Ho superato i trentasette anni e, ogni tanto, mi viene da pensare che a quest’ora avrei già dovuto avere un figlio. O una figlia.
Non so perché questo pensiero arrivi soltanto in certi momenti. Possono passare settimane senza che mi sfiori. Poi vedo un bambino che tiene la mano di suo padre, sento qualcuno raccontare una piccola cosa successa a scuola, oppure entro in una casa dove ci sono giocattoli sparsi e improvvisamente mi chiedo come sarebbe stata la mia vita.
Credo che mi sarebbe piaciuto.
Non lo dico con certezza, perché sarebbe facile trasformare in qualcosa di perfetto una vita che non ho vissuto. Avere un figlio non significa soltanto sorrisi, fotografie e domeniche insieme. Significa stanchezza, paura, responsabilità, spese, notti senza dormire e la consapevolezza che da quel momento non puoi più pensare soltanto a te stesso.
Eppure, da qualche parte dentro di me, quel desiderio deve essere esistito. Forse esiste ancora.
Il problema è che, subito dopo, arrivano le domande.
Ne sarei stato capace?
Sarei stato un buon padre?
Avrei saputo educarlo?
Avrei avuto abbastanza pazienza?
E soprattutto: in quale mondo lo avrei fatto crescere?
A questa età pensavo che avrei già saputo le risposte
Quando ero più giovane immaginavo che a trentasette anni avrei avuto le idee chiare.
Pensavo che l’età adulta funzionasse così: prima sei confuso, poi cresci, lavori, sistemi le cose e finalmente capisci chi sei e cosa vuoi.
In realtà cresci, lavori e sistemi continuamente problemi che vengono sostituiti da altri problemi. Alcune cose diventano più chiare, ma molte domande restano esattamente dove le avevi lasciate.
Soltanto che adesso pesano di più.
A venticinque anni puoi dirti che c’è tempo.
A trenta puoi pensare che devi ancora trovare una stabilità.
Poi superi i trentasette e cominci a capire che il tempo non si ferma mentre cerchi di mettere tutto in ordine.
Prima serve un lavoro sicuro.
Poi una casa.
Poi bisogna pagare il mutuo.
Poi arrivano le spese che non avevi previsto.
Poi pensi che sarebbe meglio guadagnare qualcosa in più.
Poi guardi il mondo e ti dici che forse non è il momento.
Il momento giusto continua a spostarsi davanti a te. E tu continui a camminare senza raggiungerlo.
Non so se avrei dovuto avere già un figlio. Nessuno è obbligato a diventare genitore soltanto perché ha raggiunto una certa età. Un figlio non è una casella da spuntare per dimostrare di essere diventati adulti.
Ma ogni tanto mi chiedo se ho aspettato perché non lo volevo davvero oppure perché ho avuto paura.
Forse le due cose si sono confuse.
Sarei stato un buon padre?
Questa è la domanda che torna più spesso.
Nella mia testa riesco a immaginarmi mentre gli insegno le cose semplici.
A salutare quando entra in un posto.
A ringraziare.
A non prendere ciò che non gli appartiene.
A rispettare le persone, ma senza permettere a nessuno di trattarlo male.
A capire che essere buoni non significa essere stupidi e che avere un cuore non obbliga a farsi calpestare.
Gli avrei insegnato il valore del lavoro. Non il lavoro come religione e nemmeno l’idea assurda che una persona valga soltanto per quanto produce. Gli avrei spiegato che dietro ogni cosa esiste la fatica di qualcuno e che non si dovrebbe mai guardare dall’alto chi si sporca le mani per vivere.
Gli avrei insegnato a mantenere la parola data.
A chiedere scusa quando sbaglia.
A non ridere delle debolezze degli altri.
A non seguire il gruppo soltanto perché ha paura di restare solo.
Forse sarei stato un padre severo su alcune cose.
Forse troppo protettivo.
Probabilmente avrei commesso errori pensando di fare il suo bene.
Ci sarebbero state giornate in cui sarei tornato dal lavoro stanco e avrei avuto meno pazienza di quella che un bambino merita. Magari avrei alzato la voce e poi mi sarei sentito in colpa. Avrei avuto paura di ripetere comportamenti che da fuori sembrano assurdi e che invece, quando sei stanco e preoccupato, possono venire fuori senza chiedere il permesso.
Non sarei stato un padre perfetto.
Ma non credo che i figli abbiano bisogno di genitori perfetti. Credo che abbiano bisogno di qualcuno che resti. Qualcuno capace di riconoscere i propri errori. Qualcuno che non faccia pesare su di loro tutte le frustrazioni accumulate fuori casa.
Avrei provato a essere quella persona.
Non posso sapere se ci sarei riuscito.
Posso soltanto dire che mi sarebbe importato.
E forse il fatto stesso di chiedermi se sarei stato un buon padre significa che non avrei preso quella responsabilità alla leggera.
Un figlio o una figlia
A volte immagino un bambino.
Altre volte, più spesso, immagino una figlia.
Non so quale delle due cose mi avrebbe fatto più paura.
Un bambino avrebbe forse cercato di assomigliarmi. Avrei sentito il peso di dovergli mostrare cosa significa essere un uomo senza riempirgli la testa di quelle sciocchezze per cui non deve piangere, non deve avere paura e deve sempre sembrare forte.
Avrei voluto insegnargli che la forza non consiste nel fare rumore, dominare gli altri o nascondere ciò che sente.
Una figlia, invece, credo che avrebbe tirato fuori tutte le mie paure.
Avrei avuto paura quando usciva.
Quando non rispondeva al telefono.
Quando cominciava a fidarsi di persone che io non conoscevo.
Avrei voluto proteggerla da tutto, sapendo che proteggerla da tutto sarebbe stato impossibile e forse anche sbagliato.
Un figlio deve vivere.
Deve incontrare persone, sbagliare, amare, soffrire, allontanarsi e costruire qualcosa che non appartiene più ai suoi genitori.
Un padre può preparargli la strada soltanto fino a un certo punto.
Poi deve lasciarlo andare nel mondo.
È proprio il mondo che oggi mi spaventa.
Il mondo che fa schifo
Ci sono giorni in cui guardo quello che succede e penso, senza cercare parole più eleganti, che questo mondo faccia schifo.
Non tutto.
Non tutte le persone.
Non ogni momento della vita.
Ma il modo in cui abbiamo organizzato la società, il modo in cui viene gestito il potere e la leggerezza con cui si decide il futuro degli altri mi fanno provare una rabbia difficile da spiegare senza sembrare esagerato.
Lavoriamo per pagare una casa che diventerà veramente nostra dopo decenni.
Lavoriamo per pagare le bollette, il carburante, il cibo, le tasse, le assicurazioni e gli imprevisti.
Quando finalmente rimane qualcosa, spesso serve per recuperare una spesa rimandata.
E mentre la vita delle persone normali è fatta di questi calcoli piccoli e continui, sentiamo parlare governanti, dirigenti e persone protette da privilegi che descrivono i nostri sacrifici come se fossero una semplice variabile economica.
Loro dicono transizione.
Noi pensiamo a quanto costa cambiare automobile.
Loro dicono sostenibilità.
Noi pensiamo a quanto carburante serve per andare al lavoro.
Loro dicono resilienza.
Noi cerchiamo di capire come arrivare alla fine del mese senza doverci vergognare di essere stanchi.
Il MIMIT pubblica quotidianamente i prezzi medi dei carburanti. Nell’estate del 2026 il gasolio ha raggiunto o superato i 2,10 euro al litro in diverse aree italiane. Sono numeri che per chi osserva il Paese da un ufficio possono sembrare pochi centesimi. Per chi usa l’automobile ogni giorno sono soldi sottratti alla spesa, alla casa e alla famiglia. Fonte: Ministero delle Imprese e del Made in Italy, prezzi medi regionali dei carburanti
Non è il rifiuto del cambiamento.
È il rifiuto dell’ipocrisia.
Non si può pretendere che un operaio, una cassiera, un piccolo artigiano o una famiglia con un mutuo cambino improvvisamente automobile perché qualcuno ha deciso una scadenza.
Non si può parlare di rinunce dall’interno di un’automobile con autista, protetti da una scorta, per poi salire su un aereo e spiegare a chi vive del proprio stipendio che deve modificare completamente la propria vita.
Il problema non è voler lasciare un ambiente migliore ai figli.
Il problema è scaricare ancora una volta il costo sulle stesse persone, mentre chi decide continua a vivere fuori dalle conseguenze delle proprie decisioni.
Le persone semplici non decidono quasi niente
Le persone semplici non vogliono dominare il mondo.
Vogliono lavorare, tornare a casa, mangiare qualcosa, riposare e magari avere un po’ di tempo da passare con chi amano.
Vogliono poter fare una passeggiata senza guardarsi continuamente intorno.
Vogliono mandare un figlio a scuola sapendo che riceverà un’istruzione decente.
Vogliono curarsi senza aspettare tempi assurdi.
Vogliono pagare le tasse e vedere almeno una parte di quei soldi tornare sotto forma di servizi, sicurezza e dignità.
Non mi sembra una pretesa eccessiva.
Eppure sono proprio queste persone a essere chiamate ogni volta a sostenere nuove emergenze, nuove scelte, nuove crisi e nuovi sacrifici.
Quasi mai vengono davvero ascoltate.
Vengono studiate, classificate, descritte e rimproverate.
Ma ascoltate poco.
A volte ho la sensazione che la politica consideri la vita reale un fastidio. Qualcosa da piegare alle proprie teorie invece di una realtà da comprendere.
E allora mi chiedo cosa avrei potuto dire a un figlio.
Gli avrei detto di lavorare onestamente.
Ma avrei dovuto anche spiegargli che il lavoro onesto non garantisce più una vita serena.
Gli avrei detto di rispettare le istituzioni.
Ma avrei dovuto spiegargli perché tante istituzioni sembrano ricordarsi di lui soprattutto quando devono chiedergli qualcosa.
Gli avrei detto che studiando e impegnandosi avrebbe costruito il proprio futuro.
Poi avrei dovuto guardarlo mentre cercava una casa a prezzi impossibili, accettava contratti precari o pensava di andare via perché altrove vedeva più possibilità.
Non è bello mettere al mondo una persona e consegnarle soltanto delle illusioni.
L’Europa che non riconosco più
Poi c’è l’Europa.
L’Europa in cui pensavamo di vivere e quella che vediamo oggi non sempre sembrano la stessa cosa.
Non parlo di una cartina geografica o delle istituzioni di Bruxelles. Parlo delle città, delle stazioni, dei quartieri, degli ospedali, delle scuole e dei luoghi attraversati ogni giorno dalle persone normali.
L’immigrazione esiste e ha cambiato profondamente la società europea. Secondo Eurostat, nel 2024 quasi il 10% delle persone residenti nei Paesi dell’Unione non aveva la cittadinanza del Paese in cui viveva. Una trasformazione di queste dimensioni non può essere liquidata né con la propaganda contro tutti gli stranieri né con la favola secondo cui ogni arrivo rappresenterebbe automaticamente un vantaggio. Fonte: Eurostat, Migration and asylum in Europe, edizione 2025
Non penso che una persona sia cattiva perché è nata altrove.
Non penso che tutti gli immigrati rubino, aggrediscano o vivano alle spalle degli altri. Sarebbe falso. Ci sono persone straniere che lavorano, pagano le tasse, crescono figli, rispettano le regole e affrontano sacrifici simili ai nostri.
Lo vediamo ogni giorno.
Ma proprio perché non voglio raccontare bugie, non accetto nemmeno la bugia opposta.
Non ogni immigrazione è positiva.
Non ogni integrazione è riuscita.
Non tutte le persone che arrivano vogliono davvero accettare le regole, la cultura civile e i doveri della società che le accoglie.
Esistono criminalità, degrado, violenza, sfruttamento dei sistemi di assistenza, occupazioni abusive e comportamenti incompatibili con una convivenza normale.
A commettere questi fatti sono individui precisi, che devono risponderne individualmente. Ma quando gli episodi si ripetono e si concentrano in alcuni territori, la politica non può limitarsi a dire che parlarne è sbagliato.
Deve governare il fenomeno.
Deve controllare chi entra.
Deve distinguere chi ha diritto a restare da chi non lo ha.
Deve rimpatriare chi non può soggiornare legalmente.
Deve intervenire con fermezza contro chi delinque.
Deve pretendere il rispetto delle leggi, senza creare zone in cui le regole diventano facoltative per paura di essere accusati di intolleranza.
Nel 2024 Eurostat ha registrato 110.000 cittadini non comunitari effettivamente rimpatriati fuori dall’Unione dopo un ordine di lasciare il territorio. Il numero dimostra che le procedure esistono, ma confrontato con le dimensioni complessive del fenomeno mostra anche quanto l’esecuzione delle decisioni sia complessa e limitata. Fonte: Eurostat, dati sui rimpatri nell’Unione europea
Le conseguenze di una gestione sbagliata non vengono distribuite equamente.
Non finiscono nei quartieri protetti in cui vivono molti di coloro che difendono qualsiasi scelta senza subirne gli effetti.
Finiscono nelle periferie.
Nelle case popolari.
Nelle scuole già in difficoltà.
Nei pronto soccorso sovraccarichi.
Sui mezzi pubblici.
Nei luoghi in cui vivono le persone che non possono scegliere di trasferirsi altrove.
Sono loro a vedere il cambiamento.
Sono loro a convivere con i problemi.
E spesso, quando provano a parlarne, vengono giudicate prima ancora di essere ascoltate.
Non voglio insegnare a un figlio a odiare.
Vorrei insegnargli a giudicare le persone per quello che fanno.
Ma per poterlo fare avrei bisogno di uno Stato che facesse la stessa cosa: proteggere chi rispetta le regole e allontanare chi le disprezza, indipendentemente dal passaporto, dal colore della pelle o dalla storia personale.
La legge dovrebbe essere uguale proprio perché le persone sono uguali davanti alla legge.
La paura di uscire e la vergogna di dirlo
Ci sono persone che dopo una certa ora evitano alcune zone.
Cambiano strada.
Non prendono certi mezzi.
Dicono ai figli di mandare un messaggio quando arrivano.
Questo non significa che ogni città europea sia diventata invivibile. Non significa nemmeno che ogni paura corrisponda automaticamente a un pericolo reale.
Ma la paura vissuta dalle persone non può essere cancellata con un discorso.
La sicurezza non è soltanto una statistica nazionale.
È il modo in cui ti senti quando parcheggi e devi percorrere un tratto a piedi.
È ciò che pensi quando tua figlia ti dice che tornerà tardi.
È il dubbio che ti viene quando un gruppo comincia a seguirti o a provocarti.
È sapere che, anche quando non accade niente, hai modificato le tue abitudini perché non ti senti più tranquillo.
Forse, se avessi avuto una figlia, sarei stato troppo preoccupato.
Le avrei telefonato.
Le avrei chiesto dove fosse.
Avrei controllato l’orologio.
Lei si sarebbe arrabbiata e mi avrebbe detto che non era più una bambina.
Io avrei provato a farle capire che non era mancanza di fiducia verso di lei.
Era mancanza di fiducia verso il mondo.
Non so se avrebbe capito.
Probabilmente io stesso, alla sua età, non avrei capito.
I potenti e le guerre degli altri
Oltre alle difficoltà quotidiane ci sono le guerre.
Quelle già iniziate e quelle di cui si parla come se fossero sempre sul punto di cominciare.
Il Consiglio europeo ha discusso ancora nel 2026 della guerra in Ucraina, entrata nel suo quinto anno, e delle tensioni nel Medio Oriente. Non sono scenari inventati per alimentare paura: sono conflitti e crisi internazionali che continuano a produrre vittime, spese militari, tensioni economiche e incertezza. Fonte: Consiglio europeo, riunione del 19 marzo 2026
A parlare di guerra sono quasi sempre persone che non ci andranno.
A decidere nuove armi, nuove strategie e nuovi sacrifici sono uomini e donne protetti da apparati che le persone comuni non avranno mai.
I loro figli raramente saranno i primi a partire.
Le loro case non saranno le prime a restare senza riscaldamento.
I loro conti correnti non verranno svuotati da un aumento della spesa o del carburante.
Le conseguenze scendono sempre verso il basso.
Arrivano a chi lavora.
A chi perde il posto perché un settore entra in crisi.
A chi paga di più l’energia.
A chi vede diminuire il valore del proprio stipendio.
A chi viene invitato a essere responsabile da persone che non hanno mai dovuto scegliere quale pagamento rimandare.
La cosa che mi fa più rabbia è il linguaggio.
Parlano di strategie, equilibri, deterrenza e interessi.
Dietro quelle parole ci sono persone reali.
Padri che non tornano.
Madri che cercano i figli.
Bambini che imparano troppo presto il rumore di un’esplosione.
Famiglie che perdono in pochi minuti tutto quello che avevano costruito in una vita.
E io dovrei mettere al mondo un figlio confidando nella saggezza di persone che continuano a trattare la guerra come uno strumento possibile?
Forse è sempre stato così.
Forse ogni generazione ha avuto le proprie guerre e le proprie paure.
Ma sapere che il passato è stato terribile non rende meno assurdo il presente.
Che futuro potrei promettere?
Un figlio non chiede di nascere.
Siamo noi a decidere per lui.
Decidiamo di portarlo dentro una vita che potrà essere bellissima, ma anche dolorosa. Gli chiediamo di affrontare un mondo che non abbiamo scelto e che non siamo in grado di controllare.
Questa responsabilità mi pesa più della paura di cambiare pannolini, perdere il sonno o dover rinunciare a qualcosa.
Ai sacrifici pratici credo che mi sarei abituato.
Avrei lavorato.
Avrei trovato il modo.
Avrei rinunciato a cose mie.
Il vero problema sarebbe stato guardarlo negli occhi e dirgli che il futuro aveva un senso.
Studia.
Impegnati.
Comportati bene.
Rispetta gli altri.
Costruisci qualcosa.
Parole giuste.
Ma quanto sono ancora credibili?
Avrei potuto offrirgli una buona educazione, almeno secondo i valori in cui credo.
Non so se avrei potuto offrirgli una buona vita.
Perché una buona vita non dipende soltanto dai genitori.
Dipende dalla scuola che incontra.
Dal lavoro che troverà.
Dalle persone che attraverseranno la sua strada.
Dalle decisioni prese da governi lontani.
Dalle guerre.
Dall’economia.
Dalla sicurezza del luogo in cui vivrà.
Dalla possibilità di avere una casa senza consegnare metà della propria esistenza a una banca.
Un padre può fare molto.
Ma non può costruire da solo un Paese funzionante intorno a suo figlio.
Non siamo gli unici ad avere paura
A volte si parla della denatalità come se gli italiani avessero improvvisamente deciso di diventare egoisti.
Non vogliono responsabilità.
Preferiscono divertirsi.
Pensano soltanto a se stessi.
Può essere vero per qualcuno.
Ma non credo che spieghi tutto.
Nel 2025 in Italia sono nati circa 355.000 bambini e la fecondità è scesa a 1,14 figli per donna. Nei primi mesi del 2026 il calo è proseguito. Sono dati che raccontano un Paese nel quale avere figli è diventato sempre meno comune. Fonte: ISTAT, Indicatori demografici 2025
Dietro quei numeri non esiste una sola causa.
Ci sono persone che non desiderano figli.
Persone che non possono averne.
Persone che non hanno incontrato il compagno o la compagna con cui farli.
Persone che hanno aspettato troppo.
Persone che temono di perdere il lavoro.
Persone che non riescono a trovare una casa.
Persone che si sentono già schiacciate dalle responsabilità presenti e non hanno il coraggio di aggiungerne una enorme.
Poi ci sono quelli come me, che ogni tanto immaginano un figlio e subito dopo vedono tutto ciò che potrebbe fargli male.
Non so se questa sia prudenza o paura.
Non so nemmeno se sia giusto lasciare che il peggio del mondo decida anche le parti più intime della nostra vita.
So soltanto che il dubbio esiste.
Ed è più profondo di quanto riesca normalmente ad ammettere.
Forse mi sarebbe piaciuto davvero
Al di là della politica, delle guerre, dell’immigrazione e dei soldi, rimane una cosa più semplice.
Credo che mi sarebbe piaciuto sentire qualcuno chiamarmi papà.
Mi sarebbe piaciuto vedere un figlio addormentato sul divano e portarlo a letto cercando di non svegliarlo.
Mi sarebbe piaciuto insegnargli ad andare in bicicletta.
Ascoltare le sue domande.
Vederlo crescere.
Litigare con lui perché la sua stanza era in disordine.
Aspettarlo la sera fingendo di non essere preoccupato.
Essere orgoglioso senza riuscire a dirlo bene.
Avrei probabilmente sbagliato molte cose.
Forse non sarei sempre riuscito a mostrargli affetto nel modo di cui aveva bisogno.
Forse avrei cercato di proteggerlo troppo.
Forse avrei avuto paura che diventasse più grande perché ogni anno avrebbe avuto meno bisogno di me.
Ma credo che gli avrei voluto bene con tutto quello che avevo.
Ed è strano provare una specie di nostalgia per qualcuno che non è mai esistito.
Non ha un volto.
Non ha un nome.
Non so nemmeno se sarebbe stato un bambino o una bambina.
Eppure, qualche volta, mi sembra quasi che manchi.
Non nella casa.
Dentro di me.
Il dubbio che non riesco a cancellare
Posso dire che il mondo è troppo brutto per avere figli.
Posso parlare dei politici, delle guerre, del costo della vita, dell’insicurezza e di un’Europa che non riconosco più.
Sono tutte parti reali del mio pensiero.
Ma forse esiste anche una verità più difficile.
Forse non ho paura soltanto del mondo.
Ho paura di non essere abbastanza.
Di non riuscire a proteggerlo.
Di non potergli dare ciò che merita.
Di guardarlo un giorno e capire che tutto il mio impegno non è bastato.
Quando ami qualcuno, diventa vulnerabile anche una parte di te.
Un figlio sarebbe stato il punto più fragile della mia vita.
Qualsiasi cosa gli fosse accaduta avrebbe attraversato anche me.
Forse è questo che significa essere padre: accettare di avere qualcosa da perdere più importante di se stessi.
Non so se ne sarei stato capace.
Non so se ne sarei ancora capace.
So che, dopo aver superato i trentasette anni, ogni tanto ci penso.
Penso a chi sarei stato.
A chi avrebbe potuto essere lui.
O lei.
Penso alle cose che avrei voluto insegnargli e a quelle che probabilmente avrebbe insegnato a me.
Poi guardo il mondo.
Guardo le persone che lo governano.
Guardo la vita di chi lavora e viene sempre chiamato a pagare.
Guardo le guerre discusse da chi non le combatterà.
Guardo un’Europa incapace di ammettere i propri errori senza dividersi tra propaganda e silenzio.
E la domanda cambia.
Non mi chiedo più soltanto se sarei stato un buon padre.
Mi chiedo se sarei riuscito a perdonarmi per aver portato al mondo una persona che amo, sapendo di non poterle promettere quasi niente.
Non la sicurezza.
Non la serenità economica.
Non la pace.
Non un futuro migliore del mio.
Avrei potuto prometterle soltanto una cosa.
Che avrei fatto tutto il possibile per non lasciarla sola.
Forse è poco.
Forse è tutto ciò che un padre ha davvero il diritto di promettere.
Ma quella promessa, almeno per ora, è rimasta dentro di me.
Senza un nome.
Senza una voce.
Senza nessuno che possa chiamarmi papà.