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La nuova narrativa dei mercati: dall’inflazione alla crescita economica

07 marzo 2025 12 min di lettura 233 visualizzazioni
Dazi, tassi e crescita: i mercati al bivio
I mercati finanziari attraversano fasi in cui la “narrativa” dominante cambia. Per mesi, se non anni, i riflettori sono stati puntati sull’inflazione: banche centrali che alzavano i tassi, analisti concentrati sull’andamento dei prezzi di beni e servizi, investitori timorosi di una spirale inflazionistica. Oggi, però, il clima sembra mutare. I mercati – e in particolare quelli statunitensi – paiono aver spostato l’attenzione: non è più (o non è più soltanto) l’inflazione al centro delle preoccupazioni, ma la crescita economica.

Se a darcene un segnale sono i rendimenti obbligazionari, nonché i dati che emergono dal mercato del lavoro, è evidente che l’attenzione degli investitori si stia rivolgendo all’ipotesi di una recessione o di un sensibile rallentamento. In questo lungo approfondimento, scritto in stile discorsivo, cercheremo di:


  • Esaminare i fattori che hanno portato a questo cambio di narrativa, con particolare attenzione agli Stati Uniti.
  • Osservare i dati macroeconomici recenti – come i Non-Farm Payroll e l’ADP report – che suggeriscono un deterioramento del mercato del lavoro.
  • Analizzare il ruolo del protezionismo e dei dazi annunciati da Donald Trump.
  • Dare uno sguardo al contesto europeo, dove la situazione è parzialmente diversa.
  • Approfondire come gli investitori possono posizionarsi tra valute, obbligazioni e mercati azionari, tenendo d’occhio i segnali di “risk off”.


Lo scopo finale di questa analisi è mostrare come i mercati abbiano cambiato “umore” e narrativa: dall’ossessione per l’inflazione, si è passati alla paura di una frenata della crescita, magari in combinazione con una politica protezionistica potenzialmente dannosa.




1. Perché l’inflazione non è più la prima preoccupazione

1.1 La normalizzazione (parziale) dei prezzi
L’inflazione resta su livelli superiori a quelli che le banche centrali considerano desiderabili (intorno al 2%), ma rispetto ai picchi del 2022 (spinti da crisi energetiche e post-pandemiche), la dinamica dei prezzi si è moderata:

  • Negli Stati Uniti, l’ultima rilevazione del CPI (Consumer Price Index) ha mostrato un rallentamento rispetto ai massimi.
  • In Europa, pur restando sopra il target BCE, l’inflazione non appare più galoppante come a metà 2022.

Sebbene le banche centrali rimangano prudenti, appare chiaro che non ci si aspetta più un continuo rialzo dei tassi, come avveniva nelle previsioni dell’anno precedente.

1.2 La Fed e le prospettive dei tassi
La Federal Reserve statunitense, dopo aver avviato una serie di rialzi storici dei tassi, segnala – dalle parole di alcuni suoi membri – la volontà di prendersi una pausa o quantomeno di valutare se siano necessari ulteriori rialzi. Se un tempo l’inflazione era il “nemico numero uno”, ora i mercati temono che un inasprimento eccessivo delle condizioni monetarie possa soffocare la crescita e alimentare una recessione.

1.3 La view dei mercati: rendimenti obbligazionari in calo
Un indicatore chiave è il rendimento dei Treasury (i titoli di Stato americani). Se i rendimenti a lungo termine iniziano a scendere, significa che gli investitori prevedono tassi più bassi in futuro e/o un rallentamento economico che spinga la Fed a interrompere la stretta monetaria. Negli ultimi mesi, abbiamo visto fluttuazioni significative, ma la direzione prevalente suggerisce che il mercato non si aspetta più un’inflazione fuori controllo, bensì una crescita che vacilla e potrebbe presto necessitare di politiche più accomodanti.




2. I nuovi timori: la crescita economica rallenta

2.1 Dati macro contraddittori
È vero che alcuni dati macroeconomici, soprattutto negli Stati Uniti, appaiono contrastanti:

  • L’ISM (Institute for Supply Management) manifatturiero segnala debolezza, mentre l’ISM servizi rimane in territorio espansivo.
  • La disoccupazione resta relativamente bassa, ma diverse metriche (come ADP report e jobless claims) suggeriscono un peggioramento.

Il mercato, per natura, tende a guardare avanti di 6-9 mesi. E se ci sono segnali di un rallentamento diffuso, innescati magari dalle turbolenze commerciali, i trader e gli investitori iniziano a vendere azioni e a rifugiarsi in obbligazioni.

2.2 L’ADP report e le jobless claims
L’ADP National Employment Report, considerato un anticipo rispetto ai Non-Farm Payroll (NFP), ha mostrato un valore di sole 77 mila unità in più. Un dato inferiore alle attese (circa 140 mila). Inoltre, le richieste di sussidio di disoccupazione (jobless claims) hanno raggiunto un livello che, esclusa la fase pandemica, non si vedeva dal 2020. Il settore pubblico è quello che ha sofferto di più, e l’aumento delle jobless claims federali è stato del 166%.

Che significa? Il mercato del lavoro, che in passato era stato un punto di forza degli USA, inizia a mostrare cedimenti. Se meno persone lavorano o se il mercato è meno solido, il reddito complessivo si riduce e i consumi (70% del Pil americano) possono contrarsi. Il segnale di un “mercato del lavoro in frenata” è uno dei sintomi più chiari di rallentamento economico.

2.3 GDP Now e il rischio recessione
La Federal Reserve di Atlanta pubblica un modello chiamato GDP Now, che stima in tempo quasi reale la crescita del Pil statunitense. Nelle ultime settimane, questa stima si è abbassata costantemente, raggiungendo anche valori sotto lo zero in alcuni momenti. Sebbene le previsioni possano essere riviste, l’andamento rivela che l’economia americana potrebbe non crescere o crescere ben al di sotto delle attese, alimentando i timori di una recessione.




3. La politica di Trump e l’effetto dei dazi

3.1 Da protezione a zavorra?
Donald Trump, tornato alla ribalta con un nuovo mandato, ha subito ripreso in mano il tema dei dazi commerciali. L’idea di base, secondo la sua retorica, è proteggere l’industria americana, ridurre le importazioni, e rilanciare la produzione interna. Ma i mercati – e una buona parte degli analisti – sembrano aver capito che non si tratta di una medicina miracolosa. Al contrario, i dazi rischiano di:

  • Rendere più costosi i componenti importati, danneggiando la competitività di molte aziende USA.
  • Scatenare ritorsioni da parte di Cina e UE, ostacolando l’export americano.
  • Ridurre la crescita mondiale, perché meno scambi commerciali significano minore efficienza e più barriere.


3.2 Cambio di narrativa: i mercati reagiscono male
Al di là delle dichiarazioni di Trump, gli investitori studiano i flussi commerciali reali. E hanno notato che la retorica “America First” potrebbe danneggiare la supply chain di molte multinazionali e PMI. Le tariffe doganali, se applicate in modo esteso, creeranno tensioni con Canada, Messico e forse anche Europa. Invece di spingere la produzione interna, i dazi potrebbero frenare la domanda (internazionale e domestica) e peggiorare la crescita. Ecco spiegato perché le Borse americane hanno virato al ribasso, e i rendimenti dei Treasury stanno indicando una prospettiva di rallentamento.

3.3 Il parallelo con la “growth scare” del 2018-2019
Non è la prima volta che l’economia Usa vive un “cambio di narrativa” di questo tipo. Già nel biennio 2018-2019, con i primi dazi di Trump, i mercati vissero fasi di alta volatilità. Anche in quel caso, la Fed iniziò a fare retromarcia sull’aumento dei tassi, preoccupata da un possibile rallentamento globale. Oggi ci troviamo in uno scenario simile, ma aggravato da fattori nuovi (post-covid, inflazione residua, crisi energetiche, tensioni geopolitiche).




4. Uno sguardo all’Europa: dinamiche differenti

4.1 L’Europa e i piani di spesa da 800 miliardi
Sul fronte europeo, la Banca Centrale Europea ha recentemente tagliato i tassi di 25 punti base, portando il tasso sui depositi dal 2,75% al 2,5%. Il motivo? Una crescita che rimane anemica e un’inflazione che, seppur sopra il target, non appare più fuori controllo.

Contemporaneamente, Ursula von der Leyen ha annunciato un piano da 800 miliardi per la difesa e l’industria europea, e la Germania sta varando un pacchetto da 500 miliardi per infrastrutture e difesa. Queste spese potrebbero rilanciare la domanda interna e far crescere il Pil europeo oltre le stime attuali, ma i mercati temono anche un ritorno dell’inflazione o un aumento del debito pubblico in molti Paesi.

4.2 Rendimenti obbligazionari: segnali di tensione
I rendimenti dei titoli di Stato italiani, ad esempio, sono schizzati verso il 3,9-4%, segnando un aumento che riflette sia la paura di un maggior debito (a causa di piani di spesa) sia di una possibile crisi della crescita. La BCE, tuttavia, potrebbe adottare una linea meno restrittiva, date le minacce che si profilano. Draghi non è più alla BCE, ma l’Europa sembra voler proseguire su una politica monetaria “accomodante e non troppo da falco” se la crescita dovesse rallentare.

4.3 Il contesto “risk on” in Europa
Stranamente, mentre negli USA i mercati hanno virato su un tono risk off, l’Europa ha vissuto un rally di Borsa, con indici come DAX (Germania) e CAC 40 (Francia) a livelli elevati, vicini ai massimi storici. Alcune ragioni possibili:

  • La percezione che la BCE abbia meno spazio per rialzare i tassi, spingendo capitali verso l’equity.
  • Il piano di spesa da 800 miliardi annunciato a Bruxelles e i progetti nazionali come quello tedesco.
  • Il rimbalzo post-crisi energetica: molti settori europei, dopo i crolli del 2022, si stanno riprendendo.

Come evolverà la situazione? È difficile dirlo, ma un eventuale rallentamento della domanda americana potrebbe colpire anche l’export europeo, e quindi gli investitori potrebbero diventare più cauti.




5. Mercati e opportunità: dove guardare

5.1 L’azionario USA in difficoltà
Gli ultimi dati mostrano un S&P 500 che ha rotto alcuni livelli di supporto e il Nasdaq che ha ceduto la media mobile a 200 periodi. Il Russell 2000 (l’indice delle small-cap domestiche USA) è quello che soffre di più: un calo vicino al 10% dai massimi. La debolezza delle piccole aziende riflette il timore che la crescita interna rallenti.

“Se la crescita diventa il problema principale, i mercati vendono i segmenti più vulnerabili, come le small-cap.”


5.2 L’Europa: trend rialzista da monitorare
Il DAX tedesco e il CAC francese hanno segnato nuovi massimi, con una forza inattesa. Tanti investitori vedono nella minore dipendenza dall’inflazione (e in politiche monetarie meno aggressive) un vantaggio per l’azionario europeo. Resta però l’incognita della domanda globale e del mercato USA. Se l’economia americana frena, pure l’export tedesco ne risentirebbe.

5.3 Forex: il dollaro debole e l’euro in recupero
Sul mercato valutario, la forza del dollaro, tipica di alcuni mesi fa, sembra essersi affievolita. L’euro, la sterlina, e persino valute considerate “rischiose” come l’australiano, hanno guadagnato terreno. Finché prevale l’idea che la Fed possa rallentare o interrompere i rialzi, il dollaro non ritroverà la spinta.

Eppure, gli operatori si chiedono: se l’economia mondiale rallenta di colpo, il dollaro tornerebbe a essere un bene rifugio? È un elemento da non sottovalutare, perché la divergenza di politica monetaria tra USA e UE potrebbe cambiare con nuovi dati sulla crescita.




6. Il segnale del VIX e i timori di breve

Il VIX, l’indice di volatilità dell’S&P 500, è tornato a salire, toccando livelli intorno a 24-25. Più interessante però è il rapporto tra il VIX a 1 mese e il VIX a 3 mesi: quando il primo supera il secondo, il mercato è in backwardation, e ciò segnala tensioni immediate più forti rispetto a quelle percepite per il futuro.

6.1 Periodi storici di backwardation
Ogni volta che il VIX ratio > 1, c’è stato uno stress di mercato: la pandemia nel 2020, alcuni momenti nel 2018-2019 legati alle guerre commerciali, e situazioni più transitorie. In genere, la backwardation non dura troppo, ma indica sell off e paura di breve termine. Se questa situazione persiste, potrebbe preludere a ulteriori ribassi.

6.2 Rischio di cambio di trend?
In alcuni casi, la backwardation ha anticipato un rimbalzo, perché quando la paura raggiunge livelli alti, parte un recupero (i mercati non scendono all’infinito). In altri contesti, come nel 2020, è stato il preludio a un crollo più marcato. Stavolta, con la narrativa che si sposta sulla crescita, potremmo vedere un prolungarsi dell’incertezza fino a quando non sarà chiaro se la recessione si materializzerà oppure no.




7. Il Non-Farm Payroll e l’importanza del mercato del lavoro

Il dato Non-Farm Payroll (NFP) pubblicato mensilmente dal Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti è un market mover di primaria importanza. Indica la variazione nel numero di lavoratori impiegati (escludendo il settore agricolo) e fornisce un quadro dell’andamento occupazionale. Un risultato inferiore alle stime indica un mercato del lavoro meno robusto, e ciò può alimentare i timori di una frenata economica.

7.1 ADP vs NFP: uno sguardo incrociato
In genere, l’ADP report (privato) e le Jobless Claims anticipano il trend, ma non sempre coincidono col NFP. Tuttavia, se tutti e tre i dati concordano nel mostrare un rallentamento, i mercati reagiscono con vendite di asset rischiosi e acquisti di obbligazioni. Questo scenario spiegherebbe perché, di recente, gli indici azionari americani abbiano evidenziato debolezza e i Treasury rendano meno.

7.2 Possibili reazioni immediate

  • Se i NFP dovessero sorprendere al ribasso (molti meno posti di lavoro del previsto), la Fed potrebbe sentirsi spinta a non alzare più i tassi, o addirittura a tagliarli in futuro. Le Borse potrebbero anche rimbalzare dopo una prima reazione nervosa.
  • Se, al contrario, i NFP fossero migliori del previsto, i mercati potrebbero penalizzare le small-cap e i titoli growth, temendo un nuovo inasprimento monetario per raffreddare un mercato del lavoro ancora forte.





8. Conclusioni: la narrativa sul rallentamento e i prossimi scenari

La storia dei mercati si nutre di “narrative” che cambiano periodicamente. Dopo aver speso mesi a inseguire ogni singolo decimale dell’inflazione, gli operatori si sono resi conto che il vero pericolo potrebbe essere la mancanza di crescita, soprattutto in un contesto di tensioni commerciali e protezionismo.


  • Nei prossimi mesi, l’attenzione sarà rivolta ai dati su PIL, occupazione, ordini industriali, e ai segnali di una possibile recessione. L’inflazione resterà un tema, ma potrebbe passare in secondo piano se la crescita vacilla.
  • La Fed e le altre banche centrali potrebbero adottare un approccio più attendista sui tassi, per non aggravare una situazione già delicata.
  • La politica di Trump con i dazi rischia di frenare il commercio internazionale, annullando i benefici di un dollaro più debole. La House e il Senato americani potrebbero ostacolare alcune misure, ma l’incertezza rimane.


Potrebbe quindi iniziare una fase di “risk off”, con volumi ridotti e volatilità più alta. Gli investitori monitoreranno da vicino i rendimenti obbligazionari, il VIX, la curva dei tassi e i dati macro. L’Europa, intanto, continua la sua corsa (DAX, CAC 40 sui massimi), ma deve guardarsi dal calo della domanda globale.


“La crescita è diventata la vera protagonista: non è più l’inflazione il grande spauracchio, ma una possibile recessione.”


Che si assista a un rallentamento “ordinato” o a una frenata brusca, i prossimi trimestri saranno cruciali per definire la direzione dei mercati. Chi investe dovrà maneggiare con cura i propri posizionamenti, soppesando la ripartenza dell’Europa contro il possibile stallo americano, e tenendo d’occhio i possibili fuochi di paglia sull’inflazione in caso di nuove tensioni o shock.
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