Il conflitto fra Israele e la Striscia di Gaza si è riacceso con violenza, portando con sé ancora una volta il suo carico di dolore e sofferenza. L’operazione chiamata “Forza e Spada” – lanciata dall’esercito israeliano per colpire obiettivi militari e politici di Hamas – ha rapidamente imposto un nuovo clima di terrore sulla popolazione gazawi. Al momento in cui scriviamo, le fonti locali e internazionali riportano centinaia di vittime, con un bilancio in costante aggiornamento. Ostaggi, civili, bambini, donne, anziani: nessuno sembra immune dalla devastazione prodotta dai raid e dagli scontri a fuoco che squarciano, ciclicamente, questa piccola striscia di terra affacciata sul Mediterraneo.
Ma come si è arrivati nuovamente a questo punto? Quali sono le cause profonde, le dinamiche geopolitiche, i calcoli politici e le ricadute umanitarie? E soprattutto, quali scenari futuri si aprono, mentre i leader israeliani annunciano di voler “sradicare” Hamas a ogni costo, e Hamas ribadisce di non voler arretrare sul piano militare e sul controllo politico della Striscia di Gaza?
Proprio per rispondere a queste domande e per offrire uno sguardo organico su un conflitto che troppo spesso è oggetto di narrazioni parziali, proveremo a ripercorrere la storia della Striscia di Gaza, a esaminare gli eventi recenti, a comprendere i motivi per cui oggi la tensione sia tornata altissima e a spiegare come la comunità internazionale – a cominciare dall’Europa e dagli Stati Uniti – si stia muovendo (o non muovendo) per far fronte a questa drammatica crisi.
Panoramica geografica e umana: la Striscia di Gaza
La Striscia di Gaza è un lembo di terra costiero di poco più di 360 km², incuneato fra il territorio israeliano e l’Egitto. Con una densità di popolazione fra le più alte al mondo (si parla di oltre due milioni di abitanti, sebbene i numeri oscillino a seconda delle fonti e dei flussi di rifugiati), la Striscia rappresenta un vero e proprio “laboratorio” di tensioni geopolitiche. Da decenni, i suoi abitanti vivono fra carenze di risorse, difficoltà di movimento, disoccupazione estrema, blocchi navali e terrestri, e interventi militari ricorrenti.
La città di Gaza, cuore pulsante dell’intero territorio, è un intrico di vicoli e palazzi dove la vita civile si mescola costantemente con la presenza di gruppi armati, milizie e servizi di sicurezza legati a Hamas o ad altre organizzazioni. Per Israele, Gaza rappresenta la minaccia più vicina, quella che – dalla fine degli anni 2000 – ha sostituito l’Autorità Palestinese di Al-Fatah nel governo del territorio, in seguito a elezioni e scontri interni fra le fazioni palestinesi.
Dall’altro lato, per gli abitanti gazawi, Israele è percepito come l’occupante de facto: sebbene gli insediamenti israeliani all’interno di Gaza siano stati smantellati a metà degli anni 2000, il controllo delle frontiere, dello spazio aereo e delle acque territoriali è rimasto sostanzialmente nelle mani di Tel Aviv. Una realtà che, a periodi alterni, si infiamma quando si sommano fattori di instabilità politica, economica e militare.
Radici storiche del conflitto: dall’Impero Ottomano al mandato britannico
Per capire la conflittualità contemporanea, occorre fare un passo indietro lungo nella storia. L’area di Gaza, come gran parte del Levante, è stata per secoli parte dell’Impero Ottomano. Con la dissoluzione di quest’ultimo dopo la Prima Guerra Mondiale, la Palestina fu posta sotto Mandato Britannico, secondo le linee stabilite dalla Società delle Nazioni. In quegli anni (1920-1948), la popolazione araba, prevalentemente contadina e residente in villaggi, vide crescere rapidamente la presenza di immigrati ebrei, perlopiù in arrivo dall’Europa orientale, dalla Russia zarista prima e sovietica poi, e più tardi dalla Germania nazista e dagli altri Paesi in cui gli ebrei erano perseguitati.
La Dichiarazione Balfour (1917), con la quale il governo britannico si dichiarò favorevole all’idea di un “Focolare nazionale ebraico” in Palestina, fornì la base ideologica e legale alla successiva costituzione dello Stato di Israele, proclamato il 14 maggio 1948. Ma questo portò alla cosiddetta Nakba, la “catastrofe” per i palestinesi, molti dei quali vennero espulsi o fuggirono dalle proprie case verso il Libano, la Giordania, la Cisgiordania e, appunto, Gaza.
La guerra del 1948 e la nascita del problema dei rifugiati palestinesi
Il 1948 è l’anno cruciale. Subito dopo la nascita di Israele, ebbe luogo la prima guerra arabo-israeliana, in cui gli eserciti di Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq intervennero, ma furono sconfitti. Il neonato Stato di Israele conquistò un territorio più ampio di quello inizialmente previsto dal Piano di partizione delle Nazioni Unite. La Striscia di Gaza finì sotto l’amministrazione egiziana, mentre la Cisgiordania fu posta sotto la Giordania.
Nel frattempo, però, centinaia di migliaia di palestinesi si trovarono a vivere come rifugiati, con lo status di esuli nella propria terra, o confinati in aree ad altissima densità come appunto Gaza, che divenne rapidamente sinonimo di miseria, rabbia e rivendicazioni politiche. Ancora oggi, la maggior parte degli abitanti di Gaza discende da quelle famiglie di profughi che persero le proprie terre e case nel 1948.
1967: la Guerra dei Sei Giorni e l’inizio dell’occupazione israeliana
Un altro passaggio fondamentale è la guerra del 1967, in cui Israele sconfisse ancora una volta gli eserciti arabi (in soli sei giorni) e occupò ampi territori, fra cui la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, le alture del Golan e la Penisola del Sinai. Se prima Gaza era formalmente sotto l’Egitto, dal 1967 passò al controllo militare israeliano.
Negli anni ’70 e ’80, vennero creati insediamenti civili israeliani all’interno di Gaza, protetti da un massiccio apparato di sicurezza. Gli abitanti locali assistettero a nuove restrizioni sulla libertà di movimento e a uno sfruttamento intensivo delle risorse, in particolare l’accesso all’acqua. Nel frattempo, l’Egitto si era progressivamente smarcato dal conflitto, firmando la pace con Israele nel 1979 e rinunciando di fatto a Gaza. Così, la popolazione gazawi restava soggetta a un regime di occupazione in cui, in modo crescente, si sarebbe affermata la lotta palestinese.
Intifada, Accordi di Oslo e la nascita di Hamas
La prima Intifada (1987-1993) fu una rivolta popolare dei palestinesi contro la presenza militare israeliana. A Gaza, come in Cisgiordania, migliaia di giovani scesero in piazza per protestare contro le restrizioni e la mancanza di prospettive economiche. In questo contesto nacque Hamas (acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiyya), evoluzione di una costola dei Fratelli Musulmani, che propose una lotta più radicale e ideologica rispetto a quella dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) di Arafat, considerata laica e, per certi versi, incline al compromesso con Israele.
Gli Accordi di Oslo (1993-1995) avevano teoricamente aperto la strada alla costituzione di un’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e a un progressivo ritiro israeliano da Gaza e parte della Cisgiordania. Di fatto, però, la tensione sul campo non si allentò davvero, e gli insediamenti israeliani rimasero, mentre i palestinesi si videro limitati in uno spazio sempre più frammentato e dipendente dai check-point.
Il ritiro israeliano da Gaza del 2005 e l’ascesa di Hamas al potere
Nel 2005, il premier israeliano Ariel Sharon decise il ritiro unilaterale da Gaza: vennero smantellati gli insediamenti e richiamate le truppe. Tuttavia, Israele conservò il controllo delle frontiere, dello spazio aereo e marittimo. Un anno dopo, nel 2006, le elezioni palestinesi consegnarono il potere a Hamas, che sconfisse il partito Al-Fatah di Abu Mazen. Seguirono scontri interni fra le due fazioni, al termine dei quali Hamas prese il controllo totale di Gaza, mentre l’Autorità Palestinese guidata da Fatah restava concentrata sulla Cisgiordania.
Da allora, Hamas – considerata un’organizzazione terroristica da Israele, dagli Stati Uniti e da alcuni Paesi europei – governa di fatto la Striscia, gestendo sia i servizi di sicurezza sia i programmi di assistenza sociale e sanitaria. Nel frattempo, Israele ha più volte messo in atto blocchi e restrizioni sulle merci e sulla circolazione di persone, giustificandoli col timore che armi e terroristi possano infiltrarsi nel Paese, e con la necessità di prevenire il lancio di razzi da Gaza verso le città israeliane.
Lo scontro di questi anni si è concretizzato in una serie di operazioni militari (ad esempio “Piombo Fuso” nel 2008-2009, “Margine Protettivo” nel 2014, “Guardiani delle Mura” nel 2021, e altre), tutte caratterizzate da un altissimo prezzo di sangue per i civili: quartieri densamente abitati colpiti dai bombardamenti, infrastrutture ridotte in macerie, migliaia di sfollati. Ogni volta, la comunità internazionale si indigna, ma non riesce a far cessare il ciclo di violenza.
L’attualità: l’operazione “Forza e Spada” e l’attacco a Gaza
Siamo giunti così ai fatti di oggi: l’operazione denominata “Forza e Spada” (o un nome affine a seconda delle traduzioni) è ripresa dopo una breve tregua. Secondo fonti palestinesi, i morti sarebbero oltre 400, fra cui molte donne e bambini, mentre i feriti sarebbero già più di 500. Sull’altro versante, le autorità israeliane rivendicano di colpire solo obiettivi di Hamas, ma gli osservatori indipendenti in loco documentano come i bombardamenti e i droni colpiscano spesso aree civili, causando devastazioni immense e rendendo la situazione umanitaria insostenibile.
Hamas, dal canto suo, ha ammesso la perdita di alcuni leader politici e militari, sottolineando però che tale strategia di Israele non porterà alla resa del movimento. Anzi, i portavoce di Hamas accusano Tel Aviv di compiere “crimini di guerra” contro la popolazione e di bombardare zone “dove non ci sono miliziani”, con l’obiettivo di spezzare la volontà di resistenza, e quindi condurre a uno sfollamento di massa dei gazawi verso altre aree (come il confine con l’Egitto, spesso chiuso).
Il tema degli ostaggi e la pressione delle famiglie
Un elemento ulteriore che rende questa fase particolarmente drammatica è la presenza di decine di ostaggi israeliani nelle mani di Hamas. Dopo i primi scontri di ottobre, molti civili e militari sarebbero stati sequestrati. Alcuni di loro, nelle settimane scorse, sono stati liberati grazie a negoziati indiretti con la mediazione di potenze regionali come il Qatar e l’Egitto. Tuttavia, secondo le stime più recenti, restano circa 59 prigionieri di Hamas, sebbene non tutti sarebbero in vita.
Le famiglie di questi ostaggi hanno chiesto con forza al premier Netanyahu di rinunciare all’immediato intensificarsi dei bombardamenti, per evitare di mettere ulteriormente a repentaglio la vita dei loro cari, ma per ora il governo israeliano sembra deciso a proseguire, ritenendo che l’unico modo di costringere Hamas a ulteriori rilasci sia una pressione costante e brutale. Hamas ha replicato sostenendo che “Israele, con questa escalation, si assume la responsabilità di qualunque cosa accada agli ostaggi”.
La comunità internazionale e l’apparente doppio standard
Un dato che emerge con chiarezza è la mancanza di una reazione particolarmente dura da parte di Paesi occidentali o di organismi internazionali. Alcuni attori – come l’ONU – lanciano appelli alla moderazione e ricordano l’importanza di rispettare il diritto umanitario, ma non si è visto l’intervento deciso, a livello di sanzioni o di pressioni, che invece è stato adottato in altri contesti bellici.
Questo crea la percezione di un doppio standard: in altri conflitti, l’uso della forza su obiettivi civili ha portato a immediate condanne, mentre nel caso di Israele, una parte della comunità internazionale tende a offrire giustificazioni, riconducendo il tutto all’“autodifesa”, malgrado i bilanci di vittime civili siano impressionanti. A spiegare tale atteggiamento concorre la storica alleanza fra Israele e Stati Uniti, che esercitano un forte peso politico e diplomatico nelle sedi internazionali, e la fragilità degli Stati arabi limitrofi che, con l’eccezione dell’Iran, non sembrano in grado (o desiderosi) di opporsi frontalmente alle azioni di Tel Aviv.
La teoria del “nuovo Gaza”: un progetto di riconversione turistica?
Da alcune settimane, circolano sui social (e in taluni reportage giornalistici non confermati) voci su presunti progetti di riconversione integrale di Gaza in una zona turistica di lusso, “liberata” dai palestinesi. Secondo tali ipotesi, alcuni importanti investitori del Golfo (e forse le stesse autorità israeliane) vedrebbero in Gaza un potenziale sito di sviluppo immobiliare e turistico, in riva al mare, se solo la si potesse “ripulire” e “ricostruire” da zero. L’idea, per quanto bizzarra, sembra esser stata alimentata da alcuni video o materiale propagandistico che mostrerebbero un Trump (in passato definito vicino al governo di destra israeliano) elogiare una specie di “Gaza Resort”.
È tuttavia difficile discernere quanto ci sia di reale o di mera propaganda in queste narrazioni. Resta il fatto che, negli ultimi anni, più di un analista ha parlato di un piano israeliano a lungo termine per spingere i palestinesi di Gaza a emigrare forzatamente verso il Sinai egiziano, la Giordania o altrove, lasciando questo territorio strategico alla gestione di altre potenze regionali. Se così fosse, la “soluzione” del conflitto non sarebbe certo diplomatica, ma al prezzo di un esodo di massa, considerato inaccettabile secondo il diritto internazionale.
Dove finisce il “cessate il fuoco”?
A inizio mese, era stato ipotizzato un percorso di tregua che, secondo alcuni, avrebbe potuto portare a una “fase due” di negoziati strutturati, favoriti anche dal parziale rilascio di ostaggi. Ora, però, quel dialogo sembra essere sfumato. La ripresa dei raid testimonia che l’esercito israeliano intende azzerare ogni forma di potere di Hamas, e lo stesso Netanyahu, pressato dalla destra radicale, non può permettersi di apparire “debole” o “conciliante”. Nel contempo, Hamas non rinuncia a lanciare razzi o a rivendicare la necessità di una resistenza armata.
Lo scenario è dunque quello di un’ulteriore escalation, destinata, con altissima probabilità, a colpire ancora una volta i civili. Anche le organizzazioni umanitarie presenti (dalle agenzie ONU come l’UNRWA alle ONG internazionali) denunciano l’impossibilità di operare correttamente, per l’assenza di corridoi umanitari e per le distruzioni che colpiscono strade, ospedali, ambulanze.
Le mosse di Netanyahu e il sostegno interno
Sul piano politico israeliano, la nuova ondata militare ha “ricompattato” la coalizione di governo. Netanyahu, costantemente criticato negli ultimi mesi per i suoi conflitti con la magistratura e per la riforma del sistema giudiziario, sembra aver ritrovato un consenso quasi automatico su questioni di difesa. Partiti di estrema destra, come Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir, appoggiano incondizionatamente la linea dura, vedendovi la conferma della necessità di eliminare Hamas come entità politica e militare.
Alcuni analisti evidenziano come la tempistica dell’attacco coincida con la sostituzione ai vertici dello Shin Bet, i servizi di sicurezza interni. Pare che alcune inchieste interne abbiano riguardato i rapporti fra Netanyahu e i governi del Golfo (in particolare il Qatar, storicamente vicino a Hamas), ma queste – stando a fonti non ufficiali – sarebbero state soffocate. Se ciò fosse vero, rafforzerebbe il sospetto di un intreccio di interessi internazionali dietro la retorica dell’“autodifesa”.
L’Iran e le altre pedine regionali
Un conflitto a Gaza non è mai soltanto un conflitto localizzato: a esso si collegano, inevitabilmente, le tensioni con l’Iran, storico sostenitore di movimenti sciiti (Hezbollah in Libano, milizie in Iraq, Houthi in Yemen) e, più di recente, anche di fazioni sunnite come la stessa Hamas. Sebbene Hamas abbia un’affiliazione sunnita e i Pasdaran iraniani seguano la linea sciita, l’“intesa strategica” si regge su un comune obiettivo di contrastare l’influenza israeliana e statunitense nella regione.
Ora Israele, con l’operazione “Forza e Spada”, sembra voler comunicare a Teheran e ai suoi alleati: “Siamo pronti a colpirvi ovunque, e non esiteremo a farlo”. Ciò potrebbe preludere a un allargamento del conflitto, ad esempio se Hezbollah in Libano decidesse di intervenire con lanci di razzi nel nord di Israele, o se si verificassero attacchi di gruppi pro-iraniani in Siria e in Iraq. Al momento, la tensione sulle frontiere settentrionali di Israele rimane alta, anche se non si è assistito a un’escalation su vasta scala.
La fragilità della situazione si estende fino ai Paesi del Golfo, dove alcuni governi hanno normalizzato i rapporti con Israele (tramite i cosiddetti “Accordi di Abramo”) e altri, come l’Arabia Saudita, cercano di negoziare con Teheran. Un inasprimento della guerra a Gaza rischia di influire negativamente sulle scelte di politica estera di questi Stati, rimettendo in discussione i nuovi equilibri.
Questione di diritto internazionale e reazioni europee
Diversi giuristi e organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani sollevano l’ipotesi di violazioni del diritto umanitario da parte di Israele, quando i bombardamenti colpiscono aree densamente popolate senza adeguate precauzioni per la popolazione civile. Israele, dal canto suo, afferma di seguire i protocolli militari e di mirare soltanto a obiettivi di Hamas, ma la natura urbanizzata della Striscia di Gaza rende inevitabile l’elevato numero di “danni collaterali”.
Le istituzioni europee (Consiglio, Commissione, Parlamento) non hanno varato, finora, alcuna sanzione contro Israele, né avviato meccanismi di boicottaggio, come in altre circostanze belliche (ad esempio verso Paesi dell’Est). Molti osservano che, se un attacco di questa entità fosse compiuto da altre potenze, l’UE avrebbe reagito con maggiore fermezza. Ciò alimenta risentimento fra chi difende la causa palestinese, convinto che l’Europa adotti un doppio metro di giudizio.
L’impasse della diplomazia e i possibili esiti
La storia dei conflitti a Gaza insegna che, di solito, dopo alcune settimane di intensi scontri, si giunge a una tregua, spesso mediata dall’Egitto o da altri Paesi arabi, che permette di ridurre la spirale di violenza. Tuttavia, i problemi di fondo rimangono irrisolti: l’embargo che strangola l’economia della Striscia, l’esclusione dei palestinesi di Gaza dai circuiti internazionali, la volontà di Israele di non riconoscere Hamas come interlocutore legittimo.
In quest’ultima fase, c’è chi paventa la possibilità di un’offensiva terrestre su vasta scala, come avvenuto in passato, con migliaia di soldati israeliani che entrano a Gaza per “bonificare” i quartieri e le gallerie usate dai miliziani. Uno scenario che comporterebbe un ulteriore tributo di sangue, e che potrebbe far crollare quel poco di stabilità rimasto nella regione. D’altra parte, se Hamas continua a lanciare razzi verso le città del sud di Israele (Sderot, Ashkelon, Ashdod, e in talune circostanze anche più a nord), sarà politicamente impossibile per il governo Netanyahu giustificare una marcia indietro.
La vita quotidiana nella Striscia durante i raid
Per capire la drammaticità della situazione, basta ricordare che la Striscia di Gaza è un vero e proprio “limite estremo” per i suoi abitanti: non c’è spazio per fuggire, a meno di riuscire a passare il confine egiziano di Rafah, che spesso rimane chiuso o parzialmente aperto per brevi periodi. La popolazione vive fra blackout elettrici, scarsità di acqua potabile, ospedali che non riescono a reggere l’onda d’urto dei feriti.
I bambini di Gaza crescono in un ambiente dove il suono di droni e F-16 fa parte della quotidianità. Molti di loro soffrono di stress post-traumatico già a dieci o dodici anni, e l’accesso all’istruzione è intermittente, poiché le scuole possono diventare, in qualunque momento, obiettivi militari. Le famiglie, soprattutto nei quartieri più esposti, si spostano da una zona all’altra alla ricerca di rifugi; ma in una striscia di terra così piccola e densamente popolata, spesso non ci sono rifugi sicuri.
Le campagne internazionali di solidarietà tentano di inviare aiuti alimentari, medicinali e generi di prima necessità, ma incontrano mille ostacoli, fra cui i controlli israeliani e la mancanza di percorsi umanitari costanti. Spesso le merci vengono trattenute alle frontiere per settimane, o non ottengono mai il permesso di entrare.
La mancata soluzione a due Stati e la stasi del processo di pace
Dietro questi scontri, c’è anche la grande questione irrisolta del conflitto israelo-palestinese in generale: la proposta di una soluzione a due Stati (uno Stato di Israele e uno Stato di Palestina) è rimasta sulla carta, mentre sul terreno si moltiplicano gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, e Gaza rimane segregata in un perenne stato di assedio.
I principali Paesi occidentali hanno spesso sostenuto a parole la necessità di riprendere il negoziato, di raggiungere un accordo definitivo, ma non hanno esercitato pressioni reali su Israele per bloccare le colonie o allentare il blocco su Gaza. D’altro canto, la frattura interna al mondo palestinese fra Hamas e Fatah non ha permesso di presentare un fronte unito e di negoziare una soluzione condivisa con Israele, che può così insistere nel considerare Hamas un mero gruppo terroristico, non un soggetto politico da riconoscere.
Critiche alle strategie di Hamas
È doveroso sottolineare che, sebbene Hamas goda di un certo sostegno popolare a Gaza (soprattutto in assenza di alternative politiche considerate affidabili), non tutti i cittadini approvano la strategia di “resistenza armata a oltranza”. Esistono voci critiche che ritengono controproducente il lancio di razzi o gli attentati suicidi, perché forniscono a Israele il pretesto per sferrare operazioni devastanti. Tuttavia, lo spazio per un dibattito aperto all’interno della Striscia è fortemente limitato dall’assetto di potere di Hamas, che non tollera facilmente forme di opposizione interna.
Sullo sfondo, c’è la crescente povertà, l’elevatissimo tasso di disoccupazione (soprattutto giovanile) e l’impossibilità di costruirsi un futuro fuori da Gaza. Questo porta molti giovani a unirsi alle milizie o a cercare forme di emigrazione clandestina, con rischi altissimi.
Il ruolo degli Stati Uniti e la questione delle alleanze
Gli Stati Uniti rimangono il principale alleato internazionale di Israele, garantendo supporto finanziario e politico. Ogni volta che scoppia la violenza, Washington ribadisce il diritto di Israele all’autodifesa, pur chiedendo “moderazione” nelle azioni militari. Ma la realtà è che, senza un radicale cambiamento di rotta da parte statunitense, difficilmente si arriverà a un cessate il fuoco permanente o a una soluzione negoziata. Ciò è dovuto anche alla forza dei gruppi di lobby pro-Israele nel Congresso USA e alla convinzione, radicata nell’opinione pubblica americana, che lo Stato ebraico sia un alleato “democratico” in un Medio Oriente ostile.
Al contempo, alcuni osservatori ritengono che – dietro le quinte – ci siano stati contatti con il Qatar e con l’Egitto per agevolare un nuovo scambio di prigionieri. Il Qatar, in particolare, finanzia in parte Hamas ma mantiene anche rapporti con gli Stati Uniti, fungendo talvolta da intermediario. L’Egitto, storico mediatore, vuole evitare un’ulteriore ondata di profughi e quindi auspica una tregua. Tuttavia, i risultati concreti di queste mediazioni stentano a emergere, e intanto sul campo la violenza divampa.
Le prospettive e i possibili sviluppi
Senza un intervento deciso della comunità internazionale, il conflitto rischia di incancrenirsi ancora di più. Nel breve termine, possono verificarsi i seguenti scenari:
– Escalation militare generalizzata: Israele potrebbe decidere di intensificare i bombardamenti e le operazioni di terra, mentre Hamas potrebbe moltiplicare i razzi o tentare altre incursioni. Ciò significherebbe un prezzo di sangue ancor più alto fra i civili.
– Tregua temporanea: come già accaduto in passato, dopo aver colpito duro ed essersi assicurata alcuni obiettivi (come l’uccisione di alti dirigenti Hamas o la liberazione di un certo numero di ostaggi), Israele potrebbe “concedere” una pausa, se interessata a evitare un disastro umanitario di dimensioni eclatanti. Tuttavia, senza un accordo politico di lungo periodo, la tregua resterebbe precaria.
– Possibile apertura di un altro fronte: se Hezbollah o altre milizie sciite in Iraq e in Siria intervenissero, la crisi si amplierebbe. Israele teme soprattutto un’alleanza di fuoco su più fronti, mentre l’Iran osserva la situazione per valutare quando (e se) intervenire diplomaticamente o militarmente.
– Immobilismo internazionale: l’ONU e le principali potenze rischiano di restare impantanate in discussioni formali, mentre la realtà sul campo procede verso la catastrofe umanitaria. In assenza di un voto unanime del Consiglio di Sicurezza che imponga un cessate il fuoco e forze di interposizione, ci si affiderà alle mediazioni di alcuni governi arabi, con esiti incerti.
Il costo umano: donne, bambini e anziani
In qualunque scenario, i primi a pagare sono sempre i civili. I numeri di cui si dispone parlano di un altissimo tasso di mortalità fra donne e bambini, nonché di feriti che affollano gli ospedali privi di forniture mediche basilari. Unicef e altre agenzie denunciano che i minori di Gaza sono psicologicamente traumatizzati da anni di conflitto continuo, subendo limitazioni gravi nell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria.
Molte famiglie sono costrette a vivere in sistemazioni di fortuna, dopo che la propria casa è stata danneggiata o distrutta. C’è chi dorme nelle scuole dell’UNRWA, chi cerca di attraversare i varchi di confine con l’Egitto, ma si trova respinto. L’idea stessa di “ritornare alla normalità” appare un miraggio, poiché la sicurezza è scarsa, l’acqua potabile è un bene di lusso e la corrente elettrica è fornita solo per poche ore al giorno.
La “pacificazione” impossibile?
Dal 2005 in poi, si è parlato spesso di “ritiro” israeliano da Gaza, ma in realtà si è trattato di un disimpegno unilaterale sul terreno, senza un accordo bilaterale definitivo. Israele, infatti, continua a esercitare un controllo totale dello spazio aereo, delle acque territoriali e dell’accesso alle frontiere (con la collaborazione dell’Egitto). Questo status di “assedio” ha spinto Hamas a presentarsi come l’unico difensore possibile del popolo di Gaza, guadagnando consensi.
Per uscire da questa impasse servirebbe un accordo politico di ampio respiro, che prevedesse la fine del blocco su Gaza, il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali ai palestinesi e, dall’altra parte, solide garanzie di sicurezza per Israele. Ma ogni volta che ci si avvicina a un’ipotesi di questo tipo, un nuovo round di violenza fa saltare il tavolo. E la comunità internazionale, pur lanciando appelli e missioni diplomatiche, sembra preferire la stabilità di una “calma relativa” piuttosto che affrontare di petto le cause alla radice del conflitto.
Reazioni nell’opinione pubblica globale
Se in Medio Oriente e in Europa si levano voci di condanna e di sostegno, negli Stati Uniti l’opinione pubblica appare più complessa: una parte significativa continua a considerare Israele un alleato imprescindibile e giustifica le sue azioni come risposta al terrorismo di Hamas. Un crescente numero di giovani, di militanti progressisti e di gruppi per i diritti umani, però, critica apertamente la politica di Netanyahu, definendola “apartheid” o “pulizia etnica mascherata”, sostenendo che l’aiuto militare statunitense alimenti la spirale di violenza.
Nel mondo arabo, la questione palestinese resta un simbolo di ingiustizia: anche i Paesi che hanno avviato una normalizzazione con Israele (come Emirati Arabi Uniti e Bahrein) sono ora in imbarazzo di fronte alle nuove immagini di distruzione a Gaza. Tali governi tentano di salvare le relazioni con Tel Aviv per motivi economici e strategici, ma rischiano di perdere credito davanti alle rispettive opinioni pubbliche.
La propaganda e la guerra dell’informazione
Nel mezzo di questa guerra reale, si combatte anche una “guerra dell’informazione”, dove i media di ogni schieramento veicolano la propria versione dei fatti. Da un lato, testate israeliane e occidentali tendono a enfatizzare l’aspetto della difesa e dei razzi di Hamas che piovono su Israele, trascurando spesso la disparità di mezzi militari. Dall’altro, la stampa panaraba o filopalestinese pone l’accento sulle uccisioni di civili e descrive Israele come potenza occupante e aggressiva.
I social network diventano un altro campo di battaglia, dove si diffondono immagini crude e, in alcuni casi, fake news o filmati fuori contesto. Le organizzazioni internazionali, come Human Rights Watch o Amnesty International, tentano di raccogliere prove di possibili crimini di guerra, ma la verifica sul terreno risulta complessa e pericolosa.
Il peso delle questioni economiche
Dietro i bombardamenti, c’è anche un profondo squilibrio economico. Gaza vive quasi esclusivamente di aiuti internazionali, di piccole attività di commercio legate agli attraversamenti (spesso illegali) e di un’agricoltura limitata. L’isolamento imposto da Israele e la mancanza di un porto funzionale rendono impossibile l’import-export su larga scala. Molti giovani professionisti, se avessero la possibilità, lascerebbero Gaza, ma i confini sono rigidamente controllati.
Israele, pur avendo ritirato i propri coloni, teme che un’apertura totale della Striscia faciliterebbe il riarmo di Hamas e l’ingresso di gruppi jihadisti. Tuttavia, questa “soluzione” fondata sulla chiusura perpetua non fa che generare altro rancore, in un circolo vizioso in cui l’economia non si sviluppa, la popolazione cresce in povertà e la radicalizzazione trova terreno fertile.
Sguardo al futuro: vie d’uscita possibili?
Il conflitto israelo-palestinese è uno dei più complessi del mondo, perché intreccia questioni identitarie, religiose, storiche, geopolitiche e di sicurezza. Non esiste una ricetta semplice per risolverlo, ma si possono indicare alcune linee-guida:
– Necessità di un accordo che riconosca i diritti nazionali dei palestinesi e le esigenze di sicurezza di Israele.
– Fine del blocco di Gaza, per consentire alla popolazione civile di respirare e all’economia di risorgere, evitando che la disperazione alimenti estremismi.
– Riconciliazione interpalestinese, affinché Fatah e Hamas trovino una piattaforma comune, eliminando il dualismo che rende impossibile un negoziato unificato con Israele.
– Ruolo attivo della comunità internazionale, che dovrebbe andare oltre la retorica e agire con strumenti diplomatici equilibrati, applicando pressioni quando occorre per impedire l’uso sproporzionato della forza.
– Educazione alla convivenza: le giovani generazioni, sia israeliane sia palestinesi, crescono in un clima di paura e odio. Servirebbero programmi culturali, scambi scolastici e iniziative che favoriscano l’empatia e la conoscenza reciproca.
Riflessione conclusiva
La nuova ondata di bombardamenti su Gaza, con il suo carico di vittime innocenti e di ostaggi ancora nelle mani di Hamas, testimonia l’ennesimo fallimento della politica di “gestione” del conflitto. Non c’è vittoria militare possibile che non si traduca in un’amplificazione dell’odio. Non c’è status quo che possa garantire pace e prosperità a lungo termine. Ogni operazione che punta a “decapitare” Hamas finisce per colpire una popolazione già provata da anni di isolamento.
Allo stesso tempo, la rigidità di Hamas, la scelta di ricorrere a lanci di razzi e a operazioni terroristiche, fornisce la giustificazione alle rappresaglie israeliane e toglie spazio a soluzioni pacifiche. L’inerzia della comunità internazionale – Europa in primis – completa il quadro di un dramma che, a intervalli regolari, si ripete, spingendo verso il baratro un milione e mezzo di persone in una striscia di terra che potrebbe essere un ponte fra culture e popoli, ma che è invece divenuta un teatro di guerra senza fine.
Se non si inverte la rotta, se non si riconosce che la sicurezza di Israele e il futuro dei palestinesi sono interdipendenti, la Striscia di Gaza continuerà a essere un epicentro di crisi, un luogo dove le notti sono squarciate dai bombardamenti e le giornate scandite dal lutto e dalla rabbia. E ogni conflitto getta radici nel futuro, lasciando ai giovani la pesante eredità della vendetta, del desiderio di riscatto, della sfiducia verso qualunque parola di pace.