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Kursk, l’incursione fallita e la guerra che cambia rotta: la resa dei conti tra Russia, Ucraina ed Europa

10 marzo 2025 11 min di lettura 212 visualizzazioni
Crisi a Kursk: Il Ritiro Ucraino e la Nuova Spinta Russa
Introduzione: il fiasco inatteso nel Kursk e le sue conseguenze
Quando è iniziata l’incursione ucraina nel Kursk – una sortita oltre il confine russo in aree pochissimo presidiate – alcuni osservatori l’hanno definita un’operazione “audace”, capace di obbligare l’esercito russo a dirottare mezzi e uomini dal fronte principale ad est. Peccato che, in questi mesi, la Russia non abbia mai richiamato truppe dal fronte orientale, continuando ad avanzare nella regione di Donetsk e altrove, mentre accumulava soldati e mezzi vicino al confine con il Kursk. Oggi, proprio lì, Mosca ha deciso di attaccare, e le forze ucraine si trovano nella situazione più critica dall’inizio del conflitto. L’operazione in Kursk, insomma, si sta rivelando controproducente, e ha aperto un nuovo fronte di scontri a Sumi.

L’analisi che segue nasce dalle dichiarazioni del leader russo, dalle cronache di testate occidentali e dagli aggiornamenti provenienti da blogger militari e canali OSINT (Open Source Intelligence). Scopriremo come la Russia stia accelerando il controllo definitivo del Kursk, e in che modo l’intreccio con la politica statunitense – in particolare la decisione di Trump di congelare (o revocare) la condivisione d’intelligence con l’Ucraina – abbia inciso sulla situazione. Vedremo, inoltre, il ruolo dell’Europa, che, invece di trovare soluzioni di pace, preferisce insistere su un colossale piano di riarmo, con 800 miliardi di euro. Una strategia che rischia di impoverire i Paesi UE, indebolendoli sul piano sociale e finanziario, mentre l’America (secondo le proposte di Ursula von der Leyen) diventa ancora di più il fornitore unico di armi.




1. L’offensiva russa a Kursk: dal contrattacco transfrontaliero a Sumi

1.1 Come siamo arrivati all’“operazione di Kursk”
Negli ultimi mesi, l’Ucraina ha tentato di portare la guerra oltre il confine, penetrando nella regione russa di Kursk: un’azione difensiva trasformata in “colpo di teatro” dai media di Kiev. Si sperava di costringere Mosca a spostare truppe da est, alleggerendo la pressione sulle città del Donbass. In realtà, i russi non hanno mosso unità dal fronte principale, scegliendo invece di accumulare nuove forze nel Kursk, dove prima, effettivamente, la presenza militare era quasi nulla.

Oggi, quell’area è diventata la base per una controffensiva russa sul territorio ucraino, un attacco massiccio che ha raggiunto l’oblast di Sumi, minacciando un’ampia fascia di confine dove prima la guerra era pressoché inattiva. Lo stesso Ministero della Difesa russo annuncia quotidianamente “progressi” e la presa di villaggi (anche in direzione suja), segnalando il crollo del dispositivo ucraino.

1.2 L’effetto boomerang dell’incursione
Secondo alcuni analisti, l’incursione di Kiev a Kursk è diventata un boomerang: la Russia, non dovendo distogliere forze dal Donbass, ha colto l’occasione per schierare nuove unità lungo il confine, creando un secondo fronte. Ora, i russi hanno preso l’iniziativa e sfondato in direzione di Sumi, “punendo” quella che appare come una mossa offensiva mal calcolata e troppo mediatizzata.


  • Fallimento strategico: le linee russe a est non si sono indebolite, e l’Ucraina si trova a dover gestire un nuovo fronte inatteso.
  • Immobilizzazione di forze ucraine: i soldati di Kiev, invece di rafforzare il Donbass, restano bloccati a nord, nella speranza di frenare l’avanzata russa.





2. L’“intelligence congelata” di Trump e il “via libera” di nuovo

2.1 Lo stop alla condivisione di dati con l’Ucraina
Da una decina di giorni, i rapporti USA-Ucraina si sono complicati: Trump, come riportato da diverse fonti, aveva deciso di interrompere la fornitura di intelligence sensibili a Kiev. Questa misura estrema, definita “colpo di grazia” per le operazioni militari ucraine, ha reso le truppe di Zelensky più vulnerabili. L’esercito di Kiev, abituato a ricevere coordinamento satellitare e informazioni in tempo reale, si è ritrovato senza “occhi americani”.

Secondo i media occidentali, la sospensione sarebbe stata motivata da ragioni politiche: Trump non avrebbe più voluto “sostenere ad oltranza” un governo ucraino ritenuto incapace di negoziare, anzi “ostacolo” a un accordo di pace. Poco dopo, la notizia odierna è che la sospensione dell’intelligence sarebbe stata revocata, sebbene in modo parziale. Non è chiaro se le informazioni fornite dalle agenzie americane corrispondano all’intero pacchetto di dati di prima.

2.2 Il potenziale effetto di questa altalena
Gli analisti militari ipotizzano che l’altalena abbia già fatto i suoi danni: Kursk e l’avanzata su Sumi risultano facilitati dall’assenza di intelligence ucraina adeguata. Anche se Trump dovesse “riaprire i rubinetti”, il contraccolpo ormai è avvenuto. Intanto, la popolarità di Zelensky subisce un duro colpo, e – come riportato in altre dichiarazioni – la Russia sembra ritenere che l’attuale leader ucraino “abbia i giorni contati” politicamente.




3. Donbass e oltre: i russi avanzano anche a est

3.1 Notizie di conquiste ulteriori
Mentre si concentra l’attenzione sul Kursk, la Russia spinge anche nella regione di Donetsk, con la presa di alcuni insediamenti (Costantinovka, zone limitrofe, nodi strategici). L’operazione a est si avvantaggia del fatto che l’esercito ucraino non ha ricevuto rinforzi (bloccati a nord?), e la carenza di truppe rende la resistenza più difficile.

Sebbene i media occidentali abbiano minimizzato i progressi russi, le testimonianze OSINT e i comunicati di blogger filorussi (non tutti attendibili, certo) parlano di un significativo spostamento della linea di contatto diversi chilometri più a ovest rispetto a soli due mesi fa. Un Donbass sempre più in mano russa, dunque, e un’Ucraina incapace di avviare una vera controffensiva.

3.2 Effetto “Trappola”
La Russia, di fatto, potrebbe aver atteso che Kiev si logorasse, mantenendo un atteggiamento più “difensivo” in alcune zone, per poi scatenare l’avanzata quando la situazione politica a Washington sarebbe cambiata (elezione di Trump, revisione degli aiuti). In questa trappola, la sortita ucraina nel Kursk ha fatto il gioco di Mosca, creando nuove opportunità per spingere sul confine e costringere Kiev a disperdere le poche forze disponibili.




4. L’Europa e il riarmo da 800 miliardi: un salto nel buio?

4.1 Il “Rearm Europe” e le contraddizioni del Consiglio UE
In risposta a una supposta “minaccia russa”, Ursula von der Leyen e alcuni leader chiave (Macron in primis) hanno proposto un mastodontico piano di riarmo europeo, ipotizzando 800 miliardi di euro di investimenti “in difesa”. In realtà, voci autorevoli sottolineano che l’effettivo know-how bellico dell’Europa è insufficiente: non esistono linee di produzione tali da eguagliare – in tempi rapidi – la Russia o gli stessi Stati Uniti. Conseguenza: la spesa andrebbe in massima parte a favore di import dagli Stati Uniti (ad esempio, Patriot, F-35, droni), alimentando l’industria bellica americana più che quella europea.

4.2 Sanzioni e dipendenza dagli USA
Secondo molti analisti, l’Europa rischia di indebitarsi pesantemente o di aumentare le tasse per finanziare un riarmo che non risolve la spaccatura a est. Anzi, paradossalmente, finisce per comprare a prezzi esorbitanti armamenti d’oltreoceano, mentre nel medio periodo la NATO sembra disunita, con un’America che intraprende colloqui bilaterali con la Russia. In quest’ottica, i Paesi UE appaiono “intrappolati” in un meccanismo di escalation, invece di sostenere vere trattative di pace.




5. Trump e l’accusa: “È colpa sua se Kiev sta perdendo”

5.1 I media occidentali e le lamentele di Zelensky
Una parte della stampa occidentale (soprattutto la più atlantista) imputa a Trump la responsabilità del collasso ucraino nel Kursk. L’idea: “Se non avesse tagliato l’intelligence, l’incursione avrebbe retto”. Alcuni media spingono per la narrativa che Trump abbia “consegnato” l’Ucraina alla Russia per fredda convenienza. L’attuale presidente americano, però, ribatte di aver solo esercitato pressione per costringere Zelensky a negoziare.

5.2 “Non si poteva vincere comunque”
Analisti neutrali sostengono che l’Ucraina non avrebbe retto il confronto militare con la Russia sul lungo periodo nemmeno con il massimo supporto NATO, essendo il gap in mezzi e risorse semplicemente troppo ampio. La strategia russa di accumulare scorte e massimizzare la produzione bellica ha superato la capacità di rifornimento occidentale, specie dopo un anno e più di intensi combattimenti.




6. Le opzioni di Kiev: negoziare o cercare un nuovo sponsor?

6.1 Il ritorno ai colloqui in Arabia Saudita
In modo ironico, le stesse fonti ucraine (es. Ukrainska Pravda) ammettono che Kiev sta cercando di far ripartire il dialogo con gli USA a Riad, con la speranza di “convincere Trump a ridare pieno sostegno” e, chissà, a far recedere la Russia dal corso aggressivo in Kursk e altrove. Si parla di un potenziale “cessate il fuoco parziale” che consentirebbe comunque all’Ucraina di lanciare operazioni a lungo raggio, ma appare una contraddizione in termini (cessate il fuoco, ma possiamo ancora colpire in profondità?).

6.2 Zelensky in un angolo
Zelensky vorrebbe evitare un vero armistizio, perché la fine della legge marziale comporterebbe elezioni immediate, in cui rischierebbe di essere travolto. Così, l’Ucraina avrebbe l’interesse a prorogare lo stato di guerra, ma l’America non sembra più disposta a mantenerlo a tempo indeterminato. Se l’esercito russo avanzerà ulteriormente a nord (Sumi) e a est, la leadership di Kiev potrebbe crollare per la perdita di credibilità interna.




7. Il bilancio: un conflitto in mutazione, l’Europa divisa e un punto interrogativo sul futuro

7.1 La realtà sul campo

  • Kursk: L’incursione ucraina si sta rivelando un fallimento che consente alla Russia di penetrare nel Sumi.
  • Donbass: Continuano le avanzate russe, mentre Kiev fatica a mantenere difese efficaci.
  • Supporto occidentale: Ridotto o “a intermittenza” da parte degli USA, confuso e tardivo da parte europea, la cui strategia è focalizzata più sul “riarmo futuro” che sul sostegno immediato.


7.2 L’Europa e l’armamento: scelta suicida o inevitabile difesa?
Il piano da 800 miliardi lanciato da Ursula von der Leyen e Macron punta a “rafforzare la sicurezza europea”, ma rischia di essere un massiccio trasferimento di fondi verso l’industria bellica statunitense, con tempi e modi incerti. I critici temono l’erosione di risorse destinate a sanità, istruzione, ricerca, aggravando tensioni sociali.

Un’Europa divisa su come rapportarsi all’Ucraina: c’è chi, come la Francia e la Germania, spinge per un ruolo maggiore della UE negli affari militari, e c’è chi, come l’Italia, tenta di rimodellare almeno la narrazione, senza però opporsi concretamente. Intanto, i pacifisti in vari Paesi lamentano una mancanza totale di seri sforzi diplomatici.

7.3 Le ricadute economiche
Se il conflitto si allarga e l’Europa avvia un colossale riarmo, le conseguenze su tassi d’interesse, inflazione e stabilità dei bilanci statali potrebbero essere ingenti. Già oggi, il Corriere della Sera e Le Monde riportano scenari di pesante aggravio del debito pubblico. In un’epoca di tensioni economiche globali, imbarcarsi in un’operazione militare così costosa potrebbe danneggiare la competitività europea.




8. Riflessioni conclusive: una guerra che (forse) si poteva evitare

C’è un filo rosso che lega l’incursione ucraina a Kursk, la risposta russa che apre il fronte di Sumi, la sospensione dell’intelligence da parte degli USA e l’incredibile progetto di riarmo UE da 800 miliardi: l’incomunicabilità e l’assenza di una reale volontà diplomatica.

L’operazione su Kursk di Kiev avrebbe potuto funzionare se l’esercito russo avesse davvero dovuto spostare unità dal Donbass. Ma ciò non è avvenuto. Ora, a pagare il prezzo sono le truppe ucraine circondate o in ritirata. E mentre Trump fa la faccia del “mediatore spietato” per accelerare la pace, l’Europa si illude di poter trarre vantaggio da un “rearm Europe” che, in pratica, arricchirà l’industria militare americana.

Scenario futuro:

  • Se la Russia consolida Kursk e avanza su Sumi, e dall’altra parte continua a prendere terreno nel Donbass, l’Ucraina dovrà cedere o cercare un cessate il fuoco, pena la disfatta.
  • Trump potrebbe tornare a fornire intelligence, ma ponendo condizioni dure a Zelensky, tipo l’avvio di negoziati immediati.
  • La UE resta incastrata: ha speso capitali e risorse per sostenere Kiev, e ora deve affrontare la prospettiva di una pace gestita fra Russia e Stati Uniti, con la Cina sullo sfondo.
  • Il riarmo europeo, se spinto, creerà debiti e potenziali frizioni interne, mentre l’opinione pubblica si polarizza.


Conclusione definitiva:
Il conflitto in Ucraina sembra vicino a un nuovo punto di svolta. L’incursione ucraina a Kursk, in teoria concepita per ottenere vantaggi tattici, si sta trasformando in una vittoria strategica russa. Nel frattempo, Trump e i vertici americani rivedono il sostegno militare all’Ucraina, e l’Europa si incammina verso un colossale e rischioso piano di riarmo. Il rischio è che, mentre i soldati di Kiev pagano il prezzo sul campo, e i fronti interni europei si lacerano sui costi di difesa, la partita vera sia giocata ancora una volta tra Mosca e Washington. E l’impressione è che la finestra per una trattativa diplomatica, che non sacrifichi altri migliaia di vite, non sia destinata a restare aperta a lungo.
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