La Standa non è stata soltanto una catena di grandi magazzini, ma un vero e proprio fenomeno sociale che ha segnato un’epoca. In un’Italia che si risollevava a fatica dalle macerie della guerra, i suoi punti vendita sono diventati un simbolo di modernità e benessere, un palcoscenico in cui milioni di famiglie hanno sperimentato per la prima volta l’ebbrezza del consumismo. Ma, come molte imprese che sembravano inarrestabili, la Standa ha conosciuto un declino altrettanto fragoroso, lasciando dietro di sé un vuoto incolmabile e un patrimonio di ricordi che sopravvive nelle memorie di chi ha vissuto quegli anni.
Le radici: dai “Magazzini Standard” alla nascita di Standa
La storia inizia nel 1931, quando il giovane e intraprendente Franco Monzino, già attivo all’interno de La Rinascente e coinvolto nella creazione di Upim, decide di mettersi in proprio. Nascono così i “Magazzini Standard”, un nome che esprimeva chiaramente la visione di Monzino: offrire prodotti standard, quindi accessibili a una vasta platea di acquirenti.
- 1931: Apertura del primo negozio in via Torino 38, a Milano, con un capitale iniziale di 50.000 lire.
- Obiettivo: proporre un assortimento di articoli “per tutti” a prezzi competitivi, in un’Italia ancora segnata da grandi disparità sociali.
La svolta arriva nel 1938, quando il regime fascista impone di “italianizzare” il nome “Standard”. È così che, in modo quasi forzato, nasce la sigla Standa, ufficialmente acronimo di “Società Tutti Articoli Nazionali Dell’Arredamento”. Paradossalmente, quello che poteva essere un duro colpo si trasformò in un colpo di fortuna: il nuovo nome è breve, facile da ricordare e diventerà presto leggendario.
Il dopoguerra e il boom economico: la consacrazione
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Italia vive il proprio “miracolo economico”. È in questo clima di grandi speranze che i punti vendita Standa decollano. Si afferma l’idea di un “grande magazzino” dove si può trovare di tutto: abbigliamento, casalinghi, alimentari.
- 1956: L’introduzione del reparto alimentare segna un passaggio cruciale, trasformando i negozi in veri supermercati.
- 1958: La Standa è tra i primi ad adottare il modello self-service a Milano, rivoluzionando le abitudini d’acquisto e il rapporto tra clienti e scaffali.
Le famiglie italiane, desiderose di lasciarsi alle spalle i sacrifici del passato, scoprono la gioia di comprare beni di consumo a prezzi convenienti. La Standa, con i suoi reparti ordinati e riforniti di novità, diventa una sorta di luna park del consumismo. A metà degli anni ’60, conta già 124 filiali su tutto il territorio nazionale, attirando così l’attenzione di un gigante dell’industria italiana: la Montedison.
L’era Montedison: tra espansione e cambi di strategia
Nel 1967, la Montedison acquisisce la catena Standa. Avere le spalle coperte da un colosso dell’industria chimica ed energetica apre prospettive di crescita ancora maggiori. L’idea è quella di fare della Standa la “casa degli italiani”, un luogo dove ogni esigenza quotidiana possa essere soddisfatta.
Ben presto, i punti vendita si moltiplicano, consolidando la presenza lungo tutto lo Stivale. In questa fase, la Standa diventa un punto di riferimento non solo per la spesa settimanale ma anche per l’acquisto di capi d’abbigliamento, oggettistica, elettronica e, in alcune filiali, perfino giocattoli e prodotti di alta gamma.
La Fininvest e gli anni d’oro della pubblicità televisiva
Verso la fine degli anni ’80, un altro grande imprenditore mette gli occhi sul potenziale di Standa. Nel 1987, la Fininvest di Silvio Berlusconi acquisisce la catena, in un momento in cui la comunicazione televisiva vive il suo apice, trascinata dai canali privati Mediaset (allora Fininvest).
È il trionfo della pubblicità e dei testimonial celebri. Fra i volti che hanno prestato la propria immagine alla Standa troviamo:
- Mike Bongiorno, con il celebre slogan “Alla Standa ogni giorno è un buongiorno”.
- Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, coppia simbolo della TV italiana.
- Marco Columbro e Lino Banfi, icone dei varietà e della comicità.
Spot televisivi martellanti, promozioni inedite e una forte presenza mediatica rendono Standa un marchio popolarissimo, nella percezione di molti italiani quasi paragonabile a un luogo di ritrovo più che a un semplice negozio.
L’inizio del declino: i turbolenti anni ’90
Nonostante il successo clamoroso, gli anni ’90 rappresentano il primo campanello d’allarme. La gestione Fininvest si trova ad affrontare:
- Un mercato in trasformazione, con l’arrivo di nuove catene straniere (Carrefour, Auchan, Lidl, ecc.).
- Tensioni al Sud Italia, dove alcuni punti vendita vengono presi di mira da episodi di stampo mafioso.
- Spinte politiche e finanziarie che portano a decisioni strategiche poco lungimiranti.
Col passare degli anni, la Fininvest decide di “spacchettare” la Standa, cedendone gradualmente vari rami per far fronte a esigenze di liquidità. Berlusconi, incalzato sulle ragioni del calo di vendite, alluse a un presunto boicottaggio politico (il cosiddetto “Bibe” – “Boicotta Berlusconi”). Altri invece sostengono che la vendita fosse necessaria per ripianare i debiti del gruppo.
Vendite e rilanci mancati: la fine di un mito
Nel 2004, quel che resta della catena viene ceduto al gruppo tedesco Rewe, che tenta un rilancio sotto il marchio Billa. L’iniziativa, però, non funziona: i punti vendita faticano a riconquistare i clienti ormai abituati a nuovi format di acquisto.
La concorrenza spietata, l’assenza di una strategia chiara e i costi di ristrutturazione troppo elevati portano a un fallimento progressivo. Nel 2016, molti negozi ancora attivi vengono venduti ad altre catene (Carrefour e altri gruppi italiani), decretando ufficialmente la fine del brand Standa come era stato conosciuto per decenni.
L’eredità di Standa: nostalgia e lezioni per il futuro
Oggi la Standa sopravvive solo nei racconti e nella memoria collettiva. Per chi ha vissuto gli anni ’70, ’80 e ’90, i suoi supermercati erano un luogo familiare in cui incontrare amici, vicini di casa, e respirare il nuovo benessere economico. Nel linguaggio di alcune famiglie, “andare alla Standa” è rimasto un modo di dire per indicare il semplice “fare la spesa”, testimonianza di quanto il marchio fosse radicato nella quotidianità italiana.
Molti storici dell’economia considerano il declino di Standa un monito su come un colosso – anche quando gode di enorme notorietà – non sia al riparo dai cambiamenti del mercato, specialmente se manca una visione strategica di lungo termine. La lezione di questa vicenda può essere riassunta in poche righe: innovare e sapersi adattare ai mutamenti socio-economici è fondamentale, e nemmeno la pubblicità più martellante può compensare una gestione carente.
Conclusioni
La storia della Standa è la storia di un marchio che ha segnato profondamente la società italiana, accompagnandola nel percorso dalla povertà del dopoguerra all’effimero “tutto è possibile” degli anni ’80. Eppure, come dimostrano i fatti, nessuna impresa è immortale. Per un certo periodo, la “casa degli italiani” era presente in ogni angolo del Paese, ma la globalizzazione e la concorrenza hanno gradualmente eroso l’appeal e la sostenibilità economica del modello Standa.
“Alla Standa ogni giorno è un buongiorno!” recitava Mike Bongiorno negli spot televisivi. Oggi, di quel buongiorno restano solo i ricordi.
In un’Italia che si trasforma senza sosta, la parabola di Standa resta un capitolo importante, sia per comprendere il passato che per affrontare le sfide del presente e del futuro nel mondo della distribuzione organizzata.