LA SCENA INIZIALE: LE CRONACHE SEMPRE UGUALI, UN CONFLITTO CHE SI PROTRAE DA ANNI

La guerra in Ucraina va avanti da oltre tre anni, e le nostre serate sono scandite da notiziari che riportano l’ormai solita storia: Putin come tiranno spietato, l’Ucraina come vittima innocente, l’Europa come paladina della libertà pronta a difendere i suoi confini. Ogni sera, lo stesso copione si ripete nei telegiornali e sui giornali online, con immagini drammatiche di città distrutte, di civili in fuga, di diplomatici europei che promettono aiuti militari e ammoniscono sulla necessità di isolare Mosca.

Eppure, se ci si ferma anche solo un attimo a guardare dietro le quinte, si scorge una realtà ben diversa da quella che viene presentata in modo semplificato. Questa non è soltanto una crociata per la democrazia; è anche un intricato gioco di potere, in cui gli interessi economici e politici si intrecciano con ambizioni personali e accordi commerciali. Così, mentre gli ucraini continuano a morire sotto i bombardamenti, e mentre gli europei pagano bollette salate per sostenere un apparente “fronte comune”, i potenti – quelli che decidono davvero – contano profitti e miliardi.

È in questo contesto che la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha recentemente annunciato il piano “Rearm Europe”, datato 10 marzo 2025, che prevede uno stanziamento faraonico di 800 miliardi di euro. Una cifra così enorme non serve direttamente a “salvare l’Ucraina” dal conflitto, ma piuttosto a finanziare la trasformazione dell’Unione Europea in una fortezza armata, pronta a competere militarmente con altri giganti mondiali. La guerra in Ucraina, in altre parole, diventa la perfetta giustificazione per alimentare un progetto di difesa e di potere che risponde a logiche economiche e strategiche, più che umanitarie.

Il discorso che segue non vuole ridurre la complessità del conflitto a una sola dimensione. Tuttavia, ignorare i fattori che legano questa guerra ai grossi interessi industriali e alle dinamiche di potere dell’UE significa rimanere prigionieri di una versione semplificata, se non di vera e propria propaganda.



I FALSI ALIBI DI UNA MINACCIA ESAGERATA: LA RUSSIA NON STA PER INVADERCI

Da quando i carri armati russi hanno varcato il confine ucraino, la narrativa dominante ci ha detto che la Russia, spinta dal proprio leader, avrebbe mire ben oltre Kiev: la propaganda suggerisce che i suoi carri armati potrebbero presto puntare verso Varsavia, Berlino, addirittura Parigi. Siamo stati ripetutamente avvertiti: “Se non fermiamo Putin laggiù, domani sarà qui.” Proprio Emmanuel Macron, presidente francese, ha tuonato con toni enfatici che difendere l’Ucraina sia difendere l’Europa, lasciando intendere che la minaccia russa fosse già alle porte dei nostri paesi.

Eppure, osservando i dati reali, appare chiaro come un’invasione russa a tutto campo del Vecchio Continente sia al limite del fantapolitico. La NATO, con la somma dei bilanci militari dei suoi stati membri, spende ogni anno la straordinaria cifra di 1340 miliardi di dollari in difesa; a fronte di ciò, la Russia dispone di un budget di circa 86 miliardi. È vero, i numeri vanno sempre presi con cautela: le spese russe possono essere gestite in modo più centralizzato e ci sono fattori di conversione e di potere d’acquisto da considerare. Ciononostante, il divario resta enorme. Inoltre, si aggiunge il fattore nucleare: la Russia ha un arsenale di 5889 testate atomiche, gli Stati Uniti e i loro alleati europei (Regno Unito e Francia) ne hanno insieme 5759. Un confronto diretto per “invadere” l’Europa equivarrebbe a mettere in conto la possibilità di scatenare un olocausto nucleare. E anche le scelte politiche di Putin, da sempre improntate a salvaguardare il potere interno, non lasciano presagire una follia suicida simile.

Perché, allora, si insiste sull’idea che Mosca voglia marciare su Parigi? Semplice: un nemico, e in particolare il nemico russo, fa comodo. Fa comodo ai mass media allineati, che costruiscono un discorso di emergenza costante; fa comodo ai politici che rivendicano stanziamenti straordinari e restrizioni; fa comodo a chi vuol giustificare un riarmo massiccio, come appunto l’ultimo piano proposto dalla Commissione. E l’Ucraina, ridotta a trincea di frontiera, paga il prezzo di un gioco che coinvolge attori molto più grandi.



LA GUERRA COME GRANDE BUSINESS: DALL’INDUSTRIA BELLICA ALLA “REARM EUROPE”

Una delle verità meno raccontate riguarda il fatto che la guerra è un affare. Mentre le bombe cadono sulle città ucraine, le fabbriche di armamenti di vari Paesi europei lavorano “a pieno regime”, traendone profitti esponenziali. Qualche esempio concreto:

– In Francia, l’azienda Nexter, produttrice dei cannoni semoventi CAESAR, ha visto la richiesta schizzare: dalle 2 unità al mese del 2022, si punta ad arrivare a 6 o addirittura 8 unità al mese entro il 2025. I contratti si moltiplicano, complici le ordinazioni legate al rimpiazzo di materiali inviati a Kiev.

– In Germania, Rheinmetall fattura cifre record (7,2 miliardi di euro nel 2023), con consegne di migliaia di proiettili all’esercito ucraino e la prospettiva di fornire blindati e supporti tecnologici.

– In Italia, Leonardo (già Finmeccanica) vede i propri bilanci in ascesa, complice la domanda di difesa. Non mancano contratti per l’esportazione di artiglieria e sistemi di comando e controllo, giustificati dall’esigenza di “fortificare il fianco orientale” dell’Unione.

– A livello europeo, la Commissione ha stanziato 50 miliardi di euro per la difesa nel 2025, a cui si sommeranno ulteriori capitoli inseriti nel pacchetto che va sotto il nome di Rearm Europe. E dietro a questo scenario compare un’indicazione: 150 miliardi di quei famosi 800, stanziati in forma di prestiti diretti ai Paesi membri, mentre la parte restante dovrebbe derivare dall’aumento dei budget nazionali.

In sintesi, l’industria bellica fiorisce e si gonfia, foraggiata dalla paura del nemico e dalla volontà di prolungare il conflitto per rendere “assolutamente necessarie” ulteriori forniture e ordini. Ogni colpo d’artiglieria sparato, ogni missile lanciato, comporta una firma: la nostra firma, quella dei contribuenti europei, che pagano, giustificati dalla retorica dell’eroismo. Come disse qualcuno, la guerra è una macchina che divora vite e genera profitti. E, in questa macchina, l’Ucraina è l’ingranaggio più visibile, noi siamo l’alimentatore in termini di denaro, e i grandi gruppi difensivi ringraziano.



UCRAINA: MINIERA DI RISORSE, FONTE DI AMBIZIONI, E IL RUOLO DI BLACKROCK

Il Paese ucraino non è solo un campo di battaglia; è anche uno scrigno di ricchezze. Al suo interno, spiccano:

– 100 miliardi di metri cubi di gas, le seconde riserve d’Europa, dopo quelle norvegesi. – 41 milioni di ettari di “terra nera” (chernozem), fertilissima, in grado di sostenere un’agricoltura d’eccellenza su larga scala. – Riserve di litio e uranio, fondamentali per la transizione energetica e per la produzione di batterie e armamenti di nuova generazione.

Non stupisce che colossi come BlackRock e JP Morgan abbiano investito già 15 miliardi di dollari nel 2023, in prospettiva di una ricostruzione post-bellica, quando i terreni e le industrie verranno svenduti a prezzi di saldo. Anche TotalEnergies guarda al gas di Leopoli, e nel frattempo i Paesi europei si preparano a esserci con le proprie compagnie minerarie e tecnologiche, spinti dal sogno di una “nuova Eldorado” da strappare a un’Ucraina economicamente e socialmente indebolita dalla guerra.

Non a caso, il Rearm Europe si intreccia con questi progetti: la militarizzazione europea dà accesso preferenziale ai contratti di sfruttamento di quelle risorse, e mantiene un controllo geostrategico che permette di tenere la Russia fuori dai giochi. Più a lungo il conflitto rimane aperto, più a fondo l’Ucraina s’indebita e dipende dall’esterno, più i “predatori” possono muoversi indisturbati.



IL DILEMMA ENERGETICO E IL BLOCCO DEL GAS: UN REGALO AGLI STATI UNITI

All’inizio del 2025, l’Ucraina ha deciso di bloccare circa 15 miliardi di metri cubi di gas russo destinati all’Europa, senza che l’UE alzasse la voce. Così, nel silenzio, abbiamo perso una quota significativa di forniture a prezzi più abbordabili, sostituendo quel flusso con il gnl americano, dal costo maggiorato di un 30%. È per questo motivo che le nostre bollette sono salite in media del 40%, mentre colossi come ExxonMobil e altre compagnie energetiche festeggiavano contratti decennali con paesi come Germania e Italia.

Non è stata la Russia, stavolta, a “chiuderci il rubinetto”: è stata una scelta politica europea, finalizzata a troncare i legami con Mosca e a legarci ancor di più agli Stati Uniti. Magari si è anche creduto di “punire” Putin, ma la punizione è ricaduta sulle spalle dei cittadini europei. E intanto, le lobby dell’energia hanno intascato utili straordinari. In un contesto di crisi energetica generale, i governi Ue hanno preferito sostenere la retorica del conflitto, ponendo il veto a una rapida normalizzazione che avrebbe comportato la ripresa delle importazioni di gas russo a prezzi moderati.




TRA AMBIZIONI DEI LEADER E PIANI DI POTENZA: MACRON, VON DER LEYEN E IL DESTINO DELL’UE

Uno dei personaggi di spicco in questa partita è Emmanuel Macron. Il presidente francese, con la popolarità interna ai minimi e l’economia del suo paese in affanno, ha bisogno di un palcoscenico da statista mondiale. La guerra, in tal senso, è un’opportunità. A marzo 2025 ha tenuto un discorso pubblico in cui ribadiva la necessità di difendere l’Ucraina “con o senza gli Stati Uniti”. Parole forti, che celano una strategia: la Francia mira a guidare un’Europa militarizzata, magari con fabbriche di armamenti in territorio ucraino e una lunga lista di accordi vantaggiosi, sia per l’industria bellica sia per l’accesso alle risorse del Paese devastato.

La stessa Unione Europea, con la presidente Von der Leyen, vede nella guerra un catalizzatore per costruire un’identità di potenza che, finora, non era mai riuscita a definire. Gli 800 miliardi di Rearm Europe non sono immediatamente disponibili, è vero: 150 miliardi sono prestiti, mentre la parte grossa dipenderà dalla volontà dei singoli Paesi di seguire la linea di aumentare la spesa militare. Ma l’importante, per Von der Leyen, è aver messo sul tavolo l’idea di un “salto quantico” dell’apparato difensivo europeo. Se la guerra in Ucraina finisse in fretta, questa spinta verrebbe meno, e le solite divisioni (dai migranti ai bilanci) tornerebbero a frammentare l’Ue. Invece, la presenza di un nemico comune – la Russia – serve come collante per i 27 stati membri, che si sentono più uniti di fronte al presunto pericolo imminente. Da qui l’interesse, almeno da parte di alcuni “vertici”, a non chiudere in modo diplomatico, bensì a mantenere acceso il conflitto quel tanto che basta a completare la metamorfosi europea in blocco militare.




LA MANIPOLAZIONE MEDIATICA E IL RUOLO DEGLI STATI UNITI DI TRUMP

L’88% dei media europei, stando a diverse analisi, mostra una netta tendenza pro-Nato. Questo si traduce in una narrazione univoca: Putin è il demone, Zelensky l’eroe, e l’Ue la crocerossina che salva la libertà. Vero che la Russia ha le sue colpe come aggressore, ma è altrettanto vero che mancano spazi per analisi meno binarie. Chiunque osi suggerire un negoziato, o una riflessione sulle ragioni strategiche di Mosca, viene additato come “filorusso” o traditore. Un conformismo informativo di tale portata non è casuale: i grandi gruppi editoriali non vogliono “uccidere” la narrazione che giustifica piani miliardari. Ecco che la stessa Commissione Europea ha potuto spingere un enorme pacchetto di spesa militare senza un adeguato dibattito pubblico.

Nel contempo, Donald Trump, tornato alla Casa Bianca nel 2025, ha espresso un concetto chiaro: “L’Europa deve fare la sua parte.” Non che gli Usa abbiano abbandonato del tutto l’Ucraina, ma preferiscono che siano i Paesi europei a sostenerne il peso economico e bellico, mentre Washington concentra le proprie forze su altre sfide (Cina, Iran). È un modo sottile per lasciare che l’Ue si impantani in un conflitto logorante, acquistando intanto gas statunitense e armi statunitensi. La Nato, in questa prospettiva, rimane un’alleanza funzionale, ma gli Usa vogliono un minore coinvolgimento diretto, capitalizzando però i vantaggi geopolitici ed economici.

In parallelo, i fondi d’investimento e le banche d’affari – si pensi a Goldman Sachs – possiedono una parte consistente del debito pubblico ucraino, che si è impennato a 23 miliardi di dollari. Una pace con un’Ucraina in bancarotta sarebbe un pericolo per i loro interessi. Meglio tenere aperta la ferita, cosicché Kiev continui a dipendere dai prestiti occidentali e non possa imporre condizioni sfavorevoli ai creditori.




PERCHÉ L’EUROPA NON LAVORA A UNA VERA PACE: LA SPIEGAZIONE DIETRO LE QUINTE

Così, arriviamo alla domanda cruciale: “Se l’Ucraina soffre, se la Russia non verrà a invaderci, perché l’Europa non preme per la fine del conflitto?” La risposta, per quanto cinica, è che la guerra offre troppi vantaggi a diversi soggetti:

1) Indebolire gradualmente la Russia. Tenendo il conflitto in uno stallo prolungato, la Russia “sanguina” in termini di risorse e sforzi bellici. Non cade, certo, ma subisce una logorante pressione a est e a ovest.
2) Mantenere l’Ucraina in una posizione di dipendenza. Per finanziare le forniture e la ricostruzione, Kiev deve accettare privatizzazioni e investimenti stranieri. La “torta” di risorse (gas, minerali, terre) finisce in mani occidentali.
3) Giustificare il rearm Europe. Se scoppiasse la pace, come si potrebbe difendere un piano da 800 miliardi per nuove armi? La paura di Putin è il lasciapassare perfetto per spese mostruose e uno spostamento dell’Ue verso un modello di potenza militare.
4) Consolidare leadership interne. Politici come Macron sfruttano la retorica della “resistenza ucraina” per sviare l’attenzione dai problemi interni. Chi osa opporsi, rischia di essere accusato di aiutare la Russia.
5) Mantenere alti i prezzi dell’energia. Tagliando fuori la Russia, i giganti dell’energia occidentali, specie americani, hanno una fetta di mercato più grande, vendendo GNL caro, mentre i governi Ue possono raccontare che era l’unica opzione per “difendersi dal ricatto” di Mosca.

Il punto è che chi paga i conti di questa strategia non è l’élite politica, né i colossi industriali. A pagare sono gli ucraini, vittime di bombe e devastazione, e i cittadini europei, schiacciati da inflazione e rincari. La Russia nemmeno crolla. Magari non ottiene tutto ciò che voleva, ma nemmeno si vede costretta a capitolare. L’equilibrio che si crea è quello di un fuoco acceso a bassa intensità, con ondate di scontri, ma senza un vero compimento, e con la speranza da parte di Bruxelles di usare il conflitto per ridefinirsi come potenza.



IL RUOLO DELL’INFORMAZIONE E LE CONSEGUENZE SULL’OPINIONE PUBBLICA

Con un 88% di media pro-Nato, la pluralità di vedute sul conflitto risulta quasi cancellata. Parlare di diplomazia o di compromesso è considerato un “tradimento” o un “cedimento a Putin”. Chi ha interessi forti nel mantenere il conflitto (dall’industria bellica ai fondi finanziari) trova nel sistema informativo un docile alleato, capace di plasmare le opinioni attraverso immagini emotive e retorica di scontro. Lo spettatore comune è portato a credere che la catastrofe bussi alle nostre porte, e che l’unica soluzione sia destinare una montagna di soldi alle armi. Così, mentre l’UE annuncia piani e assegna contratti, e mentre gli stati membri alzano le tasse per finanziare la “sicurezza”, gli stessi cittadini subiscono riduzioni di welfare e rincari.

Dalla parte ucraina, si potrebbe obiettare: “Ma noi abbiamo diritto a difenderci, e l’Europa ci aiuta.” Certo, il diritto all’autodifesa esiste, ma la domanda è se l’interesse europeo sia davvero salvare vite o soltanto usare l’Ucraina come scacchiera. Se l’obiettivo fosse la pace, i canali negoziali – per quanto ostici – si cercherebbero con ben più determinazione, magari proponendo una neutralità effettiva di Kiev e garanzie che Mosca non espanda ulteriormente le sue linee. Invece, la diplomazia appare ridotta a una comparsa, mentre la dimensione militarista prende il sopravvento.




LA CULMINAZIONE: “REARM EUROPE” E UN’UE SEMPRE PIÙ BELLICOSA

Il Rearm Europe, con i suoi 800 miliardi, è la punta di diamante di questa trasformazione. Da “mercato comune” e “spazio di pace” nato dopo la Seconda guerra mondiale, l’Ue si sta gradualmente riscoprendo come blocco strategico, con la prospettiva di avere droni, caccia, missili e un esercito integrato. L’aggancio al conflitto ucraino è palese: la Commissione dice che senza un rafforzamento militare la Russia sarà sempre una minaccia incombente. Ma è davvero così?

L’invasione totale è, come detto, poco probabile. E la Russia, dal canto suo, non sembra neppure in grado di gestire l’intero territorio dell’Ucraina a lungo termine, figuriamoci un’avanzata in Polonia o Germania. E allora, cosa spinge così fortemente al potenziamento militare continentale? In gran parte, la volontà di contare a livello mondiale, di non restare subalterni ai voleri di Washington, di affermare un’“autonomia strategica” che, però, inevitabilmente, si fonda su arsenali e nuovi scenari di guerra.

Il piano stesso strutturato da Von der Leyen parla di un orizzonte di 10-15 anni, in cui i Paesi dovranno raggiungere determinati standard di armamento e contribuire a un “fondo comune”. Questo vuol dire contratti, licitazioni, commesse industriali a lungo termine. Tutta una filiera di imprese, dalle start-up di cyber-security ai colossi aerospaziali, ruoterà intorno a tale impulso. Come se, in nome della libertà ucraina, si ridisegnasse il destino di mezzo miliardo di europei in una direzione più militarizzata e, probabilmente, meno propensa al dibattito interno.



IL RUOLO DI TRUMP: GLI USA SPINGONO L’UE A “FAR DA SOLA” MA NE BENEFICIANO

Nel gennaio 2025, Donald Trump, rieletto alla Casa Bianca, ha voluto ribadire che l’Europa deve difendersi in modo autonomo. Non è una rinuncia totale alla NATO, quanto piuttosto un modo di dire: “Noi abbiamo altre priorità (Cina, Iran), voi europei restate in trincea contro la Russia.” Nel frattempo, Washington vende GNL, sottoscrive contratti militari, tiene la propria presenza influente. Per molti analisti, è una strategia vantaggiosa: gli Usa possono destinare risorse altrove e mantenere comunque un vincolo di dipendenza. Se l’Ue non si sarà resa “autonoma” abbastanza da svincolarsi, resterà sempre legata a un asse atlantico.

C’è un aspetto ulteriormente sottile: il debito di Kiev. Dall’analisi del debito pubblico ucraino, emerge come vari fondi e banche americane detengano ampie quote. Una chiusura repentina del conflitto potrebbe comportare scenari incerti su chi salderà quei debiti; una continuazione implica che l’Ucraina continuerà a chiedere prestiti e a vendere asset, garantendo la salvaguardia degli interessi statunitensi. È un gioco di incastri dove l’amministrazione Trump (ben conscia dei meccanismi di potere) non vuole uno strappo che danneggi la posizione degli investitori americani.




I COSTI PER L’UCRAINA E PER NOI: UNA GUERRA CHE DISTRUGGE E NON SALVA

Chi perde in tutta questa storia? In primo luogo, gli ucraini. Sotto le bombe e l’insicurezza, un’intera generazione rischia di crescere in un paese devastato, e molti giovani emigrano altrove. Le infrastrutture civili sono in rovina, e ogni mese di conflitto aggiunge macerie al conto di una futura ricostruzione, che sarà probabilmente gestita da soggetti esteri avidi di mettere le mani sulle risorse rimaste. In secondo luogo, noi europei, che sopportiamo l’inflazione, le bollette impazzite, i tagli al welfare a vantaggio della spesa militare. E la Russia? Non trionfa, ma non crolla. Rimane in uno stato di galleggiamento, con l’economia ancorata ai rapporti commerciali con altri partner (Cina, India, varie nazioni non allineate). Forse subisce contraccolpi, ma non si arriva a una svolta.

La situazione è di stallo. E “stallo” significa un conflitto a bassa intensità che si protrae, con punte di tensione più alte in certi momenti, e con la costante incertezza su quando e come tutto potrà finire. Che non si vedano sforzi seri di dialogo – a parte qualche colloquio periodico – suggerisce che la guerra convenga, o almeno non dispiaccia, a chi regge i fili del potere.




LA GUERRA IN UCRAINA NON È UN DESTINO, MA UN PIANO

Più si analizzano i fatti, più emerge che la guerra in Ucraina risulta “comoda” a certi interessi, piuttosto che inevitabile. Se davvero l’obiettivo fosse proteggere gli ucraini, i negoziati sarebbero stati sostenuti con ben altra intensità, e si sarebbero create soluzioni di compromesso (magari non perfette) ma in grado di fermare la carneficina. Il fatto che si continui a inviare armi senza un parallelo sforzo diplomatico massiccio rivela che l’Unione Europea non cerca immediatamente la pace, bensì usa la guerra per ridisegnare gli equilibri di potere interni ed esterni.

Sul piano economico, l’industria bellica e i grandi fondi di investimento ci guadagnano. Sul piano politico, Macron e Von der Leyen vedono nella militarizzazione un modo per rilanciare il sogno di un’Europa “finalmente potente”. Sul piano energetico, gli Stati Uniti piazzano il loro GNL, e le lobby di ExxonMobil e soci festeggiano. E sull’altro lato della scacchiera, la Russia non muore di fame, anzi consolida un nazionalismo interno.

In tutto ciò, chi piange davvero sono gli abitanti delle zone di guerra, e chi subisce i costi in Occidente siamo noi contribuenti. I finanziatori e i decisori non pagano nulla di tasca propria. Ecco che la propaganda: “Putin è un pazzo scatenato che punta a conquistarci”, “Zelensky è il santo difensore della democrazia” e “Noi siamo chiamati all’eroismo” suona come una copertura per questi maneggi. In fondo, un popolo spaventato e commosso è più disposto ad accettare sacrifici e a non fare troppe domande.



VERSO UN’UNIONE MILITARIZZATA: IL RISCHIO DI PERDERE L’IDEALE DI PACE

L’Unione Europea, così, si proietta verso un futuro che contraddice in parte l’ideale dei suoi padri fondatori: un continente pacificato, che dopo secoli di guerre non voleva più scegliere i cannoni come strumento di politica. Certo, nessuno nega che le sfide geopolitiche esistano, né che la Russia abbia dimostrato ambizioni aggressive. Ma un conto è rispondere con la diplomazia, con la costruzione di equilibri; un altro è spendere 800 miliardi per potenziare un arsenale, rinforzando un conflitto nel cuore dell’Europa dell’Est. L’UE rischia di trasformarsi in un soggetto sempre più muscolare, eppure meno democratico, con la spesa militare che sottrae risorse a istruzione, sanità, investimenti sostenibili.

Ed ecco che la retorica della sicurezza sostituisce gradualmente il sogno di un’Europa unita dalla condivisione e dalla solidarietà. Si scavalcano i dibattiti nazionali, si accusano i contrari di “filoputinismo”, e si avanza a colpi di procedure straordinarie. Per molti cittadini, la prospettiva di un’Europa così appare straniante, distante dai valori di pace e benessere. Eppure, la macchina va avanti: la narrazione è ben orchestrata, e le notizie scomode sono spesso zittite.



L’IMPATTO SUI CITTADINI: BOLLETTE ALTE, TASSE, E UN FUTURO NEBULOSO

Se volessimo individuare chi paga i costi:
  • Gli ucraini, che perdono vite, case, speranze, e vedono un paese che potrebbe finire smembrato o in mano a investitori esteri.
  • I cittadini europei, che si ritrovano con un forte aumento delle bollette (+40%), un’inflazione che riduce il potere d’acquisto, e l’idea di destinare decine di miliardi l’anno a produzioni di armi che, in altre circostanze, sarebbero rifiutate come immorali.
  • Alcuni settori economici, come il turismo o le piccole imprese, penalizzati dalla riallocazione di fondi e dall’instabilità generale.


I Paesi dell’Est, per esempio Polonia e Ungheria, vivono inoltre la paura di un allargamento del conflitto, e questo li spinge a compiere acquisti massicci di mezzi corazzati e a intensificare la presenza di basi militari. Di conseguenza, la tensione politica non fa che crescere, e la popolazione si abitua a vivere in un clima di emergenza permanente, con i leader locali che accrescono il proprio potere interno appellandosi al patriottismo.

Tutto ciò converrebbe se la minaccia fosse reale e immediata. Ma, come detto, la Russia non ha i mezzi e l’interesse per varcare su ampia scala i confini Nato. Il conflitto in Ucraina riguarda in primis i territori contesi e la sfera di influenza ex-sovietica. Che l’Europa si stia mobilitando su grande scala contro un’inesistente invasione continentale, quindi, si rivela un alibi per attuare cambiamenti molto più profondi – e remunerativi per pochi – di quanto non si creda.



COME SE NE ESCE? LA STRADA VERSO LA PACE BLOCCATA DALL’ECONOMIA DI GUERRA

La domanda finale è: si può porre fine a tutto ciò? In teoria, sì. Ci sarebbe la via di un grande accordo, un negoziato che coinvolga la Russia, l’Ucraina e le potenze occidentali, definendo un quadro di garanzie e, probabilmente, cessioni territoriali o status speciali per alcune regioni. La diplomazia, con la partecipazione di Onu, Osce o altri soggetti, potrebbe rivestire un ruolo di primo piano nel monitorare la smilitarizzazione di determinate zone. Ma tutto questo non conviene a chi guadagna dal conflitto:

  • Le industrie di armamenti, che vedrebbero i contratti ridursi drasticamente.
  • I grandi fondi, che vogliono mettere le mani su terre e miniere in un Paese sempre più strangolato e senza leve di contrattazione.
  • I governi, che sfruttano la cortina di fumo bellica per passare piani di spesa militare mastodontici, evitando i controlli dell’opinione pubblica.


I media allineati sostengono questa narrativa, lasciando in ombra la possibilità di un accordo. E i rari tentativi di discutere piani di pace vengono o ignorati o bollati come “pericolosi per la democrazia”. La conseguenza è un circolo vizioso di retorica, spese, propaganda, e vera morte sul campo. L’Occidente si autoalimenta in un loop in cui la Russia è il male assoluto, e l’Ucraina è martire, mentre la verità è che i grandi manovratori non vogliono far cessare questo stato di cose. Una pace prematura potrebbe lasciare la Russia con i territori che già controlla, e l’Ucraina con la possibilità di rinegoziare i contratti su risorse e infrastrutture. Non sarebbe l’epilogo desiderato da chi spinge per un futuro in cui Kiev sia costretta a vendere tutto.




UNA REALTÀ AMARA: L’UCRAINA PAGA, L’EUROPA SI ILLUDE, I POTENTI INCASSANO

Tutto ciò conduce a una conclusione scomoda: la guerra in Ucraina non è soltanto il frutto della volontà di Putin di recuperare aree russofone o di rimettere piede nell’orbita ex-sovietica. È anche, e soprattutto, un ingranaggio di un sistema globale in cui l’Europa e gli Stati Uniti traggono vantaggi dal disordine. Se la situazione si normalizzasse, sarebbe molto più difficile vendere la narrativa che giustifica l’enorme piano di riarmo, gli accordi con le multinazionali e la trasformazione dell’Ue in un soggetto bellicamente autonomo.

Di riflesso, l’impatto sulle nostre vite quotidiane – bollette più alte, costi per i cittadini, maggiore tensione sociale – viene accettato passivamente, perché ci viene detto che non c’è alternativa. “Dobbiamo difenderci da Putin, dobbiamo aiutare l’Ucraina, dobbiamo rinunciare a un po’ di benessere.” Ma è un ragionamento che, se approfondito, mostra tutte le sue contraddizioni. Difatti, la Russia non era pronta a una guerra globale con l’Occidente, e non la vuole. E l’Europa, se avesse intrapreso con più grinta la strada della diplomazia, avrebbe potuto spingere per un compromesso. Ecco allora che gli interessi oscuri emergono, e i conti tornano.




LA LIBERTÀ DI SAPERE E IL DOVERE DI INFORMARSI

Davanti a questo quadro, molti si chiedono come sia possibile che quasi tutti i mezzi di comunicazione offrano lo stesso tipo di storia. La risposta è che l’opinione pubblica, in gran parte, tende a credere al racconto mediatico dominante, e chi lo controlla ha gran parte del potere. Eppure, è proprio la necessità di una contro-narrazione che potrebbe smuovere le coscienze. Che l’Ucraina venga dipinta come “terra di conquista” e che, con il pretesto di difenderla, si apra la strada a piani di profitto – da BlackRock ai colossi del gas e dei minerali – dovrebbe far riflettere tutti coloro che, in buona fede, credono di “combattere per una causa giusta.”

La storia insegna che i conflitti raramente si protraggono se i potenti non vedono un ritorno. Se l’Ue e gli Usa avessero davvero voluto spegnere l’incendio, l’occasione per negoziati era presente in varie fasi, persino in loco con la Turchia che a più riprese si è proposta come mediatrice. Ma la macchina del business bellico, e la prospettiva di un’Europa militarizzata, hanno prevalso. Nel frattempo, rinnovare la narrazione dell’“aggressore pronto a invaderci” funziona perfettamente come giustificazione. Non è un mistero che i contratti su droni, tank, artiglieria, intelligence e sistemi di difesa crescano vertiginosamente in periodi di tensione. E allora la pace non è desiderata, anzi è temuta, perché significherebbe una brusca frenata a un meccanismo tanto redditizio.



CONCLUSIONI: UN RICHIAMO ALLA REALTÀ E AL DIALOGO

È dunque questa la verità scomoda: La guerra in Ucraina non è il “nostro destino inevitabile”, ma il risultato di una serie di scelte e interessi. Putin avrà le sue responsabilità nell’aggressione, ma l’Europa non sta facendo abbastanza per costruire la pace, spinta com’è a far fruttare la situazione. Il piano da 800 miliardi – Rearm Europe – è il simbolo di questa virata verso la forza militare, giustificata da una minaccia russa sovrastimata o comunque più utile, in termini politici, che reale.

Le ripercussioni future potrebbero essere notevoli. Un’Europa che scommette sulla via delle armi rischia di snaturare i propri valori fondativi. Una volta conclusasi la guerra (quando e se si concluderà), potremmo ritrovarci con un’economia più fragile, un popolo più impoverito e un’Ucraina trasformata in campo di sfruttamento per multinazionali e investitori stranieri. Le conseguenze geostrategiche potrebbero lasciare la Russia ancor più rivolta altrove, consolidando un asse con la Cina, e creando un mondo più frammentato. E noi, intanto, avremo eroso ulteriormente la coesione interna per finanziarie l’ennesimo esercito, l’ennesima escalation.

Il lato umano di questa tragedia è immenso: milioni di ucraini sfollati, morti, famiglie distrutte. Se si guarda a chi davvero guadagna – i costruttori di armi, i fondi speculativi, le élite politiche che ottengono maggiore potere – si capisce perché si preferisca non fermare la carneficina. L’Unione Europea, che un tempo si vantava di essere un modello di pace e integrazione, sta gettando alle ortiche la sua vocazione più alta per inseguire l’illusione di una potenza militare autonoma, ma funzionale agli interessi di alcuni gruppi ben precisi.

In quest’ottica, la responsabilità dei cittadini europei è capire che la retorica di “Putin è alle porte” è strumentale a uno scopo. Non si tratta di negare i pericoli e le responsabilità di Mosca, ma di non confondere la difesa dell’Ucraina con la militarizzazione del continente a spese di tutti. Senza un approccio razionale, la russofobia diventa un pretesto, come ogni fobia: impedisce di intravedere le strade della negoziazione e rende plausibile persino il sacrificio di intere società in nome di un antagonismo su cui molti lucrano.

Solo riconoscendo questi meccanismi potremmo reclamare dai nostri governi una politica diversa, che investa sì nella sicurezza, ma non a scapito della pace e del benessere. Che sostenga la diplomazia, non l’industria bellica. Che tenti di alleviare la sofferenza ucraina anziché sfruttarla come grimaldello per un salto di potere interno.

Finché la narrazione resta monolitica, con i telegiornali a battere sempre sullo stesso tasto, l’opinione pubblica rimarrà all’oscuro dei legami profondi tra la guerra e il grande business, tra le armi e i progetti di rearm, tra la dipendenza energetica e l’inflazione che stiamo subendo. E la guerra potrà proseguire, in un silenzio complice, alimentata dalla retorica ma anche dalla sete di denaro e di dominio.

Se, invece, si diffonde la consapevolezza che il conflitto è anche una questione di interessi finanziari, di speculazioni sulle risorse dell’Ucraina, di calcoli politici per consolidare leadership vacillanti in Europa, allora potrà affiorare una pressione popolare per infrangere questa cappa di propaganda. E quel giorno, forse, la pace tornerà a essere possibile, senza passare per la militarizzazione di un intero continente, senza ridurre l’Ucraina a campo di saccheggio e i popoli europei a bancomat per la corsa agli armamenti.