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La telefonata (attesa) tra Trump e Putin, l’Europa spaccata e il dilemma dell’invio di armi

18 marzo 2025 18 min di lettura 282 visualizzazioni
Europa
Il panorama politico internazionale, scosso dall’ennesima fiammata di tensioni legate al conflitto in Ucraina e alle sue propaggini geopolitiche, continua a oscillare tra segnali di distensione e derive di riarmo. Da un lato, l’attesissima telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin – ipotizzata come un potenziale spiraglio per un cessate il fuoco, o quantomeno per un passaggio diplomatico importante – ha catalizzato l’attenzione mediatica mondiale. Dall’altro, nell’Unione Europea si assiste a uno scontro interno che pare infrangere ogni intento d’unità, con alcuni Stati (in particolare i Paesi baltici e parte dell’Est Europa) fortemente impegnati nel rilancio della via militare, mentre altri Paesi – soprattutto Ungheria, Slovacchia e alcuni settori della politica italiana e francese – mostrano crescente reticenza a firmare impegni massicci di sostegno bellico a Kiev.

Nelle ultime settimane si sono rincorse voci, dettagli, attese e retroscena che hanno agitato i governi e l’opinione pubblica. La “chiamata” tra Putin e Trump doveva esserci in una data simbolica, e le indiscrezioni dicono che il colloquio telefonico, almeno inizialmente, potrebbe concentrarsi sulla possibilità di un accordo immediato per porre fine alle ostilità, e su una potenziale roadmap di negoziati. Eppure, mentre questi segnali di (possibile) disgelo internazionale aprono un qualche spiraglio di diplomazia, un altro fronte – quello europeo – è attraversato da iniziative mirate non a frenare l’escalation, ma a potenziare gli arsenali e a inviare sempre maggiori risorse militari all’Ucraina. La proposta avanzata da alcuni Paesi dell’Est, guidati dall’Estonia di Kaja Kallas, prevede l’impegno di oltre 20-40 miliardi aggiuntivi in forniture di armi e sostegni finanziari immediati alle forze ucraine, ricalcando l’impostazione intransigente e bellicosa che contraddistingue soprattutto Polonia e Paesi baltici.

Questo duplice andamento – da una parte la prospettiva di un canale diretto USA-Russia, con la mediazione di Trump e l’interlocuzione (seppur criticata) con Putin, dall’altra l’Unione Europea spaccata sulla linea dell’invio di armi e del riarmo interno – svela numerose contraddizioni e apre interrogativi sulle prossime tappe di questa vicenda che si trascina, di crisi in crisi, da oltre tre anni. Se la diplomazia prendesse il sopravvento, rischierebbe di scontrarsi con i piani di chi (nell’Est Europa) considera la Russia un nemico esistenziale, rifiutando qualunque compromesso. Al contrario, se prevalesse la linea dura del riarmo, potrebbe emergere un muro contro muro che spingerebbe Mosca a chiudere definitivamente la porta a concessioni e a proposte di cessate il fuoco. In mezzo, l’Italia (come altri Paesi meridionali dell’Europa) si ritrova a esitare, pressata dalle richieste di contributi economici e di armamenti, eppure desiderosa di tenere un canale aperto con la “nuova” America di Trump.

In questo articolo, esploreremo tutti questi nodi, cercando di dare un quadro esaustivo del dibattito interno all’UE, delle posizioni del governo italiano, del ruolo che Trump e Putin stanno assumendo, delle prospettive di pace e degli scenari di lungo periodo, compresi i progetti di un maxi-riarmo europeo da centinaia di miliardi e gli impatti potenziali su chi, in futuro, dovrà confrontarsi con le eventuali conseguenze di queste scelte.

Le speranze riposte nella telefonata tra Trump e Putin: un nuovo sentiero diplomatico? Al centro dell’attenzione sta la (futura o imminente) chiamata tra Donald Trump e Vladimir Putin. Ci si aspetta che questa conversazione possa spostare gli equilibri diplomatici più di quanto abbia fatto l’Europa in questi mesi. L’ex presidente statunitense – già impegnato in campagna elettorale negli Stati Uniti, ma ancora dotato di un enorme peso mediatico – è noto per le sue mosse spiazzanti e per l’atteggiamento spesso spregiudicato che assume sulle questioni internazionali. Altrettanto noto è il suo rapporto peculiare con il leader del Cremlino.

È indubbio che qualsiasi passo verso un negoziato, fosse anche una semplice telefonata esplorativa, costituirebbe una novità importante in un contesto rimasto per lungo tempo incancrenito sulla retorica militare. Proprio perché Trump e Putin si collocano “fuori” dallo schema classico di diplomazia su cui l’Europa ha cercato – senza troppo successo – di costruire un fronte anti-russo, il loro eventuale accordo potrebbe prendere forma in maniera parallela, quasi all’oscuro delle cancellerie europee. Molti analisti sottolineano come, negli ultimi anni, l’UE non sia riuscita a emergere come protagonista credibile per favorire una soluzione pacifica. Al contrario, ha fatto ricorso a massicce sanzioni economiche e all’invio di armi all’Ucraina, mantenendo altissima la tensione ai confini orientali del continente.

Proprio questa possibilità di un’intesa diretta tra Mosca e Washington (anche se guidata da un Trump che non è attualmente in carica) allarma i Paesi dell’Est, i quali temono di rimanere tagliati fuori da qualunque negoziato. Temono, inoltre, che qualsiasi compromesso con la Russia possa “legittimare” i successi militari ottenuti da Mosca, concedendo a Putin di mantenere i territori conquistati. Eppure, se l’attuale corso degli eventi in Ucraina – con continue perdite sul campo da parte delle forze ucraine e un logoramento generale – dovesse peggiorare, per Kiev potrebbe diventare vitale agganciare un negoziato di qualche tipo, anziché subire una lenta sconfitta. Da qui, l’interesse di Zelenski stesso nel guardare con un certo favore (o almeno rassegnazione) all’eventualità di un canale aperto tra Trump e Putin.

La proposta “militarista” di Kaja Kallas: 40 miliardi in più all’Ucraina Mentre Trump e Putin sembrano voler parlare di “pace” (o almeno di un armistizio), l’Unione Europea affronta un’altra spaccatura interna. Kaja Kallas, Primo Ministro dell’Estonia, è diventata il simbolo della linea più dura e intransigente nei confronti della Russia. Da mesi, l’Estonia (insieme alla Polonia, alle repubbliche baltiche e in parte alla Finlandia) spinge affinché l’UE incrementi drasticamente l’invio di armamenti a Kiev. La cifra che circola è di 20-40 miliardi di euro “subito”, da destinare alla difesa e agli acquisti di nuove armi, con la prospettiva di colmare il gap militare dell’Ucraina e di creare un vero e proprio scudo contro la Russia.

Le ragioni storiche di questa posizione, per i Paesi dell’Est, risiedono nella loro vicinanza geografica e nella memore paura dell’epoca sovietica: l’invasione russa è percepita come una minaccia concreta e immediata. Molti cittadini di queste nazioni ricordano ancora le repressioni del passato, e la classe politica alimenta il timore che, se l’Ucraina cadesse del tutto sotto il tallone russo, la prossima a subire un’invasione potrebbe essere la Polonia, la Lituania o l’Estonia stessa. Pertanto, l’invio di armi a Kiev viene visto come un investimento nella sicurezza nazionale di tutta la regione.

Il problema, però, è che una simile spesa – 20, 30 o 40 miliardi di euro aggiuntivi – si sommerebbe ai tanti miliardi già erogati dai Paesi europei in questi ultimi anni di conflitto. E comporterebbe, inoltre, l’obbligo per Francia, Italia, Spagna e Germania di partecipare in modo proporzionale al proprio PIL. Una parte di Europa (Italia compresa) sta iniziando a mostrare evidenti perplessità: sia perché i bilanci pubblici si trovano in enorme difficoltà (crisi post-pandemia, inflazione, aumento dei tassi di interesse sul debito, etc.), sia perché un ulteriore coinvolgimento bellico rischia di pregiudicare eventuali canali diplomatici che si stanno aprendo.

Gli analisti più critici evidenziano un altro aspetto: la “dottrina Kallas” e, in generale, la linea bellicista dell’Europa orientale si è rivelata controproducente sul campo di battaglia. Le forniture di armi all’Ucraina non sono bastate a impedire la perdita di vasti territori e, anzi, hanno causato un inasprimento della risposta russa. L’esempio disastroso dell’operazione militare di Kursk – finita con pesanti perdite per le forze ucraine – dimostra che la strategia di un continuo invio di mezzi e uomini, senza una chiara visione, può condurre a un massacro in termini di vite umane. Nonostante questo, la Kallas insiste sulla necessità di rilanciare la sfida militare contro Mosca, interpretando ogni apertura diplomatica come un “cedimento” o una vittoria morale di Putin.

L’Europa si spacca: la reticenza di Francia, Italia, Spagna e Germania Le discrepanze all’interno dell’UE, su questa nuova richiesta di 40 miliardi, sono ormai palesi. La parte occidentale (Italia, Francia, Spagna, in parte anche la Germania) è divisa al suo interno, ma tende a evitare l’accelerazione verso un’escalation militare. Non è un mistero che Emmanuel Macron abbia tentato, più di una volta, di smarcarsi dalla linea durissima dei baltici, cercando canali paralleli di dialogo (anche se poi lo stesso Macron ha parlato di ombrello nucleare europeo e di misure di deterrenza che suonano come un ulteriore elemento di tensione).

La Germania, da parte sua, nonostante l’annuncio di importanti progetti di riarmo (con una conversione di alcune linee produttive automobilistiche in direzione di fornitura militare), non sembra entusiasta di impegnarsi in un ennesimo pacchetto di miliardi da destinare all’Ucraina. Berlino ha già fatto passi indietro, riducendo in precedenza i finanziamenti militari diretti (passati da 8 a 4 miliardi) e mostrandosi riluttante a inseguire la “corsa all’armamento” imposta dai Paesi dell’Est. La proposta Kallas, quindi, incontra resistenze forti: la Germania non vuole diventare il bancomat bellico dell’Ucraina, specie in una fase di recessione tecnica che la vede in difficoltà industriale ed energetica. E l’Italia, a sua volta, sarebbe chiamata a un contributo di 3-4 miliardi subito, difficile da sostenere per un Paese alle prese con il debito pubblico astronomico e con il rischio di dover tagliare servizi fondamentali.

Il maxi piano di riarmo dell’Europa: 800 miliardi in arrivo? Oltre ai 40 miliardi destinati all’Ucraina, a Bruxelles si discute di un piano di riarmo continentale dai costi senza precedenti, fino a 800 miliardi di euro spalmati in più anni. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, insiste sul fatto che l’UE debba dotarsi di maggiori capacità di difesa per “far fronte a possibili minacce future” e per “non dipendere” esclusivamente dalla NATO. Un riarmo che, nelle intenzioni, dovrebbe servire a scoraggiare attacchi esterni, in particolare dalla Russia, e a rendere l’Europa un attore più autonomo sul palcoscenico internazionale.

Eppure, non tutti in Europa concordano su questa visione. C’è chi teme che l’aumento massiccio delle spese militari finisca per togliere risorse a settori chiave come sanità, istruzione e investimenti verdi, compromettendo la ripresa economica del continente. Altri sottolineano il rischio di innescare una corsa agli armamenti a livello globale: se l’UE dichiara di voler investire centinaia di miliardi nella difesa, la Russia – e magari la Cina – potrebbero sentirsi spinte a fare altrettanto, e l’escalation di tensione potrebbe diventare permanente.

In Italia, il dibattito politico su quest’argomento è particolarmente aspro. La coalizione di governo – formata da Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega – non esprime una voce monolitica. Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, dopo aver sposato la linea atlantista e filo-ucraina, continua ad appoggiare la retorica della “deterrenza” e del “contrasto al nemico russo”. La Lega, storicamente più scettica verso le sanzioni e gli invii di armi, non può però spingersi fino a mettere in crisi la coalizione, e si trova così incastrata in un sostegno al governo che sa di contraddizione rispetto alle posizioni di partito. Questo produce un certo malcontento nel proprio elettorato, che in parte guarda con simpatia a Trump e si aspetterebbe un atteggiamento più cauto sugli aiuti militari a Kiev. Forza Italia, orfana di Silvio Berlusconi, si barcamena in un’oscillazione costante tra l’atlantismo e una storica amicizia con Mosca, senza riuscire a trovare una sintesi.

Le voci contrarie: Ungheria, Slovacchia e le minoranze italiane In questo clima di tensioni, non manca chi si oppone con fermezza al proseguimento di qualsiasi sostegno militare all’Ucraina. L’Ungheria di Viktor Orbán, la Slovacchia e, parzialmente, la Repubblica Ceca mostrano grande scetticismo sul fatto che la linea dura possa aiutare a risolvere il conflitto, temendo piuttosto che l’Europa stia pagando un prezzo economico altissimo (sanzioni contro la Russia, tagli nelle forniture energetiche, inflazione su carburanti e materie prime) senza ottenere alcuna garanzia di successo sul campo.

In Italia, un’opposizione politica concreta a questi impegni militari si trova solo nel Movimento 5 Stelle e, in maniera ancor più marcata, nei partiti della sinistra radicale (AVS). Entrambi chiedono un immediato cambio di rotta, con la sospensione dell’invio di nuove armi e una ricerca diplomatica di intesa con Mosca, anche attraverso la revoca progressiva di alcune sanzioni. Suggeriscono, inoltre, di riaprire i canali commerciali con la Russia – in particolare per quanto riguarda l’energia – al fine di calmierare i prezzi e aiutare i cittadini europei provati dalla crisi economica. È, tuttavia, una posizione minoritaria: la maggior parte dell’establishment italiano è ancorata al vincolo atlantico e all’idea che “continuare a sostenere l’Ucraina” equivalga a difendere la libertà e i principi democratici.

E se scoppiasse un nuovo conflitto? Le preoccupazioni sul futuro Uno dei timori più ricorrenti, e forse meno discusso apertamente, è che la crescita esponenziale delle spese militari in Europa finisca per generare una bomba a orologeria geopolitica. Se l’Unione Europea costruisce grandi arsenali per “deterrenza”, la Russia e altri attori esterni si sentiranno minacciati, accelerando a loro volta nella corsa agli armamenti. Basterebbe un innesco locale (un incidente di frontiera, un fraintendimento militare, un cambio radicale di governi) per trascinare il continente in un conflitto diretto.

Le forze politiche e gli intellettuali che spingono per il riarmo si giustificano con la retorica del “prepararci alla difesa”, ma storicamente, quando due blocchi si armano fino ai denti, la probabilità di un confronto armato vero e proprio tende a salire, non a calare. In più, se l’Europa sostiene ad oltranza la guerra in Ucraina, rischia di contribuire a un’escalation senza fine: Kiev continua a chiedere armi e a lanciare offensive a costo di perdite devastanti, la Russia risponde intensificando gli attacchi e consolidando le posizioni acquisite, e l’Europa si ritrova a dover insistere su nuovi pacchetti di sostegno, alimentando un vortice di violenza e di costi umani ed economici impressionanti.

In uno scenario di lungo periodo, molti si chiedono come reagirebbe la popolazione europea se, oltre alle difficoltà finanziarie (tagli al welfare, aumento delle tasse), ci si trovasse davanti alla prospettiva di un coinvolgimento bellico più diretto. Fino a oggi, l’invio di armi è avvenuto senza un dibattito parlamentare troppo approfondito, e con un’opinione pubblica spesso poco informata. Ma qualora la tensione evolvesse verso un conflitto aperto sul territorio dell’UE, potrebbe emergere un’opposizione sociale fortissima. Non è un caso che i principali sostenitori del riarmo siano figure politiche e intellettuali piuttosto lontane dal fronte del pacifismo storico. Alcuni, paradossalmente, provengono proprio da correnti di sinistra che un tempo si opponevano alle spese militari, o addirittura da ambienti religiosi. Questa nuova “ideologia della deterrenza” si espande, e i suoi esponenti vengono considerati “realisti” in contrapposizione a chi resta su posizioni di non belligeranza.

Il ruolo dell’Italia: dubbi, coerenza e scelte di potere Se l’UE è spaccata, anche l’Italia lo è al proprio interno. Il governo deve mediare tra la posizione filo-ucraina di parte della maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia) e la storica prudenza della Lega, che di fatto subisce le imposizioni dell’esecutivo per non perdere il potere. Salvini, un tempo piuttosto vicino alla Russia, non può ora sconfessare la linea decisa in Consiglio dei Ministri, pena il rischio di defezioni e crisi di governo. Ciò genera una percezione di scarsa coerenza, a cui gli elettori leghisti potrebbero reagire con sfiducia.

La Meloni, a sua volta, si ritrova a navigare in una doppia contraddizione. Da un lato, sa che l’Italia non possiede i fondi per sostenere grandi aumenti di spesa militare; dall’altro, intende mantenere stretti legami con gli Stati Uniti (e con la leadership repubblicana vicina a Trump). Come conciliare l’obiettivo di restare nell’orbita atlantica con quello di aprirsi a un eventuale negoziato, sostenuto proprio da Trump, con Putin? Se la linea “dura” dei baltici non venisse abbandonata, l’Italia rischierebbe di trovarsi in contraddizione con la nuova America di Trump. Se invece si affiancasse alla corrente più pacifista, verrebbe accusata dai propri alleati di governo di ammorbidire la posizione anti-russa. Un gioco di equilibri e contraddizioni che, a livello comunicativo, si traduce in parole sfumate o nel tentativo di ridefinire i termini del riarmo per non farli apparire troppo aggressivi.

Nel frattempo, all’opposizione, solo il Movimento 5 Stelle e la sinistra radicale hanno una posizione apertamente contraria all’invio di armi e favorevole al riavvicinamento con la Russia sul piano energetico. Il Partito Democratico, dopo la metamorfosi degli ultimi anni, risulta ai margini del discorso: ora si presenta come un partito “riformista” e “responsabile” che appoggia l’UE su sanzioni e sostegno a Kiev, senza però riuscire a incidere in modo chiaro sul quadro generale, e senza offrire una visione alternativa sul tema del negoziato. La sua immagine presso molti elettori risulta indebolita da troppi cambi di rotta e da “inciuci” con la maggioranza su questioni chiave.

Conclusioni: tra pace e riarmo, quale futuro per l’Europa? L’immagine che emerge è quella di un’Europa in parte “schiacciata” dai giochi internazionali e dai calcoli di altri attori (Russia, Stati Uniti), incapace di proporsi come mediatrice o come potenza di bilanciamento nella crisi ucraina. La telefonata Trump-Putin, se mai dovesse concretizzare un vero passo verso una tregua, potrebbe ridisegnare lo scenario diplomatico, costringendo i Paesi europei a inseguire o a tentare di salvare la faccia. Se, invece, tale colloquio dovesse rivelarsi un bluff o non portare ad alcun accordo, la linea bellicista di Kaja Kallas e dei Paesi dell’Est potrebbe prendere il sopravvento, spingendo l’UE a destinare somme enormi alla continuazione della guerra per procura contro la Russia.

Le conseguenze si ripercuoterebbero su più livelli:

Sul piano economico, l’aumento delle spese militari e delle forniture di armi all’Ucraina graverebbe sui bilanci nazionali, già affaticati dal post-pandemia, dall’inflazione e dai tassi di interesse in rialzo. Tagli alla spesa sociale, incremento delle imposte, o entrambi, potrebbero diventare inevitabili.
Sul piano sociale, potrebbe crescere il malcontento, soprattutto se la guerra dovesse trascinarsi ancora per anni o se l’eventuale riarmo non portasse reali vantaggi alla sicurezza della popolazione.
Sul piano geopolitico, un’Europa militarizzata potrebbe trovarsi a dover difendere scelte poco condivise, mentre paesi come l’Ungheria (e una parte dell’Europa meridionale) metterebbero in atto una sorta di “resistenza” interna, generando tensioni che potrebbero logorare ulteriormente il progetto di integrazione europea.

D’altro canto, se davvero scaturisse un patto fra Trump e Putin, con una svolta diplomatica e un cessate il fuoco, potrebbe aprirsi una fase di ridiscussione degli equilibri continentali: i Paesi baltici e la Polonia sentirebbero tradite le proprie aspettative, temendo di ritrovarsi soli di fronte a un colosso russo che non ha cessato di considerarli parte della propria sfera d’influenza. La pace, in altre parole, potrebbe nascere su basi fragili, con il rischio che un successivo incidente o dissapore riporti la situazione alle tensioni iniziali.

Per l’Italia, il bivio è ancor più problematico. L’adesione agli impegni militari europei comporterebbe sacrifici di bilancio impopolari e, soprattutto, la contraddizione di una linea politica che, fino a poco tempo fa, prometteva pace, stabilità e riduzione delle tasse. D’altra parte, un’eventuale apertura alla Russia in funzione anti-sanzioni contrasterebbe con la posizione ufficiale assunta nel contesto della NATO e con il sostegno a Kiev. Chiunque governi, oggi o in futuro, dovrà affrontare queste contraddizioni di fondo, perché una linea coerente non è mai stata esplicitamente tracciata.

Uno sguardo al futuro immediato: potrebbe bastare una scintilla Si parla spesso di come l’Europa, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, rischi di trovarsi di nuovo davanti al bivio “pace o guerra”. Negli anni Novanta e Duemila, dopo il crollo dell’URSS, sembrava che il continente fosse entrato in un’era di stabilità e prosperità quasi irreversibile. Le crisi in Jugoslavia e altrove erano percepite come guerre locali, non più come possibili inneschi di un conflitto generale. Oggi, le politiche di sanzioni, l’intervento militare in Ucraina, il riarmo costante e lo strappo tra Paesi dell’Est e Paesi dell’Ovest dell’UE mostrano che la stabilità è molto più fragile di quanto si credesse.

Se la direzione dell’Europa fosse, in maniera lineare, quella del riarmo da 800 miliardi e dei 40 miliardi per l’Ucraina, con un rifiuto pregiudiziale di qualunque compromesso con Mosca, allora la “profezia” dell’Europa sotto minaccia russa (che oggi molti giudicano un pretesto) potrebbe, paradossalmente, avverarsi. La storia insegna che le tensioni alimentano tensioni, e i malintesi possono sfociare in scontri ben al di là di quanto i governi, almeno ufficialmente, desiderassero. Di certo, se si guarda alle relazioni occidentali con la Russia prima del conflitto, risulta difficile non notare una serie di errori, di provocazioni e di passi falsi da entrambe le parti. Ma se la scelta europeista fosse di insistere all’infinito sul braccio di ferro, la spirale potrebbe diventare incontrollabile.

Note conclusive e riflessioni finali Questa fase storica, in cui un’ex superpotenza come gli Stati Uniti e la Russia stanno provando (almeno in teoria) a costruire un minimo canale di dialogo, è anche la fase in cui l’Unione Europea appare più divisa che mai al proprio interno, incapace di dare risposte comuni su un tema vitale: la guerra nel suo continente. Il caso specifico dell’Ucraina è l’emblema di come, in assenza di una vera politica estera unitaria, prevalgano interessi e timori nazionali che paralizzano (o lacerano) le istituzioni europee.

L’Italia, dal canto suo, rischia di subire passivamente le scelte altrui, provando a navigare fra l’adesione formale alle posizioni atlantiste e i tentativi di non scontentare troppo gli elettori e i potenziali alleati a livello internazionale. Questa ambiguità è stata una costante anche in passato: dalle crisi del gas con la Russia, alle primavere arabe, all’intervento in Libia, l’Italia non si è mai mostrata un soggetto di reale rilievo. Ciò non toglie che abbia delle possibilità di manovra: potrebbe, ad esempio, proporsi come ponte tra l’Europa e un possibile nuovo asse Washington-Mosca (se Trump e Putin trovassero un accordo). Oppure, viceversa, potrebbe sprecare l’occasione, allineandosi in modo incondizionato alle richieste belliciste dell’Europa orientale e alla Commissione Europea.

Resta chiaro che, se a medio termine l’economia europea dovesse soffrire ulteriormente per la crisi energetica, per i costi del riarmo e per la caduta dei consumi, l’opinione pubblica potrebbe sollevarsi contro i governi che hanno scelto la via della guerra a oltranza. Persino alcune figure finora favorevoli alle sanzioni e alle forniture di armi cominciano a chiedersi se non sia necessario almeno un tentativo serio di negoziato. Un tentativo che, stando alle ultime notizie, potrebbe venire paradossalmente dall’asse Trump-Putin, tanto avversato da un certo establishment europeo.

In questo scenario, la prossima chiamata tra Trump e Putin (o l’effettiva realizzazione di un incontro diretto) potrebbe costituire una svolta. In positivo, se davvero riuscisse a fare qualche passo concreto verso la tregua. In negativo, se dovesse arenarsi o essere sabotata dagli stessi partner europei timorosi di un accordo che li escluda. Per milioni di persone comuni, l’auspicio è che la logica della pace prevalga sulla logica della forza. Ma la strada resta impervia, e le crepe nell’Europa non sembrano destinate a rimarginarsi in fretta.
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