Contemporaneamente, serpeggia tra i rappresentanti di vari Paesi dell’Unione un timore crescente: la Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, starebbe cercando di accentrare troppo il potere decisionale, in particolare nell’ambito della difesa e della sicurezza, tradizionalmente prerogativa degli Stati membri. Questo timore risulta ancora più evidente mentre l’Europa discute di un possibile ulteriore invio di aiuti militari all’Ucraina, di un progetto di riforma delle spese comuni per la difesa e di un possibile piano di pace, con o senza la mediazione diretta degli Stati Uniti.
In questo articolo, cercheremo di ricostruire gli avvenimenti che hanno portato a questa situazione, facendo riferimento a diverse fonti, fra cui l’analisi del think tank statunitense ISW (Institute for the Study of War) e l’articolo di Politico in cui si evidenziano le preoccupazioni sull’eccessivo potere della Commissione. Approfondiremo il contesto dei vertici politici, i tentativi di implementare una tregua di un mese e il motivo per cui, al momento, né Macron né Starmer, né tantomeno altri leader, sembrano trovare un accordo praticabile.
Al contempo, faremo luce sull’apparente contrasto tra la Commissione Europea e le singole nazioni, analizzando la posizione di alcuni governi (come quello ungherese o slovacco) più scettici sull’invio massiccio di nuove armi all’Ucraina, e la posizione dell’Italia, che ha mostrato un parziale riequilibrio delle proprie alleanze, alternando iniziali aperture verso l’allineamento incondizionato con le richieste USA all’adozione di una linea più cauta. Chiuderemo con una panoramica del conflitto sul campo, la cui intensità pare essersi leggermente ridotta negli ultimissimi giorni, sebbene sia difficile comprendere se sia un rallentamento tattico o il frutto di una vera e propria manovra diplomatica.
Di seguito, dunque, un’analisi completa e dettagliata della tematica, nella quale cercheremo di non tralasciare alcun passaggio e di spiegare ogni argomento in modo approfondito.
1) Il contesto politico e l’ultimo vertice di Londra
Un susseguirsi di incontri difficili da decifrare
Negli ultimi due mesi, i vertici europei e transatlantici si sono moltiplicati con frequenza quasi settimanale. Tra questi, particolarmente rilevante è stato il vertice di Londra che, formalmente, avrebbe dovuto segnare un punto di svolta nella strategia comune verso l’Ucraina, oltre che definire chiaramente le prossime mosse in tema di difesa europea. Tale vertice, stando alle dichiarazioni dei protagonisti, non ha prodotto risultati concreti. Ci si aspettava un annuncio formale di un cessate il fuoco di un mese, o perlomeno di qualche iniziativa diplomatica condivisa, ma lo scontro di posizioni è rimasto acceso.
Il ruolo di Macron e Starmer
Il Primo Ministro britannico (nel contesto ipotetico della discussione, spesso si fa riferimento a “Starmer”, anche se il contesto politico del Regno Unito è in continua evoluzione), unitamente al Presidente francese Emmanuel Macron, si sono fatti promotori di una proposta di tregua temporanea, che avrebbe coinvolto sia la Russia sia l’Ucraina. La speranza dei due leader era di:
- Fermare temporaneamente le ostilità.
- Creare un canale di comunicazione con gli Stati Uniti.
- Porre le basi per una più ampia discussione su un possibile accordo di pace.
Tuttavia, già in fase di preparazione, il progetto si è mostrato estremamente fragile. La controparte russa, attraverso dichiarazioni del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, non ha mostrato alcun entusiasmo per le tempistiche e soprattutto per le condizioni proposte: l’idea di una tregua “unilaterale” decisa a Londra (e poi, in teoria, estesa anche agli Stati Uniti) è apparsa a Mosca come un nuovo tentativo di imporre condizioni piuttosto che avviare un autentico confronto.
La mancata armonia europea
Il problema principale, però, non sembra neanche essere l’atteggiamento della Russia, bensì l’incapacità stessa dei Paesi europei di trovare una voce univoca. Alcuni Stati membri – come l’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico (quando al potere) – hanno chiaramente espresso la loro contrarietà a un ulteriore coinvolgimento militare, temendo un allargamento del conflitto e la perdita di ulteriori risorse interne. Altri Stati, come il Regno Unito, la Francia e la Polonia, insistono invece per un rafforzamento militare e un aumento delle spese per la difesa, con l’invio di nuovi aiuti a Kiev.
Questa divisione è tornata evidente anche nel vertice di Londra:
- Non tutti i Paesi dell’UE hanno partecipato o hanno inviato rappresentanti di alto livello.
- Non si è trovato un accordo nemmeno tra i partecipanti più convinti dell’aiuto militare a Kiev su come e quando avviare un eventuale cessate il fuoco.
- Si è confermata, invece, la volontà di incrementare la fornitura di armi, con nuovi investimenti miliardari annunciati, in particolare da Regno Unito e Francia.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge la crescente pressione di alcuni settori dell’opinione pubblica, che cominciano a interrogarsi su quanto a lungo l’Europa possa mantenere il suo impegno militare in Ucraina, a fronte di esigenze interne come il caro energia, l’inflazione e l’incertezza economica.
2) Il timore di un eccessivo potere per la Commissione Europea
L’articolo di Politico e le preoccupazioni dei diplomatici europei
Secondo un recente articolo di Politico, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, sarebbe intenzionata a sfruttare le varie crisi succedutesi in questi anni – dalla pandemia di Covid-19 fino alla guerra in Ucraina – per consolidare il potere della Commissione stessa. In particolare, durante la pandemia, la Commissione ha negoziato per conto di tutti l’acquisto dei vaccini, imponendo di fatto una linea centralizzata in un ambito, quello sanitario, che è quasi sempre stato di competenza nazionale.
Ora, con la guerra in Ucraina, la medesima Commissione avrebbe assunto l’iniziativa di spingere per sanzioni coordinate contro Mosca e, più di recente, per un maggiore coordinamento in tema di difesa. Il punto nevralgico è: ha la Commissione Europea il mandato e la legittimità per imporre o comunque determinare con forza strategie di riarmo e spesa militare agli Stati?
Dalle sanzioni alla difesa comune
Per comprendere l’origine di questi timori, occorre guardare a quanto successo negli ultimi tre anni. Con la pandemia, la Commissione ha effettivamente operato come ente centrale:
- Ha agito pressoché da sola per l’approvvigionamento di vaccini.
- Ha stabilito regole comuni per la circolazione delle persone (Green Pass europeo).
- Ha varato meccanismi di sostegno economico (Recovery Fund) che hanno permesso uno storico passaggio verso l’emissione di debito comune.
Molti governi hanno subìto questo accentramento decisionale come una necessità dettata dall’emergenza, ma non tutti erano entusiasti.
Con l’inizio del conflitto in Ucraina, la Commissione si è posta al centro delle iniziative per coordinare le sanzioni contro la Russia. Pur essendo necessaria l’unanimità degli Stati membri, in molti casi i Paesi più grandi (Germania, Francia, Italia, Spagna) si sono allineati alle posizioni filo-NATO e filo-USA, lasciando meno spazio alle voci discordanti. Adesso, sempre la Commissione, vorrebbe un ulteriore passo avanti: creare un fondo comune europeo per la difesa, espandendone i poteri al coordinamento dell’industria militare, dell’approvvigionamento di armi e sistemi difensivi, e addirittura proponendo linee di investimento a lungo termine in settori come i droni, i missili e le tecnologie cibernetiche.
Le resistenze degli Stati
Non tutti gli Stati sono disposti ad accettare una simile trasformazione dell’Unione Europea. Una cosa è parlare di politiche sanitarie comuni (già di per sé delicato), un’altra è discutere di politica di difesa e, implicitamente, di politica estera, da sempre prerogativa nazionale. Alcuni diplomatici di alto livello all’interno dell’UE, cita Politico, hanno espresso apertamente la loro contrarietà a delegare maggior potere militare e decisionale a Bruxelles, timorosi che i governi nazionali perdano l’ultima parola su questioni legate alla sicurezza del proprio territorio.
Si tratta, inoltre, di un problema di credibilità interna: molti cittadini europei, anche quelli favorevoli a una maggiore integrazione, potrebbero sentirsi a disagio di fronte a un forte incremento delle spese militari gestite da un’istituzione sovranazionale. L’Unione Europea è nata come progetto di pace e di cooperazione; il salto da un coordinamento economico a una “politica di difesa comune” appare, a molti, un cambio di paradigma troppo repentino.
Il precedente dell’acquisto centralizzato dei vaccini
Un elemento che viene spesso citato a testimonianza di come la Commissione abbia già mostrato la volontà di agire in maniera autonoma riguarda proprio le forniture di vaccini anti-Covid. In quell’occasione, la Commissione negoziò contratti con le principali aziende farmaceutiche, sollevando molte polemiche per la scarsa trasparenza con cui tali accordi furono gestiti. Anche oggi, ci si chiede come verrebbero gestiti i contratti e gli appalti per i sistemi difensivi o per i droni militari.
Le possibili aree di intervento si estenderebbero infatti a:
- Approvvigionamento congiunto di nuove armi e munizioni.
- Creazione di un’industria militare europea, unificando o coordinando i vari apparati industriali nazionali.
- Decidere quando e dove inviare le armi prodotte, ad esempio all’Ucraina o ad altre zone di conflitto.
Tutti questi punti incidono pesantemente sull’autonomia dei singoli Paesi, i quali si trovano di fronte al bivio di acconsentire a un maggior potere della Commissione in cambio di un (presunto) rafforzamento dell’Europa, oppure di rifiutare, correndo il rischio di apparire divisi di fronte all’opinione pubblica internazionale.
3) Le implicazioni della guerra in Ucraina: la linea diplomatica e la realtà sul campo
Una guerra che pare non avere fine
Il conflitto in Ucraina, scoppiato nel 2014 con l’annessione della Crimea da parte russa e ulteriormente acuitosi con l’offensiva russa del febbraio 2022, sembra lontano da una conclusione condivisa. Gli sforzi diplomatici, di fatto, languono. La cosiddetta “via diplomatica” appare quasi abbandonata, salvo qualche iniziativa di comodo, come la proposta di un cessate il fuoco di un mese di cui si è discusso a Londra.
Le posizioni di Zelensky e del Cremlino
Il governo di Kiev, guidato dal Presidente Volodymyr Zelensky, ha espresso più volte il rifiuto di qualsiasi negoziato che non preveda, come minimo, il ritiro completo delle forze russe dal territorio ucraino riconosciuto internazionalmente (compresa la Crimea). Mosca, dal canto suo, ritiene di aver condotto referendum nelle zone occupate (Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson) per legittimare la propria presenza, e non dà alcun segno di voler retrocedere. Di conseguenza, qualsiasi ipotesi di accordo mediato (che implichi concessioni territoriali) è rigettata da entrambe le parti, rendendo praticamente inutile ogni canale di dialogo.
L’Institute for the Study of War (ISW) e le analisi occidentali
Nonostante l’evidenza di un conflitto sul terreno che va avanti da oltre un anno e che non vede soluzioni rapide, alcuni think tank occidentali, come l’ISW, continuano a pubblicare rapporti che evidenziano come la Russia perda ingenti quantità di materiale e di uomini. In particolare, ISW ha recentemente fatto cenno all’ipotesi che Mosca tema un accordo a lungo termine tra Stati Uniti e Ucraina sulla gestione dei minerali e delle risorse energetiche di quest’ultima, accordo che imporrebbe a Washington un coinvolgimento prolungato in Ucraina. Secondo queste valutazioni, la Russia mirerebbe a sabotare tale processo perché non vorrebbe un presidio stabile americano ai propri confini.
Da un lato, è plausibile che Mosca non desideri un impegno militare ed economico a lungo termine degli Stati Uniti in Ucraina; dall’altro, gli scenari suggeriti dall’ISW appaiono, a volte, come un’interpretazione che spinge a confermare la necessità di mantenere – o addirittura incrementare – il supporto occidentale a Kiev.
Il rallentamento delle ultime settimane
Sempre secondo i report di ISW e di alcuni analisti occidentali, sul campo di battaglia negli ultimi giorni si è osservato un leggero calo dell’intensità dei combattimenti in alcune aree (come, ad esempio, Bakhmut e altre città dell’Ucraina orientale). Non è chiaro se si tratti di un rallentamento tattico voluto dalla Russia per guadagnare tempo e riorganizzarsi, o se ci siano fattori politici dietro, come i colloqui con gli Stati Uniti che, secondo alcune fonti, sarebbero già al terzo round di trattative segrete.
Permane comunque il dubbio che anche Kiev, dopo aver perso molte unità e fatto ingenti richieste di nuovo materiale militare, stia tirando il fiato in attesa di nuove consegne dall’Occidente. Questa guerra di attrito potrebbe durare a lungo se entrambe le parti continueranno a rifiutare compromessi, e se la diplomazia rimarrà in un ruolo del tutto marginale.
4) Le divisioni europee e la proposta del “cessate il fuoco di un mese”
Il tentativo franco-britannico
Una delle novità emerse al vertice di Londra è stata la proposta, avanzata in modo congiunto da Parigi e Londra, di una tregua della durata di un mese. L’idea – decisamente vaga e priva di dettagli – sarebbe stata quella di fermare i combattimenti e di congelare le posizioni sul campo per dedicare le prossime settimane a un dialogo ad ampio raggio. Ma i problemi sono molteplici:
- Russia e Ucraina dovrebbero entrambe accettare la tregua, mentre al tavolo di Londra, la Russia non era presente.
- Gli Stati Uniti, parte in causa per il sostegno militare a Kiev, non si sono espressi in modo chiaro a riguardo.
- Gli stessi leader europei, Macron e Starmer in testa, non avrebbero concordato i dettagli su come far rispettare la tregua (sorveglianza internazionale? Dislocamento di caschi blu europei? Altro?).
Non stupisce, dunque, che alla fine il comunicato congiunto non sia andato oltre un generico impegno a “proseguire gli sforzi per una pace duratura”, lasciando ampio spazio alle interpretazioni.
La questione delle forze di peace keeping europee
Un altro punto controverso è l’ipotesi di inviare forze di peacekeeping europee per garantire la tregua, se mai dovesse essere approvata dalla Russia e dall’Ucraina. Molti osservatori, non solo russi, sottolineano come sia paradossale l’idea che gli stessi Paesi che hanno contribuito a rifornire di armi una delle parti in conflitto possano inviarsi come forza terza e neutrale a tutela della pace. Da Mosca, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha già espresso scetticismo, bollando questo piano come una copertura per consolidare la presenza militare occidentale a ridosso dei confini russi.
Il coinvolgimento statunitense: Trump, Pence e le tensioni con Zelensky
Sul fronte diplomatico, non va dimenticato che gli Stati Uniti giocano un ruolo cruciale. In più occasioni, i rapporti tra Kiev e Washington sono stati tesi, come quando, in un incontro alla Casa Bianca, Zelensky e alcuni esponenti dell’amministrazione americana (come Pence) avrebbero avuto momenti di forte contrapposizione. Si aggiunge l’incertezza politica interna agli USA stessi: in vista di future elezioni, l’approccio del governo americano potrebbe cambiare, specialmente se l’idea di un lungo conflitto dovesse risultare impopolare.
Le conseguenze in Europa
L’UE si ritrova quindi ad affrontare uno scenario in cui:
- Il principale alleato, gli Stati Uniti, valuta la possibilità di spingere per un accordo di pace che tuteli, in primo luogo, gli interessi americani (sia di politica estera sia interni, in vista di consultazioni elettorali).
- La Commissione Europea vorrebbe utilizzare la crisi per rafforzare l’integrazione e la capacità di difesa comuni.
- I singoli Stati, dal canto loro, non hanno una posizione univoca sulla guerra, sulle spese militari, su come raggiungere la pace o su come eventualmente imporre sanzioni alla Russia.
Risultato: un’Europa apparentemente compatta a livello di dichiarazioni ufficiali, ma in verità profondamente divisa sulle questioni di fondo. E ogni vertice, come quello di Londra, rischia di trasformarsi in una passerella diplomatica che si chiude con un nulla di fatto.
Il ruolo della diplomazia: realmente ignorata?
A più riprese si è detto che la via diplomatica è stata messa da parte. Effettivamente, non esiste alcun calendario di incontri formali per discutere di un cessate il fuoco o di un eventuale accordo di pace onnicomprensivo. Resta semmai spazio per colloqui più o meno riservati, alimentati dagli sforzi di alcune potenze minori (Turchia, Cina, India), ma anche da quei Paesi europei che non vorrebbero farsi trascinare in un conflitto lungo e costoso.
La mancanza di una strategia comune europea rende tutto più complesso. Ogni Stato ragiona secondo i propri interessi economici e politici, e, soprattutto, si trova a fare i conti con l’opinione pubblica interna, in cui cresce l’insofferenza verso una guerra che appare distante e “senza sbocchi”.
5) Il riarmo e l’allentamento delle regole di bilancio: l’UE verso una svolta militarista?
Le pressioni per raggiungere il 2% o il 5% del PIL in spese militari
Gli Stati Uniti hanno a lungo sollecitato i Paesi membri della NATO a portare la spesa per la difesa al 2% del PIL, con l’ex Presidente Donald Trump che spingeva addirittura per il 5%. La guerra in Ucraina ha accelerato questo dibattito, convincendo molti governi europei ad aumentare i propri bilanci militari. L’Italia, ad esempio, ha ventilato l’idea di arrivare al 2,5% del PIL in alcuni settori, pur avendo un debito pubblico già molto elevato.
Il Consiglio straordinario e la deroga alle regole di bilancio
Un altro elemento su cui la Commissione starebbe lavorando è la possibilità di escludere dal Patto di Stabilità e Crescita le spese militari, in modo analogo a quanto avvenuto per alcune spese legate alla pandemia. In sostanza, se un Paese volesse finanziare l’acquisto di nuovi sistemi d’arma, potrebbe farlo in deficit senza incorrere nelle sanzioni europee per sforamento di bilancio. Molti Stati, specie quelli più indebitati, vedono questa come un’opportunità per modernizzare i propri arsenali senza dover tagliare altre voci di spesa (welfare, istruzione, sanità), ma ciò porta con sé un forte rischio di eccessivo indebitamento.
Le reazioni interne
Una simile prospettiva di allentamento delle regole fiscali per scopi militari non può non suscitare polemiche. In alcuni Paesi (come Germania, Paesi Bassi e Finlandia) l’ortodossia di bilancio è sempre stata un cardine della politica economica. Aprire la porta a nuovi debiti per finanziare le armi potrebbe far insorgere divisioni interne. Al contempo, Paesi in difficoltà economiche croniche (Grecia, Italia, Spagna, Portogallo) potrebbero vedere in questa possibilità una maniera per ottenere flessibilità di bilancio, ma con la conseguenza di dover spendere ingenti somme nel settore militare, quando le priorità potrebbero essere altre (crescita, occupazione, istruzione).
Fondo europeo per la difesa: uno strumento controverso
Ursula von der Leyen, ex ministro della Difesa tedesco prima di diventare presidente della Commissione, spinge da tempo per un fondo comune europeo di difesa. L’obiettivo dichiarato:
- Creare una base industriale europea per la produzione di armamenti avanzati.
- Coordinare l’acquisto di armi tra Paesi europei.
- Rafforzare la competitività dell’Europa nel settore della difesa.
Ciò comporterebbe però un trasferimento di competenze dagli Stati alla Commissione, la quale potrebbe decidere a quali progetti destinare i fondi, con il rischio di scontrarsi con le diverse esigenze nazionali. In più, la diffidenza verso un’Europa che abbandona gradualmente il suo “ruolo di potenza morbida” (basato su diplomazia, valori e cultura) per diventare una “potenza militare”, potrebbe crescere in alcuni settori della società civile europea, notoriamente pacifista.
L’esempio dei vaccini e il rischio di un precedente
Così come con i vaccini, la Commissione potrebbe trovarsi ad agire – e in parte lo ha già fatto – in una zona grigia in cui, all’atto pratico, si arroga il potere di firmare contratti a nome degli Stati, distribuendone poi i costi e i benefici in modo centralizzato. Una parte considerevole di funzionari e di politici nazionali teme che questo possa sfuggire al controllo democratico degli stessi Parlamenti, con procedure opache e decisioni prese in cerchie ristrette.
6) La spaccatura interna all’UE, la Meloni e l’atteggiamento dell’Italia
La posizione iniziale e la svolta graduale
All’inizio della crisi ucraina, il governo italiano si era mostrato piuttosto allineato sulle posizioni euroatlantiche, sostenendo apertamente la necessità di inviare armi a Kiev. Con il passare dei mesi, però, la Presidente del Consiglio italiana ha iniziato a muoversi con maggiore prudenza. Ad esempio, ha evidenziato in diverse occasioni come le sanzioni alla Russia abbiano avuto ricadute non trascurabili sull’economia italiana e come, nel lungo periodo, un impegno militare continuo possa diventare insostenibile.
Italia tra Usa e tentativi di mediazione
L’Italia è tradizionalmente vicina agli Stati Uniti, e ciò fa sì che, in linea di principio, sposi la narrativa dell’“Ucraina da difendere a oltranza”. Eppure, complice forse anche la situazione economica interna e il dissenso crescente di alcune forze politiche, Roma sembra desiderosa di trovare un equilibrio. In questa fase, è apparso che l’esecutivo italiano voglia “navigare tra i due mari”: da un lato, non scontentare gli alleati forti (USA e NATO); dall’altro, non sacrificare del tutto la possibilità di una futura distensione con Mosca, utile sotto il profilo dell’approvvigionamento energetico e degli interessi commerciali.
Le ambiguità sulle spese militari
Quanto all’incremento della spesa per la difesa, l’Italia ha più volte annunciato di voler raggiungere un obiettivo di medio periodo di circa il 2% o 2,5% del PIL. Tuttavia, è altrettanto chiaro che si tratti di un impegno molto oneroso, su cui l’opinione pubblica potrebbe presto sollevare dubbi. Inoltre, la stessa Commissione potrebbe favorire regole europee che consentano di sforare i parametri di bilancio per la spesa militare, ma questo rischia di creare tensioni fra i diversi partiti a livello nazionale, soprattutto quelli più sensibili al tema del debito pubblico.
L’irritazione crescente di alcuni partner europei
Alcuni partner dell’UE, come la Polonia e i Paesi baltici, ritengono che la posizione italiana sia troppo “tiepida”. Tali Paesi, avvertendo la Russia come una minaccia diretta, insistono sulla necessità di garantire il massimo supporto militare a Kiev. Al contempo, altre nazioni più “realiste” o pragmatiche, come Ungheria e Slovacchia, si schierano su posizioni scettiche verso il prolungamento della guerra. In questo mosaico di interessi, l’Italia finisce per trovarsi al centro di spinte contrapposte, il che spiega la prudenza della Meloni.
Il dilemma di fondo
Le prossime settimane saranno cruciali per capire se davvero la Commissione riuscirà a consolidare il proprio potere in materia di difesa, oppure se prevarrà la logica del negoziato intergovernativo, in cui i singoli Stati manterranno la sovranità decisionale. L’Italia giocherà un ruolo potenzialmente importante, in quanto uno dei Paesi fondatori dell’UE e con un peso non secondario nell’economia europea. Tuttavia, la linea di Roma rimane per certi versi ambigua, oscillando fra il sostegno convinto all’Ucraina e la consapevolezza delle limitate risorse nazionali.
7) La prospettiva russa: le dichiarazioni del Cremlino e il rifiuto di negoziare
[justify]Peskov e la posizione russa sulle regioni annesse
Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ripete costantemente che le regioni ucraine annesse (Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson), a seguito dei referendum organizzati a fine 2022, hanno “scelto di far parte della Russia”. Mosca dunque considera queste terre come parte del proprio territorio, e qualunque trattativa diplomatica che preveda il ritorno di tali regioni sotto il controllo di Kiev è, agli occhi russi, priva di senso.
Lavrov e l’accusa contro le forze di peacekeeping europee
Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha criticato apertamente l’ipotesi che i Paesi europei inviino truppe di peacekeeping in Ucraina, ritenendolo un piano ipocrita volto, in realtà, a rafforzare la presenza militare occidentale. Lavrov accusa l’Occidente di aver armato e sostenuto Kiev fin dall’inizio del conflitto, e giudica pertanto impossibile definire “neutrali” le forze europee.
Il fattore “tregua” e i colloqui con gli Stati Uniti
Per la Russia, la proposta di un cessate il fuoco di un mese presentata a Londra è ritenuta poco credibile, soprattutto se non è accompagnata da garanzie concrete né da una discussione sui territori già occupati. Inoltre, Mosca guarda principalmente agli Stati Uniti come controparte effettiva: se Washington non è coinvolta in modo serio, un accordo sulla tregua difficilmente potrebbe essere accettato dai russi.
Vi è poi la questione delle possibili trattative segrete con gli USA, di cui hanno parlato alcune fonti: se davvero si stanno svolgendo, è plausibile che la Russia voglia mantenere un margine di manovra sul campo di battaglia, alternando fasi di attacco a fasi di stallo, in funzione dello stato di avanzamento di quei colloqui.
8) Le richieste di Kiev e le aspirazioni irrealistiche di riconquista
[justify]Il sogno di Zelensky: ritornare ai confini del 1991
Il Presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha più volte dichiarato l’obiettivo di riconquistare tutti i territori che l’Ucraina deteneva ai tempi della dissoluzione dell’URSS, inclusa la Crimea. Questa posizione, seppur comprensibile dal punto di vista nazionale ucraino, appare a molti analisti occidentali come irrealistica, almeno nel breve periodo, considerato il potenziale militare russo e la scarsa volontà dell’Occidente di impegnarsi sul terreno in modo diretto.
La difficoltà di scendere a compromessi
Ogni volta che, in modo informale, si ipotizza la rinuncia ad alcuni territori per ottenere un accordo di pace, Zelensky si oppone con fermezza, temendo un impatto devastante sulla credibilità del suo governo di fronte al popolo ucraino. Tuttavia, persino alcune cancellerie occidentali cominciano a valutare se esistano “soluzioni intermedie” che congelino il conflitto e garantiscano all’Ucraina un impegno di sicurezza occidentale, pur senza un ritiro totale della Russia da quelle regioni.
Il rifiuto ucraino di trattare e la retorica del “regime di Kiev”
Dal punto di vista russo, tutto questo conferma la narrazione di un “regime di Kiev” che, sostenuto dall’Occidente, rifiuta a priori il negoziato. Peskov e altri funzionari russi parlano di un “regime aggressivo” che impedisce di fatto la diplomazia. Mentre nella prospettiva di Zelensky e di gran parte dei leader occidentali, a impedire la vera pace sarebbero i bombardamenti russi e l’occupazione dei territori.
Al di là delle contrapposte narrazioni, la situazione sembra in stallo: Kiev non vuole trattare senza il ritiro totale di Mosca, e Mosca non ritiene negoziabile il controllo delle regioni annesse. Difficile, in un simile contesto, che la “tregua di un mese” possa diventare realtà concreta, a meno di pressioni internazionali molto più forti di quelle viste finora.
9) Il tentativo di “ricostruire” l’Ucraina e le mire degli Stati Uniti
L’accordo sui minerali e l’interesse statunitense
Uno dei temi ricorrenti è la possibilità che gli Stati Uniti stringano un accordo con l’Ucraina sull’estrazione e la gestione di minerali strategici (terre rare, litio, nichel, ecc.). Tali risorse abbondano in alcune regioni ucraine e sarebbero fondamentali per lo sviluppo futuro delle tecnologie energetiche e digitali. Un simile accordo potrebbe fare dell’Ucraina un partner strategico di Washington nel medio-lungo termine.
La prospettiva del “piano Marshall” per l’Ucraina
Alcuni analisti immaginano una sorta di “piano Marshall” per la ricostruzione dell’Ucraina, che coinvolgerebbe ingenti investimenti di capitali americani e, in parte, europei. Un progetto di tale portata si estenderebbe su anni o decenni e prevederebbe:
- Il ripristino delle infrastrutture distrutte dalla guerra.
- La modernizzazione del sistema industriale e agricolo ucraino.
- La stabilizzazione politica e l’integrazione economica dell’Ucraina con l’Occidente.
È evidente come la Russia veda con preoccupazione uno scenario del genere, poiché sancirebbe la perdita definitiva dell’Ucraina dalla sfera d’influenza russa, cementando la presenza americana ai confini della Federazione Russa.
Le contraddizioni di Kiev e l’incertezza del futuro
Tuttavia, per avviare un piano di ricostruzione così ambizioso, è necessario che il conflitto volga al termine e che vi sia un governo stabile disposto a negoziare le condizioni economiche con gli investitori stranieri. Non è chiaro se Zelensky resterà alla guida del Paese in futuro, né quali saranno le condizioni politiche dell’Ucraina dopo la guerra, specialmente se questa dovesse protrarsi ancora a lungo.
Le tensioni con l’attuale amministrazione americana, in cui si alternano politici più interventisti ad altri più prudenti, fanno sorgere dubbi sulla effettiva tenuta di un accordo minerario di lungo respiro. Di certo, la guerra crea sia ostacoli sia opportunità: distrugge infrastrutture e vite umane, ma nel contempo rende Kiev ancor più dipendente dall’aiuto esterno.
10) Uno sguardo agli scenari futuri: dai colli di bottiglia diplomatici alle necessità politiche
[justify]Il fallimento ripetuto dei vertici europei
Sono stati citati almeno quattro o cinque incontri straordinari in Europa (tra Monaco, Bruxelles, Londra, vertici straordinari del Consiglio UE). In tutti questi, si è parlato principalmente di:
- Sanzioni contro la Russia.
- Possibilità di un cessate il fuoco.
- Rifornimenti di armi a Kiev.
- Spese militari da incrementare.
La costante, però, è l’assenza di accordi veri e propri su come porre fine al conflitto. Si registra al massimo la volontà di proseguire l’impegno a sostenere militarmente l’Ucraina, ma senza una strategia unitaria che tenga conto delle sfumature e delle divisioni interne al blocco europeo.
La Commissione come regista?
Ursula von der Leyen cerca di porsi come garante dell’unità europea, spingendo verso una sorta di “federalizzazione” progressiva in campo militare e di difesa. Il rischio, però, è quello di generare diffidenza e ostilità da parte di quei governi che non vogliono rinunciare alle proprie prerogative. Giovedì (in un prossimo Consiglio straordinario), si tornerà a parlare di un eventuale fondo comune e di come allocare le risorse necessarie per gli investimenti nel settore della difesa. È probabile che l’ostacolo maggiore venga da quei Paesi che, pur sentendosi minacciati dalla Russia, non desiderano cedere ulteriori poteri a Bruxelles.
La tregua: uno strumento per riorganizzarsi militarmente?
Molti analisti, sia russi sia occidentali, sostengono che una tregua di poche settimane o mesi potrebbe semplicemente diventare l’occasione per riarmarsi e riorganizzarsi. L’Ucraina, se sostenuta dall’Occidente, potrebbe sfruttare quel periodo di pausa per rafforzare le proprie linee e prepararsi a future offensive. La Russia, con le sue industrie belliche, potrebbe fare lo stesso. Trovare una tregua che non sia un semplice “time out” tattico è complicato, se non impossibile, senza una prospettiva di accordo politico.
Lo stallo diplomatico e la prospettiva di un conflitto prolungato
Se non si arriva a un accordo, la guerra potrebbe protrarsi per anni, con fasi di intensità variabile. Ciò comporterebbe:
- Un costo umanitario elevatissimo, con distruzioni sempre più estese in Ucraina.
- Un forte impatto economico e sociale sull’Europa, specie in termini di flussi migratori e aumento dei prezzi dell’energia.
- Una crescente competizione internazionale, in cui potenze come Cina e India cercheranno di mediare o di trarre vantaggio dalla situazione.
È uno scenario che molti definirebbero “perdita per tutti”, ma che potrebbe paradossalmente convenire a chi, come alcuni complessi industriali, trae profitti dalle spese militari e dalla vendita di armi.
11) Conclusioni provvisorie: un’Europa disunita e un futuro incerto
La situazione delineata è complessa e in continua evoluzione. Da un lato, la Commissione Europea tenta di sfruttare la congiuntura per acquisire più poteri, specialmente in materia di difesa. Dall’altro, gli Stati membri appaiono divisi tra chi vorrebbe spingere per un rapido incremento delle spese militari e chi, invece, teme l’avvento di un “superstato europeo” che imponga decisioni strategiche senza un adeguato controllo democratico.
La guerra in Ucraina, nel frattempo, prosegue, con momenti di stallo e riprese di intensità sul terreno. I colloqui diretti fra Mosca e Kiev rimangono all’orizzonte, per ora senza risultati concreti. Gli Stati Uniti, oscillanti tra la volontà di contenere la Russia e la crescente impopolarità di un coinvolgimento a tempo indeterminato, non offrono certezze.
I ripetuti vertici – da Monaco a Londra – sembrano concludersi puntualmente con un nulla di fatto, se si eccettua la costante riaffermazione dell’impegno a sostenere militarmente l’Ucraina. Il progetto di una tregua di un mese resta nei cassetti, osteggiato sia da Mosca sia da chi, come Zelensky, non vuole concessioni che possano avvantaggiare i russi.
In questo contesto, la voce della diplomazia si fa sempre più flebile, offuscata da interessi economici e politici che spingono verso il prolungamento del conflitto. La speranza di una risoluzione pacifica rimane viva solo se, in futuro, emergeranno leader europei e internazionali capaci di promuovere una visione condivisa, scardinando l’attuale paralisi decisionale. Fino ad allora, la stessa Unione Europea dovrà interrogarsi sul proprio futuro: diventare un’entità politica più coesa, anche sul piano militare, o rinunciare a questo salto, mantenendo il modello di collaborazione intergovernativa che ne ha segnato i decenni passati.
Nel frattempo, rimane il timore – condiviso da vari ambienti diplomatici – che Ursula von der Leyen e l’intera Commissione possano spingere l’Europa verso una deriva in cui si accentra il potere decisionale su settori cruciali come l’industria della difesa, le politiche di bilancio e la sicurezza. Un passaggio che molti cittadini europei non avrebbero mai immaginato, ma che sta prendendo forma in risposta a una crisi che appare ancora lontana dalla conclusione.