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LA NUOVA GUERRA DEI DAZI TRA USA E CINA L’ESKALATION CHE CAMBIA GLI EQUILIBRI GLOBALI

06 febbraio 2025 13 min di lettura 468 visualizzazioni
guerra commerciale
Il contenuto approfondisce la nuova ondata di tensioni tra Stati Uniti e Cina dopo l’imposizione di dazi da parte dell’amministrazione Trump e la risposta altrettanto decisa di Pechino. Non è una semplice controversia sui dazi doganali: è un confronto che tocca le fondamenta dell’economia mondiale, minacciando di innescare una crisi globale proprio mentre la Cina affronta difficoltà interne di ampia portata (crisi immobiliare, crisi bancaria, deflazione).

INDICE DEI CONTENUTI (facoltativo)

  • 1. L’accelerazione della guerra commerciale
  • 2. L’arma dei dazi: cos’ha fatto Trump e perché
  • 3. La reazione cinese: tariffe su petrolio, gas e prodotti agricoli
  • 4. La Cina apre un caso alla WTO e avvia indagini antitrust su Google
  • 5. L’impatto sul mercato energetico: petrolio, carbone, GNL
  • 6. Le conseguenze geopolitiche: l’uso del commercio come “arma”
  • 7. Le debolezze della Cina: crisi immobiliare, crisi bancaria e deflazione
  • 8. L’economia cinese: dal boom post pandemico alla frenata
  • 9. Il rischio contagio globale: dalla Cina all’Europa, all’America Latina
  • 10. L’Europa e i timori di un’ulteriore escalation
  • 11. Possibili contromisure e prospettive future
  • 12. Conclusioni: un equilibrio (precarissimo) da non sottovalutare





1. L’ACCELERAZIONE DELLA GUERRA COMMERCIALE


1.1 L’origine della tensione
La “guerra commerciale” tra Stati Uniti e Cina non nasce oggi. È un conflitto latente che si è intensificato con l’ascesa di Donald Trump alla presidenza USA (nel suo primo mandato 2016-2020, e poi nuovamente con la sua rielezione). L’amministrazione Trump accusa la Cina di pratiche commerciali sleali, furto di proprietà intellettuale, manipolazione valutaria e sostegno statale eccessivo alle imprese cinesi. Pechino, dal canto suo, respinge le accuse e ritiene che gli Stati Uniti vogliano bloccare lo sviluppo tecnologico cinese.

1.2 Il nuovo capitolo del 2025
Tuttavia, nelle ultime ore, la guerra commerciale ha subito un’ulteriore escalation. Donald Trump ha annunciato l’imposizione di dazi su tutte le importazioni cinesi, con aliquote del 10% o del 25% a seconda dei settori. L’idea di colpire in modo così massiccio – e con immediata applicazione – testimonia il passaggio a una fase più aggressiva.


2. L’ARMA DEI DAZI: COS’HA FATTO TRUMP E PERCHÉ

2.1 Le nuove tariffe Usa contro la Cina
Prima di questo passo, gli Stati Uniti avevano già introdotto dazi su diversi prodotti cinesi (acciaio, componenti tecnologici, pannelli solari) per un valore di centinaia di miliardi di dollari. Ora, Trump ha deciso di estenderli a tutte le categorie di import provenienti dalla Cina, colpendo in particolare:
  • Macchinari e prodotti industriali,
  • Componenti elettrici ed elettronici,
  • Prodotti di consumo (abbigliamento, giochi, smartphone).


L’intenzione dichiarata è di “proteggere” l’industria americana, ridurre il deficit commerciale e costringere la Cina a negoziare un accordo più favorevole su tecnologia e proprietà intellettuale.

2.2 Una strategia “100% politica”
Dietro a questa mossa ci sono ragioni geopolitiche. Gli Stati Uniti possono, in un certo senso, “distruggere l’export” di un Paese rivale con un clic, alzando le tariffe e rendendo i prodotti stranieri troppo costosi per i consumatori americani. È un modo di fare pressione senza schierare eserciti, una guerra economica che punta a piegare la volontà di Pechino.


3. LA REAZIONE CINESE: TARIFFE SU PETROLIO, GAS E PRODOTTI AGRICOLI

3.1 Dazi del 10% su petrolio e prodotti agricoli americani
In risposta immediata, la Cina ha annunciato tariffe del 10% su petrolio, soia, grano e altre colture provenienti dagli Stati Uniti. Non è un caso: la cosiddetta “America profonda” dipende molto dalle esportazioni agricole verso la Cina, e il petrolio Usa (cresciuto moltissimo negli ultimi anni grazie allo shale oil) trova nel mercato cinese un importante acquirente. Colpire questi settori significa mettere pressione agli agricoltori e ai produttori di energia negli Stati Uniti, che hanno un notevole peso politico interno.

3.2 Tariffa del 15% su carbone e GNL
Non paga di ciò, Pechino ha imposto un +15% su carbone e gas naturale liquefatto (GNL) americani. Il settore energetico a stelle e strisce stava crescendo nell’export di GNL verso l’Asia, e la Cina rappresentava un mercato ghiotto. Togliere a Washington quello sbocco è un colpo durissimo, specialmente in un momento di incertezza globale sui prezzi dell’energia.

3.3 Lista di entità inaffidabili e nuove restrizioni
In parallelo, il governo cinese ha ripubblicato la cosiddetta “lista di entità inaffidabili”, introducendo restrizioni sugli investimenti americani e ostacoli per le imprese Usa in Cina. Non solo: ha avviato un’indagine antitrust contro Google e altre aziende digitali americane, con l’accusa di posizione dominante in alcuni segmenti del mercato interno cinese. È un segnale politico forte: “Se ci colpisci, colpiremo i tuoi colossi.”

3.4 Caso all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO)
La Cina ha portato formalmente la questione all’Organizzazione Mondiale del Commercio, lamentando violazioni delle regole commerciali internazionali. In passato, gli Stati Uniti hanno spesso criticato la WTO per la sua impotenza nel far rispettare le regole alla Cina stessa. Ora, la Cina sta usando la WTO come “tribunale”. Un gioco geopolitico di enorme portata.


4. LA CINA APRE UN’INDAGINE ANTITRUST SU GOOGLE: PERCHÉ È RILEVANTE

4.1 Colpire la big tech Usa per mandare un messaggio
Anche se Google non offre il suo motore di ricerca in Cina (censurato), la tecnologia di Google è ovunque: Android è il sistema operativo di quasi tutti gli smartphone cinesi. Google Play, le API di Google Maps, le librerie per sviluppatori Android, i servizi cloud… Una manovra antitrust potrebbe creare enormi disagi e spese alle aziende cinesi che collaborano con Google, spingendole verso alternative cinesi. In pratica, un “avvertimento” all’intero settore tech americano.

4.2 Il parallelo con i blocchi Usa su Huawei e ZTE
Gli Stati Uniti, dal canto loro, avevano a lungo colpito Huawei e ZTE, due giganti delle telecomunicazioni cinesi, con accuse di spionaggio e imposizione di licenze restrittive. Ora la Cina risponde con la stessa moneta, indicando che “se tu metti al bando le nostre imprese, noi faremo lo stesso con le tue.”

4.3 Il rischio di una “splinternet” tecnologica
Se questa tendenza continua, potremmo assistere a una sempre maggiore frammentazione di internet e dell’ecosistema software globale, con un blocco cinese (servizi e app locali) e un blocco occidentale (Google, Amazon, Microsoft). Le conseguenze sarebbero devastanti per l’innovazione e la cooperazione scientifica.


5. L’IMPATTO SUL MERCATO ENERGETICO: PETROLIO, CARBONE, GNL

5.1 L’America esportatrice di energia e la dipendenza asiatica
Negli ultimi anni, gli Stati Uniti sono diventati un esportatore netto di petrolio e gas, soprattutto verso l’Asia. La Cina era un cliente importante per il petrolio di scisto (shale oil) e per il GNL americano. Colpire con dazi e restrizioni su questi beni significa ridurre la competitività dell’export Usa e deviarlo verso altri mercati (ma non ci sono mercati altrettanto grandi come la Cina).

5.2 Effetti sui prezzi mondiali di petrolio e gas
Se la domanda cinese di greggio e GNL americani cala drasticamente, potrebbe deprimere i prezzi (in alcuni casi) o riallocare i flussi verso l’Europa, l’India o il Sud-Est asiatico. In un contesto di elevata volatilità globale, i trader di materie prime guardano con preoccupazione a possibili squilibri su costi e scorte.

5.3 Il carbone come ultima spiaggia
La tariffa cinese del 15% su carbone Usa colpisce un settore già in declino. Tuttavia, in alcune regioni americane (West Virginia, Kentucky) il carbone resta un’industria politica importante. Sfidarla con dazi significa far pressioni su elettori e lobby minerarie.


6. LE CONSEGUENZE GEOPOLITICHE: L’USO DEL COMMERCIO COME “ARMA”

6.1 Guerra commerciale o guerra economica?
L’economista e autore Marco Casario nel suo video sottolinea come gli Stati Uniti possono “distruggere” l’economia di un paese avversario senza far partire un solo soldato, semplicemente imponendo dazi e tariffe: “Trump non si limita a imporre tariffe, ma sta usando il commercio come un’arma geopolitica.”

6.2 La posizione di forza del dollaro
Gli Stati Uniti godono anche del privilegio del dollaro, moneta di riserva mondiale. Molti paesi emergenti si indebitano in dollari e acquistano beni denominati in dollari. Una volta che Washington decide di limitare i flussi finanziari o imporre sanzioni, l’economia del paese bersaglio subisce un contraccolpo molto violento.

6.3 La minaccia delle terre rare e dei minerali critici
D’altro canto, la Cina potrebbe rilanciare minacciando di bloccare o limitare l’export di terre rare e minerali strategici (anche tungsteno, antimonio, gallio) indispensabili per l’industria high-tech americana. È un braccio di ferro pericoloso, che potrebbe sfociare in una frammentazione delle catene di fornitura globali.



7. LE DEBOLEZZE DELLA CINA: CRISI IMMOBILIARE, CRISI BANCARIA E DEFLAZIONE

7.1 La crisi immobiliare e il piano di salvataggio dei governi locali
La Cina affronta una sovrapproduzione di appartamenti invenduti, con stime di 32 milioni di unità sul mercato e altre 49 milioni inattive. L’idea di far acquistare alle autorità locali questi immobili a “metà prezzo” per sostenerne i costi potrebbe essere un boomerang: le banche, che hanno concesso prestiti a sviluppatori immobiliari, si ritroverebbero svalutazioni di asset enormi.

7.2 La crisi bancaria: troppe perdite nascoste
Molti istituti finanziari cinesi hanno accumulato prestiti deteriorati legati al real estate. Se i prezzi degli appartamenti crollano del 50%, le garanzie dei prestiti si azzerano, costringendo le banche a coprire perdite gigantesche. La situazione ricorda in parte la crisi dei subprime Usa del 2008.

7.3 La deflazione strisciante
La Cina è in una fase di deflazione (cali di prezzi e di salari), come indicato dai dati del PMI manifatturiero sotto 50 e dai deflatori del PIL in calo da oltre un anno. In un contesto deflazionistico, le imprese riducono i prezzi per vendere, ma così facendo riducono i margini, licenziano personale e riducono gli investimenti. È una spirale pericolosa e difficile da invertire.



8. L’ECONOMIA CINESE: DAL BOOM POST PANDEMICO ALLA FRENATA

8.1 La grande illusione del rimbalzo
Dopo il 2022, con i lockdown durissimi, molti analisti si aspettavano un “rimbalzo” robusto nel 2023-24. In effetti, c’è stato un picco di attività a fine 2024, ma è risultato effimero. Già nel primo trimestre 2025 si vedono segni di rallentamento drastico, con consumi interni deboli e investimenti privati in calo.

8.2 Il crollo dei consumi e la mancata ripresa della domanda estera
Le famiglie cinesi mostrano un aumento del risparmio, spaventate dalla precarietà lavorativa e dalla caduta dei prezzi immobiliari. Intanto, le esportazioni verso gli Stati Uniti e l’Europa subiscono i dazi Usa e la stagnazione europea. Il classico “modello di crescita cinese” (export + real estate) sembra essersi inceppato.

8.3 La preoccupazione del governo Xi
Il presidente Xi Jinping ribadisce che la Cina “supererà le difficoltà”, ma la base su cui poggiava la crescita cinese (costruzioni, consumi, investimenti pubblici) non funziona più come un tempo. E le tensioni con gli Stati Uniti rischiano di peggiorare ulteriormente l’outlook macro.



9. IL RISCHIO CONTAGIO GLOBALE: DALLA CINA ALL’EUROPA, ALL’AMERICA LATINA

9.1 L’effetto su catene di approvvigionamento e mercati emergenti
Se la Cina rallenta, molti paesi esportatori di materie prime (America Latina, Africa) vedono crollare la domanda e i prezzi. I flussi di capitali che andavano in Cina potrebbero spostarsi, ma la grande incognita è la sicurezza dei titoli di Stato, soprattutto nei mercati emergenti.

9.2 L’Europa in mezzo al guado
L’Unione Europea si trova in difficoltà: da un lato subisce la pressione statunitense per comprare gas liquefatto Usa, dall’altro è abituata a esportare macchinari in Cina. Con un’eventuale crisi più profonda dell’economia cinese, molte aziende tedesche, italiane, francesi potrebbero subire contraccolpi.

9.3 Rischio deflazione globale?
Alcuni economisti temono che la deflazione cinese si propaghi sotto forma di crollo dei prezzi delle materie prime, e che i flussi commerciali ridotti intensifichino la competizione globale a ribasso dei prezzi. Ciò, unito ai tassi ancora alti in Occidente, potrebbe portare a una recessione sincronizzata.



10. L’EUROPA E I TIMORI DI UN’ULTERIORE ESCALATION

10.1 Trump e la minaccia di dazi sull’Europa
Nel discorso, si accenna al fatto che l’Europa sia “in mezzo”, poiché Trump ha già usato la “leva dei dazi” con Canada e Messico. È plausibile che in futuro decida di imporre tariffe su automobili, acciaio e altri beni europei, se l’UE non aumenterà le importazioni di energia Usa (o non spenderà di più in difesa).

10.2 Germania e Italia: i più vulnerabili
Con la Germania in recessione tecnica, e l’Italia stagnante, i dazi Usa colpirebbero due paesi già indeboliti. Le esportazioni europee in America rallenterebbero, e l’euro si indebolirebbe ulteriormente, rendendo le aziende del Vecchio Continente preda di acquisizioni a basso costo da parte di multinazionali statunitensi.

10.3 La mancanza di una politica estera e commerciale comune
L’UE si trova in difficoltà senza un “fronte unito” nelle negoziazioni con Washington. Se ogni Stato membro prova a fare accordi bilaterali, la posizione complessiva ne risulterà indebolita.



11. POSSIBILI CONTROMISURE E PROSPETTIVE FUTURE

11.1 La strada della trattativa e i margini di compromesso
Alcuni analisti sostengono che ci sia una finestra di tempo prima che le nuove tariffe cinesi entrino in vigore (10 febbraio), durante la quale Trump e Xi Jinping potrebbero incontrarsi per cercare un accordo. Potrebbe trattarsi di un compromesso che limiti i dazi, scambiando concessioni su tecnologia e proprietà intellettuale.

11.2 Rischio di un blocco dei rifornimenti di terre rare
Se i negoziati fallissero, la Cina potrebbe intensificare le misure, vietando o contingentando l’export di terre rare, gallio, germanio e altri materiali indispensabili all’industria hi-tech Usa. Sarebbe un colpo durissimo per i produttori di semiconduttori e apparecchiature elettroniche occidentali.

11.3 Un rimescolamento degli alleati e la “Nuova Guerra Fredda”
Dazi, sanzioni, controlli sugli investimenti: lo scenario ricorda sempre di più una Guerra Fredda economica, con blocchi contrapposti e paesi neutrali che cercano un equilibrio. Potremmo vedere un intensificarsi delle alleanze commerciali tra Cina e Russia, oppure tra Usa e paesi asiatici come India e Vietnam, per sostituire la produzione cinese.



12. CONCLUSIONI: UN EQUILIBRIO (PRECARIAMENTE) IN BILICO

La nuova fiammata di tensioni tra Stati Uniti e Cina, con l’imposizione di dazi generalizzati da parte di Trump e la reazione rapidissima di Pechino (tariffe su petrolio, gas, prodotti agricoli, indagine antitrust su Google), segna un punto di non ritorno in questa guerra commerciale.

Un conflitto che non è solo sul piano economico, ma geopolitico, con implicazioni sul sistema bancario cinese – già schiacciato dalla crisi immobiliare e dalla deflazione – e su una potenziale recessione globale. Pechino reagisce con vigore, mostrando che non ha intenzione di farsi schiacciare. Eppure, la fragilità interna cinese è sempre più evidente: crisi del mercato immobiliare, banche in difficoltà, PMI in calo, consumi domestici fiacchi e una pericolosa spirale deflattiva.

Se questa escalation continua, la guerra dei dazi potrebbe trasformarsi in una “guerra finanziaria” più ampia, con gli Usa pronti a limitare ulteriormente l’accesso ai capitali in dollari, e la Cina decisa a colpire i giganti tecnologici americani o a bloccare i minerali critici. Il mondo intero verrebbe trascinato in una tempesta economica difficile da gestire.

L’Europa, dal canto suo, rischia di subire senza avere molta voce in capitolo, e i mercati emergenti temono l’effetto boomerang di una Cina più isolata. Le prossime settimane – e i prossimi incontri diplomatici – saranno cruciali: ci potrebbe essere una nuova intesa che riduca i dazi, oppure uno scivolamento verso una crisi ancor più profonda, con la chiusura dei mercati e una deflazione globale.

"Gli Stati Uniti non hanno bisogno di bombe per mettere in ginocchio un paese, e la Cina lo sa bene.” Ma anche gli Usa devono stare attenti a non danneggiare se stessi, perché in un’economia globalizzata nessuno è al sicuro dalle ripercussioni di uno scontro commerciale di tale portata.

In sintesi, siamo di fronte a uno scontro che minaccia di ridefinire la geografia economica globale: i dazi su scala totale e le ritorsioni cinesi potrebbero spaccare catene di fornitura, creare inflazione in alcuni settori e deflazione in altri, far crollare borse e spingere i governi a scelte estreme. Tutto ciò mentre la Cina deve già fronteggiare una crisi interna che potrebbe diventare la peggiore degli ultimi trent’anni. Un equilibrio precario, insomma, che tutti sperano non degeneri.
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