Nel silenzio della notte, quando il mondo esterno si ritira e le ombre diventano i miei unici compagni, i pensieri si accendono come luci spente troppo a lungo. È in queste ore piccole che la mente diventa un teatro, un palcoscenico su cui si esibiscono monologhi mai scritti, dialoghi tra me e le mie innumerevoli versioni non realizzate.

La vita mi sembra spesso una serie di note a margine su un libro che non ho scelto. Ogni capitolo inizia con promesse non mantenute, ogni pagina è intrisa di quel sentimento di mancanza, quel tarlo che mi rode: "Potrebbe essere meglio, dovresti essere migliore." Ma chi stabilisce questi criteri se non un mondo esterno che danza al ritmo frenetico dell'apparenza, dell'avere più che dell'essere?

In questo spettacolo caotico, trovo rifugio nelle distrazioni più banali. È una difesa, un meccanismo di sopravvivenza che uso per tenere a bada l'assalto incessante di dubbi e paure. Il cervello, quel baro esperto, gioca una partita truccata contro se stesso, distribuendo distrazioni come carte in un gioco dove la posta in gioco è la mia sanità mentale.

"Sto solo procrastinando l'inevitabile?" Questa domanda si ripete come un ritornello stonato mentre scorro senza vedere i feed dei social media, mentre guardo serie televisive dimenticando gli episodi appena terminati. È un tentativo disperato di non ascoltare quello che ho dentro, di non affrontare le verità troppo scomode che potrebbero frantumare l'equilibrio precario su cui danzo.

Il mondo esterno non offre conforto; è un teatro d'ombra dove ogni notizia sembra il preludio di un disastro, ogni evento un'ulteriore prova del collasso generale. E in questo mare di incertezze, cosa sono io se non una goccia, un granello di sabbia portato dalla corrente?

Forse non ci sarà un lieto fine, non per me. Forse la lotta non porterà a una vittoria, ma solo a un nuovo modo di sostenere il dolore, di convivere con l'insoddisfazione. Ma in questa realizzazione, c'è anche una forma di accettazione, una resa che non è sconfitta, ma una tregua con me stesso. Un riconoscere che, forse, non c'è nulla da vincere, se non la pace di un momento di silenzio tra un pensiero e l'altro, tra un respiro e il successivo.