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Putin sta per morire (di nuovo)

23 agosto 2025 8 min di lettura 156 visualizzazioni
sala stampa
Tra contenitori di feci, guerra infinita e narrativa occidentale – perché la vera battaglia si combatte sulle nostre menti

Introduzione: la malattia di Putin, l’economia russa e la guerra (quella vera, quella raccontata)

“Putin sta per morire. L’economia russa è al collasso. La guerra è quasi finita, dobbiamo solo resistere un altro po’. E se proprio non va, c’è sempre il contenitore delle feci da portarsi dietro.”

Quante volte abbiamo letto, visto, ascoltato notizie simili negli ultimi mesi? E soprattutto: quante volte la narrazione occidentale ha riscritto la realtà della guerra in Ucraina, confezionando per noi spettatori delle storie a metà tra la telenovela e il thriller geopolitico, dove ogni giorno il villain di turno (Putin) ha una nuova malattia terminale, la Russia è pronta a implodere, la pace è dietro l’angolo, e intanto si fanno i conti – veri – su quanto vale la prossima commessa di armi?

In questa lunga riflessione – che non è solo un articolo, ma un viaggio tra le pieghe della comunicazione di guerra – andremo a vedere come funziona davvero il circo mediatico occidentale, quali sono i meccanismi che ci spingono ad accettare acriticamente narrazioni improbabili, e come la vera guerra oggi sia quella che si combatte sulle nostre menti, non solo nei territori occupati o sotto le bombe.

Il grande spettacolo della malattia di Putin

Ogni volta che la situazione sul fronte ucraino si fa incerta, puntuale arriva la notizia: “Putin sta per morire”. Non importa se qualche mese prima lo davano per morto, salvo poi vederlo (invecchiato? dimagrito? con le occhiaie?) a cavalcare orsi e sventolare bandiere. Putin è il personaggio perfetto per ogni scenario di crisi: invincibile, cattivo, e sempre sul punto di crollare fisicamente.
Il problema, però, è che questa narrazione non è nuova. Cambiano i dettagli – oggi è il contenitore delle feci, ieri era il presunto Parkinson, la voce tremolante, la mano che non si muove – ma lo schema resta sempre lo stesso.

“All’opinione pubblica viene dato in pasto una cosa del genere, così digerisce meglio le scelte che sono antinegoziato.”


Ogni volta che si avvicina un possibile tavolo di negoziato, che la richiesta di “pace” torna a far capolino, si riattiva la campagna: “Putin non arriverà mai a vederla, la pace, perché morirà prima, la Russia crollerà, bisogna insistere, mandare armi, sostenere la linea dura.”
Così la malattia di Putin diventa una funzione narrativa, uno strumento per tenere alta la tensione e giustificare nuove spese, nuovi invii, nuovi sacrifici.

La strategia della narrazione: titoli, feci e… Pokemon

I media ci hanno ormai abituati a tutto. Si passa con una disinvoltura sorprendente da “Putin in ospedale” a “Putin ha il raffreddore che potrebbe ucciderlo”, da “Putin porta un contenitore di feci in Alaska” a “Putin non riesce più a reggersi in piedi”.
Il massimo dell’assurdo si raggiunge quando, per rendere più “umano” il nemico, si insinua il sospetto che abbia problemi intestinali: “Cosa ci fa Putin con un contenitore di feci al vertice con Trump? Farà un esame? È così grave che non può aspettare il ritorno a Mosca?”

Non è importante la verosimiglianza. Importa solo il messaggio.

“Che mi sta a significare il contenitore delle feci? In tutto questo marasma continuano ad appoggiare la linea e Zelensky, la linea della guerra…”


La narrazione diventa grottesca, ma funziona: distrae, svia, rafforza il nemico come debole, vulnerabile, prossimo alla sconfitta. In realtà, dietro questi titoli, si nasconde la vera paura delle élite occidentali: la guerra non sta andando come previsto, e serve un capro espiatorio, una scusa per allungare i tempi.

Il riarmo infinito: una guerra che non deve mai finire

Perché la pace sembra così lontana, anche quando tutto direbbe che “conviene” smettere di combattere?
La risposta, purtroppo, è semplice: la guerra fa guadagnare troppo, a troppi.
E finché la narrativa sarà quella del nemico debole, della vittoria vicina, della crisi russa ormai terminale, ci sarà sempre una buona ragione per chiedere più armi, più soldi, più sacrifici.


  • “Insistiamo quindi sulle armi, insistiamo sull’ingresso dell’Ucraina nella NATO…”
  • “Così possiamo prolungare la guerra, e se dovesse finire, riattivarla facilmente.”
  • “Ci sono miliardi da macinare, da spostare dalle nostre tasche alle industrie belliche.”


Intanto il racconto va avanti, giorno dopo giorno, con la Russia che “perde terreno”, ma intanto avanza militarmente. Un paradosso che pochi osano mettere in discussione nei talk show, tra analisti che ripetono le stesse frasi imparate a memoria.

Il caso North Stream e la selezione delle notizie

C’è poi il tema della selettività. Prendiamo il caso del North Stream, il gasdotto sabotato:
quando si tratta di indagare la nazionalità dell’arrestato (magari scomoda a qualcuno), i media sono improvvisamente vaghi. Ma sulla salute di Putin, improvvisamente tutti diventano esperti di medicina da titolo clickbait.
Un doppio standard che serve solo a rafforzare la sensazione che la verità sia ormai un optional.

“I media sono tanto vaghi sulla nazionalità dell’arrestato sospettato del sabotaggio… Quanto invece specifici sulle presunte carenze fisiche di Putin.”


E mentre si parla di “contenitori di feci”, nessuno si chiede chi davvero abbia sabotato il North Stream, o quali siano le conseguenze reali della crisi energetica in Europa.

La guerra dell’informazione: tra droni, numeri e bombardamenti “mediatici”

Un altro esempio di narrazione distorta riguarda i numeri.
Zelensky e il governo ucraino parlano di “600 droni russi lanciati in un giorno”, il giorno dopo diventano “55”. Ma il messaggio resta: “la Russia non vuole la pace”. Peccato che anche l’Ucraina abbia lanciato altrettanti droni nella stessa notte – ma questo dettaglio non fa notizia.

Nessuno dei due vuole la pace.

La verità è che la guerra dell’informazione è feroce quanto quella combattuta sul campo, e chi la perde rischia di perdere il sostegno dell’opinione pubblica, che deve sempre sentirsi parte di una “crociata giusta”.

La Russia al collasso? (Ancora?)

Tra le narrazioni ricorrenti, quella dell’economia russa al collasso è una delle più gettonate. Ogni settimana c’è una nuova causa: le sanzioni, il prezzo del petrolio, i droni sulle raffinerie, il costo della benzina.
Eppure, da oltre due anni, la Russia “sta per implodere”, senza che nulla cambi davvero.

“Oggi è la benzina, in questi giorni è la benzina, perché alcuni droni ucraini hanno colpito delle raffinerie…”


Intanto l’economia europea arranca, ma questo dettaglio viene spesso trascurato dai grandi media, impegnati a trovare il prossimo motivo per cui “basta poco” e la Russia crolla.

Quando l’informazione diventa propaganda

Se c’è una cosa che questa guerra ci ha insegnato è che non esiste più il confine tra informazione e propaganda.
Le notizie vengono selezionate, adattate, amplificate o ridicolizzate a seconda della necessità del momento.
Un giorno Putin è immortale, il giorno dopo è moribondo. Un giorno l’Ucraina vince, il giorno dopo resiste eroicamente sotto le bombe, ma “la pace è vicina”.
E ogni volta la soluzione sembra sempre e solo una: inviare altre armi, stringere la cinghia, aspettare la svolta.

Opinione pubblica e consenso: il vero campo di battaglia

Alla fine, il vero obiettivo di tutta questa macchina narrativa è mantenere il consenso.
Far digerire all’opinione pubblica scelte dolorose, sacrifici economici, cambiamenti geopolitici.
Per farlo si usano tutti i trucchi del mestiere: dalla demonizzazione del nemico alla spettacolarizzazione della crisi, fino all’ironia involontaria dei titoli più assurdi (“Putin e il contenitore di feci”).


  • Così non ci si accorge che il conflitto potrebbe davvero finire, se solo si volesse davvero la pace.
  • Così si giustificano le spese militari record e la militarizzazione della politica estera.
  • Così si lascia il futuro in mano a chi controlla la narrazione, più che la realtà.


Quando la realtà supera la fantasia: storia di altre narrazioni “mortali”

Non è la prima volta che i media “uccidono” un leader scomodo prima del tempo. Ricordate Castro? Ogni mese moriva di qualche nuova malattia. Kim Jong-Un? Stesso copione, sparito poi ricomparso.
Lo stesso Putin era dato per morto già durante la pandemia, quando una foto lo mostrava più pallido del solito.
Il problema è che, a forza di gridare “al lupo”, il giorno in cui qualcosa succederà davvero, nessuno ci crederà più.

Conclusioni: la vera posta in gioco

La guerra delle narrazioni non è mai neutra.
Ogni titolo, ogni notizia, ogni “contenitore di feci” ha una funzione precisa: indirizzare il consenso, confondere le acque, mantenere vivo il conflitto dove serve.
La vera pace non è solo un accordo tra eserciti, ma un cambiamento di mentalità, di racconto, di coraggio nel vedere la realtà oltre la propaganda.

Oggi più che mai, essere cittadini informati significa dubitare, ragionare, cercare le fonti, pretendere risposte.
Significa non accontentarsi dei titoli, delle ironie di bassa lega, delle narrazioni a orologeria.

Forse la vera domanda non è “Quando finirà la guerra?”, ma “Quando smetteremo di crederci spettatori passivi della storia?”

Ringraziamenti e riflessioni finali

Grazie per aver letto fino a qui.
In un’epoca in cui tutto sembra già scritto, serve il coraggio di porsi domande, di non accettare le versioni precotte, di pretendere una narrazione degna di cittadini liberi, non di sudditi di una fiction geopolitica.

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Perché la vera libertà – anche oggi – è non lasciare che altri decidano cosa devi sapere, cosa devi temere, cosa devi applaudire.
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