel mondo.
Perché un padre può proteggere un figlio soltanto fino a un certo punto.
Può insegnargli qualcosa.
Può stargli vicino.
Può provare a prepararlo.
Poi deve lasciarlo andare.
Ed è proprio quella parte che mi avrebbe fatto paura: sapere che la persona più importante della mia vita avrebbe dovuto attraversare strade sulle quali io non avrei avuto alcun controllo.
Non sono i pannolini a spaventarmi
Quando penso alla paternità, non sono i sacrifici pratici a fermarmi.
Avrei lavorato.
Avrei dormito meno.
Avrei rinunciato a qualcosa.
Avrei speso soldi per lui invece che per me.
A tutto questo, probabilmente, ci si abitua.
Il problema è un altro.
Un figlio non chiede di nascere.
Sei tu che scegli per lui.
Lo metti dentro un mondo che può essere bellissimo, ma anche ingiusto, imprevedibile e doloroso.
E allora cominci a domandarti che cosa potresti davvero promettergli.
Studia.
Impegnati.
Comportati bene.
Rispetta gli altri.
Lavora.
Costruisci il tuo futuro.
Sono cose in cui continuo a credere.
Ma crescendo ho capito anche che fare tutto correttamente non garantisce automaticamente una vita semplice.
Puoi lavorare molto e avere comunque problemi economici.
Puoi comportarti bene e incontrare persone che non lo faranno.
Puoi pianificare ogni cosa e vedere un avvenimento completamente fuori dal tuo controllo cambiare il percorso della tua vita.
La vita adulta mi ha insegnato soprattutto questo: fare la propria parte è necessario, ma non significa poter controllare il risultato.
Ed è difficile accettarlo quando immagini tuo figlio al posto tuo.
Il mondo visto da chi deve crescerci un figlio
Forse molte cose mi pesano di più proprio perché negli ultimi anni ho iniziato a guardarle con occhi diversi.
Il costo della vita.
Il lavoro.
La casa.
La sicurezza.
Le guerre.
Le tensioni tra Paesi.
Le trasformazioni sociali.
Non penso che il mondo stia semplicemente andando verso la rovina. Sarebbe troppo facile dirlo e sarebbe anche falso: ogni epoca ha avuto le proprie paure, i propri conflitti e le proprie difficoltà.
Ma questo non significa che le preoccupazioni di oggi siano immaginarie.
Quando hai soltanto te stesso puoi anche permetterti una certa dose di fatalismo.
Quando immagini un figlio, cambia tutto.
Una guerra lontana smette di essere soltanto una notizia.
Una crisi economica non significa più soltanto che dovrai stringere la cinghia.
La sicurezza di una città non riguarda più soltanto il percorso che fai tu.
La qualità della scuola non è più un argomento astratto.
Persino il prezzo di una casa smette di riguardare soltanto il presente e diventa una domanda sul futuro di qualcuno che ami.
Forse è questo il punto.
Diventare padre, almeno nella mia immaginazione, avrebbe significato smettere definitivamente di pensare soltanto alla mia vita.
Capisco meglio perché molti esitano
Si parla spesso di persone che fanno meno figli.
Dietro questa scelta, però, non può esserci una spiegazione unica.
C’è chi semplicemente non vuole diventare genitore.
Chi non può.
Chi non ha trovato la persona con cui costruire una famiglia.
Chi ha rimandato.
Chi teme di perdere l’equilibrio economico che è riuscito a costruire.
Chi si sente già schiacciato dalle responsabilità che possiede.
E poi probabilmente esistono persone come me.
Persone che qualche volta immaginano un figlio e, immediatamente dopo, immaginano tutto ciò che potrebbe fargli male.
Non so quanto ci sia di razionale in questo.
Non so nemmeno se si possa chiamare prudenza.
Forse è semplicemente paura.
La parte più difficile da ammettere è che, a volte, usiamo il mondo come spiegazione perché è più semplice che guardare dentro noi stessi.
Forse non ho paura soltanto del mondo
Potrei dire che mi preoccupano il futuro, l’economia, le guerre, la società.
Ed è vero.
Ma probabilmente non è tutta la verità.
Forse una parte di me ha anche paura di non essere abbastanza.
Di non riuscire a proteggerlo.
Di non potergli dare tutto ciò di cui avrebbe bisogno.
Di guardarlo un giorno soffrire per qualcosa contro cui non posso fare niente.
Quando ami davvero qualcuno, consegni a quella persona anche una parte della tua vulnerabilità.
Un figlio sarebbe stato il punto più fragile della mia vita.
Qualunque cosa fosse successa a lui sarebbe successa, in qualche modo, anche a me.
Forse essere padre significa anche questo: accettare che da quel momento esista qualcosa che temi di perdere più della tua stessa tranquillità.
E non so se sarei stato pronto.
Non so nemmeno se lo sarei oggi.
Eppure credo che mi sarebbe piaciuto
Quando tolgo tutte le analisi, tutte le paure e tutti i ragionamenti, rimane qualcosa di sorprendentemente semplice.
Credo che mi sarebbe piaciuto sentire qualcuno chiamarmi papà.
Mi sarebbe piaciuto trovare un bambino addormentato sul divano e prenderlo in braccio cercando di non svegliarlo.
Insegnargli ad andare in bicicletta.
Ascoltare domande alle quali magari non avrei saputo rispondere.
Vederlo crescere.
Litigare perché la sua stanza era un disastro.
Aspettarlo la sera fingendo di non essere preoccupato.
Essere orgoglioso di lui senza riuscire sempre a dirglielo nel modo giusto.
Mi sarebbe piaciuto vederlo diventare qualcosa che non avevo previsto.
Magari completamente diverso da me.
Forse è proprio questo che trovo strano.
Provare una specie di nostalgia per qualcuno che non è mai esistito.
Non ha un nome.
Non ha un volto.
Non so se sarebbe stato un bambino o una bambina.
Eppure qualche volta sembra quasi che manchi.
Non in casa.
Dentro di me.
Quello che avrei potuto promettergli
Forse il mio errore è stato pensare che, prima di avere un figlio, avrei dovuto essere in grado di garantirgli un futuro sicuro.
Nessun padre può farlo.
Non avrei potuto promettergli che non avrebbe sofferto.
Non avrei potuto promettergli un lavoro sicuro.
Non avrei potuto promettergli che avrebbe incontrato soltanto persone buone.
Non avrei potuto promettergli pace, salute o fortuna.
Non avrei nemmeno potuto promettergli una vita migliore della mia.
Avrei potuto promettergli soltanto la mia presenza.
Che avrei lavorato per lui.
Che avrei cercato di proteggerlo senza impedirgli di vivere.
Che avrei provato ad ascoltarlo anche quando non lo capivo.
Che, quando avessi sbagliato, avrei cercato di ammetterlo.
Che non avrei preteso che diventasse la persona che avevo immaginato io.
E soprattutto che, nei momenti in cui il mondo gli fosse sembrato troppo grande, avrebbe saputo di avere ancora un posto dove tornare.
Forse è poco.
Forse è semplicemente tutto ciò che un padre può promettere senza mentire.
Per ora quella promessa è rimasta dentro di me.
Senza un nome.
Senza una voce.
Senza nessuno che possa chiamarmi papà.


