Una crescita che resta positiva, ma debole
Il Pil italiano, secondo l’Istat, è previsto in aumento dello 0,7% sia nel 2026 sia nel 2027, dopo il +0,5% del 2025. Non è una recessione, ma nemmeno una fase di espansione robusta. È una crescita bassa, esposta agli shock esterni e sostenuta soprattutto dalla domanda interna al netto delle scorte.
Il punto delicato è proprio questo: l’Italia cresce, ma lo fa con poca riserva. Quando un’economia avanza di pochi decimali, ogni aumento dell’energia, ogni frenata dei consumi, ogni incertezza geopolitica può cambiare il quadro. La domanda estera netta, secondo l’Istat, fornirebbe un contributo negativo nel 2026, anche per effetto del conflitto in Medio Oriente e dell’aumento dei prezzi energetici.
Il dato va letto con prudenza. Non significa che l’economia italiana sia immobile. Significa che il margine tra tenuta e rallentamento è stretto. In questa zona grigia, la differenza non la fanno gli slogan, ma i costi quotidiani: bollette, carburanti, materie prime, credito, fiducia delle imprese e capacità delle famiglie di mantenere i consumi.
Inflazione: il ritorno del problema energetico
L’Istat stima per il 2026 una risalita dell’inflazione, con il deflatore della spesa delle famiglie al 2,9%. Nel 2027 il dato dovrebbe rientrare al 2%, ma questa previsione dipende dalla normalizzazione delle tensioni internazionali. La parola chiave, quindi, è condizionalità.
Non siamo davanti alla fiammata estrema del 2022, ma il meccanismo resta simile: quando petrolio e gas salgono, il rincaro non resta confinato ai mercati energetici. Entra nei trasporti, nella produzione industriale, nella distribuzione, nei prezzi finali. Poi arriva alle famiglie, spesso in modo meno spettacolare ma più continuo.
L’Istat sottolinea che l’andamento dei prezzi dipenderà dalla durata dei rialzi delle materie prime energetiche e dalla velocità con cui questi aumenti si trasferiranno alle diverse componenti dei prezzi. In termini semplici: non conta solo quanto salgono petrolio e gas, ma quanto a lungo restano alti e quanto rapidamente quel costo viene scaricato sul resto dell’economia.
L’inflazione non è solo un numero tecnico. È la misura concreta di quanta parte del reddito viene consumata prima ancora di scegliere come spenderlo.
Il peso della guerra nello scenario Istat
Nel documento Istat la guerra in Medio Oriente non è un dettaglio di contesto. È una variabile economica. L’Istituto ha realizzato una simulazione con il modello MeMo-it per valutare le conseguenze del prolungarsi del conflitto tra Iran e Stati Uniti.
Nello scenario alternativo, l’Istat ipotizza un prezzo del Brent più elevato rispetto allo scenario base: 113,5 dollari al barile nella media del 2026 e 97,5 dollari nel 2027. Per il gas naturale, l’ipotesi è di 47 euro per MWh nel 2026 e 39,6 euro nel 2027. Questi valori, secondo la simulazione, ridurrebbero la crescita del Pil rispetto allo scenario base e renderebbero più alta la dinamica dei prezzi.
Il messaggio è sobrio ma netto: la durata del conflitto conta. Non solo per la geopolitica, ma per il reddito reale, per il costo dell’energia, per la fiducia delle famiglie e per le decisioni di investimento delle imprese.
Qui occorre evitare una lettura meccanica. La guerra non “spiega tutto”. L’economia italiana aveva già limiti strutturali: bassa produttività, crescita debole, salari reali compressi, investimenti non sempre sufficienti. Ma il conflitto aggiunge pressione a un sistema che non dispone di grandi margini di assorbimento.
Famiglie e consumi: il punto più sensibile
Secondo l’Istat, nel 2026 i consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private sono previsti in decelerazione: +0,6%, dopo il +1,1% del 2025. La causa indicata è doppia: attenuazione della dinamica positiva delle retribuzioni pro capite e aumento dell’inflazione.
Questo è il passaggio più concreto dell’intera previsione. Se i prezzi salgono più rapidamente dei redditi percepiti, la crescita dei consumi rallenta. Non necessariamente perché le famiglie smettono di spendere, ma perché spendono di più per le stesse cose. Il carrello, il pieno, la bolletta, il mutuo o l’affitto diventano una quota più rigida del bilancio mensile.
In questo contesto, anche un’inflazione apparentemente “moderata” può pesare. Il 2,9% medio non colpisce tutti allo stesso modo. Chi ha redditi più bassi subisce di più l’aumento dei beni essenziali. Chi ha margini di risparmio ridotti non può semplicemente assorbire il rincaro. E quando la fiducia cala, anche le spese rinviabili vengono congelate.
Occupazione: più lavoro, ma con meno slancio
Il mercato del lavoro resta uno degli elementi più complessi del quadro. L’Istat prevede per il 2026 una crescita dell’occupazione, misurata in unità di lavoro, pari al +0,7%, dopo il +1,3% del 2025. Nel 2027 la crescita rallenterebbe ulteriormente al +0,4%. Il tasso di disoccupazione, invece, scenderebbe al 5,5% nel 2026 dal 6,1% del 2025, per poi stabilizzarsi nel 2027.
Il dato sulla disoccupazione può sembrare molto positivo, ma va letto insieme al rallentamento delle unità di lavoro. Un mercato del lavoro può avere meno disoccupati e, allo stesso tempo, perdere slancio nella quantità di lavoro generata. È una distinzione importante, perché la qualità della crescita si misura anche nelle ore lavorate, nella stabilità dei contratti, nella produttività e nella capacità dei salari di tenere il passo dei prezzi.
Il rischio non è un crollo immediato dell’occupazione. Il rischio è un lavoro che cresce meno, dentro un’economia che cresce poco e con prezzi più alti. Per molte famiglie, la domanda non sarà soltanto “c’è lavoro?”, ma “quel lavoro basta ancora?”.
Investimenti e PNRR: sostegno nel 2026, rallentamento nel 2027
Gli investimenti fissi lordi, secondo l’Istat, continuerebbero a crescere nel 2026 del 2,2%, sostenuti anche dagli interventi collegati al PNRR. Nel 2027, però, la crescita rallenterebbe in modo marcato, fermandosi allo 0,5%, a causa di condizioni di finanziamento meno favorevoli e del ridimensionamento degli stimoli pubblici a normativa vigente.
Questo passaggio mostra un’altra fragilità: una parte della crescita italiana resta legata al sostegno pubblico e alla capacità di realizzare investimenti nei tempi previsti. Se il credito diventa più costoso, se l’incertezza aumenta, se gli incentivi si riducono, le imprese possono rinviare progetti e assunzioni.
L’economia reale non vive solo di statistiche annuali. Vive di decisioni quotidiane: un macchinario comprato o rinviato, una linea produttiva ampliata o lasciata com’è, un contratto trasformato o non rinnovato.
Il dato politico senza propaganda
Le stime Istat non autorizzano né panico né ottimismo automatico. Raccontano un’Italia che non è ferma, ma che cresce poco. Un Paese che beneficia ancora della domanda interna, ma subisce l’energia cara. Un mercato del lavoro che resta in tenuta, ma rallenta. Famiglie che continuano a consumare, ma con meno spazio reale.
La questione centrale non è se il Pil farà +0,7% o +0,6% nello scenario peggiore. La questione è la qualità di quella crescita. Se il reddito disponibile viene assorbito dai prezzi, se gli investimenti rallentano, se l’occupazione perde intensità, il numero positivo del Pil rischia di essere percepito come distante dalla vita ordinaria.
In altre parole, l’economia può crescere anche mentre molte persone sentono di avere meno margine. Questa non è una contraddizione: è una delle caratteristiche più dure delle fasi di crescita fragile.
Il quadro Istat per il 2026-2027 non descrive una crisi aperta, ma una normalità più stretta. L’Italia resta in piedi, ma con meno spazio di manovra. L’inflazione torna a mordere, la crescita resta bassa, il lavoro rallenta senza crollare. È una situazione meno spettacolare di una recessione, ma più difficile da raccontare: perché non esplode, consuma.
Il punto non è cercare un singolo colpevole. Il punto è riconoscere che un’economia fragile non si misura solo nei decimali del Pil, ma nella distanza tra statistiche e vita quotidiana. Quando questa distanza aumenta, anche una crescita positiva può sembrare insufficiente.
Fonti: Istat, “Nota sull’andamento e prospettive dell’economia italiana - Anni 2026-2027”, comunicato stampa del 5 giugno 2026; Istat, testo integrale e nota metodologica sulle prospettive economiche 2026-2027.