Potrebbe sembrare un piano “ardito”, ma dietro c’è il rischio di una implosione del sistema europeo che pare immenso. Perché? Perché appropriarsi di beni esteri in modo unilaterale (oltre a scatenare reazioni furibonde di Mosca) creerebbe un precedente che demolirebbe la fiducia internazionale nell’economia e nelle banche europee. Se l’Europa si mostra capace di espropriare quei fondi in barba a ogni protezione legale, gli investitori globali, non solo russi, fuggirebbero a gambe levate. Conseguenza: un crollo finanziario e un big bang per l’economia dell’Eurozona. Insomma, un’idea “geniale” dal sapore autodistruttivo.
Cerchiamo di capire tutto con calma, partendo dalla situazione di base.
1) Lo scenario attuale: l’Europa “ignorata” da Trump e Putin
È mercoledì 26 febbraio (2025). La grande trattativa che si sta profilando all’orizzonte per terminare la guerra in Ucraina sembra avviata prevalentemente da Donald Trump (presidente USA) e Vladimir Putin (presidente russo). L’Unione Europea, per la maggior parte di questi incontri, è lasciata in secondo piano o addirittura fuori dalla porta. Dopo tanti discorsi sul “dobbiamo sostenere l’Ucraina”, “l’Europa è unita nella condanna della Russia”, “mandiamo armi a Kiev”, ora la diplomazia europea si trova nella scomoda situazione di non esser stata inclusa nelle prime fasi dei negoziati. Perché? Per almeno tre ragioni:
- Perdita di credibilità militare: L’Europa ha speso somme ingenti per sostenere (a parole e in parte con armi) l’Ucraina, eppure la sconfitta sul campo era già segnata, stando a quello che dice l’Amministrazione USA stessa (vittoria diplomatica e militare di Putin).
- Trump, a differenza di Biden, è molto più diretto: ha deciso di parlare direttamente con Putin, puntando a concludere in fretta un accordo e incassare vantaggi.
- Il Green Deal e l’orientamento ultra-atlantista europeo, che in questa fase non serve più a Washington, anzi, è visto da Trump come un ostacolo o una zavorra.
Ed ecco che l’Europa si risveglia: “Ehi, ma noi? Non vogliamo finire estromessi. Avere un ruolo e contrattare!” Alcune fonti dicono che i rappresentanti UE si sentono addirittura “traditi” dagli USA. Che la NATO non abbia più un asse transatlantico come lo si intendeva anni fa. Ecco quindi il piano assurdo: “Appropriamoci dei beni russi congelati e usiamoli come leva per farci ascoltare.”
2) Beni russi congelati e piani di sequestro: le due versioni
Che si parli di 200 miliardi di euro o di 300 miliardi, la sostanza non cambia: a oggi i beni sovrani russi (o di entità parastatali, come la Banca centrale russa) in Europa sono “congelati”. Questo significa che, a seguito delle sanzioni, i conti e i titoli di proprietà russa non possono essere mossi, venduti o trasferiti dai proprietari originari. Tuttavia, non sono stati confiscati, cioè non li abbiamo “presi” diventandone legalmente proprietari. E finora, l’Europa si è limitata a usare i proventi di quegli asset: per esempio, se quei fondi generano degli interessi, quell’interesse viene destinato (almeno in parte) a sostegno dell’Ucraina.
Ma alcuni paesi (Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, e qualche funzionario belga convinto) spingono per “fare un passo in più”: sequestrare i beni, cioè confiscarli. Un sequestro forzato che non è temporaneo ma definitivo. Significa dire alla Russia: “Scordatevi i vostri soldi, adesso sono roba nostra.” E su come usarli, ci sono due idee principali:
- Idea 1 – Darli all’Ucraina, come proposto dal ministro degli Esteri dell’Estonia: “Usiamo questi 200-300 miliardi per fornire armi e denaro a Kiev, in modo da farle vincere sul campo e resistere a qualsiasi accordo sfavorevole.”
- Idea 2 – Conservarli come merce di scambio, un’arma negoziale: “Sequestriamo e poi diciamo a Putin: se vuoi riaverli in parte, devi darci delle concessioni.” Oppure: “Usiamo questo sequestro per costringere i russi a riconoscere un ruolo all’Europa nei negoziati.”
In entrambi i casi, la ratio è: “Vogliamo contare di più e spingere la Russia a trattare anche con noi, non solo con Trump.” Ma la mossa appare altamente rischiosa, e infatti la parte più moderata dell’UE (Francia, Germania, Italia, Spagna, la Commissione stessa) storce il naso e ricorda che questa bomba finanziaria potrebbe deviare in un boomerang micidiale.
3) Perché un sequestro di beni russi potrebbe distruggere la credibilità dell’Europa?
Tra i vari motivi, ecco i più lampanti:
• Precedente pericoloso: se l’Europa si arroga il diritto di espropriare fondi stranieri semplicemente “perché sì”, senza un accordo internazionale o un processo concordato, chiunque — dal miliardario saudita al fondo pensione cinese — non si sentirà più sicuro a investire nei bond o nelle banche europee. “E se un domani l’UE decide che ho commesso qualche ‘peccato’ politico e mi porta via i soldi?” Sarebbe un rischio giuridico immenso.
• Fuga di capitali: di conseguenza, gli investitori correrebbero a disinvestire, vendendo titoli e asset denominati in euro, causando un crollo valutario, l’aumento dei tassi di interesse, crisi di fiducia nelle banche, un panico generale. Ricordiamo che la stabilità finanziaria si basa anche sul rispetto della proprietà privata.
• Risposta russa: se l’UE toglie centinaia di miliardi a Mosca, come reagirà Putin? Potrebbe colpire le imprese europee in Russia, i gasdotti e altre infrastrutture. Potrebbe persino decidere di inasprire i rapporti su altre questioni di sicurezza, creando un clima ancor più teso.
• Banalmente, è “illegale”: dal punto di vista del diritto internazionale, le confische di proprietà estera sono atti di forza, giustificati solo in casi di guerra diretta. L’Europa non è formalmente in guerra con la Russia. Siamo in uno scenario di sanzioni economiche, non di ostilità bellica diretta (anche se la Russia potrebbe comunque vederla in altro modo).
L’articolo di “Politico” cita alcuni funzionari europei che, a microfoni spenti, dicono: “Sì, se avessimo il controllo di quei soldi, potremmo piazzarci in posizione di forza.” Ma altri (la maggioranza “moderata”) fanno notare: “Questo è un suicidio politico, ci farebbe apparire come ladri davanti all’intero globo.” E soprattutto non risolverebbe certo i rapporti con la Russia. Anzi.
4) L’ossessione di alcuni governi dell’Est: “Diamo i soldi a Kiev!”
Il ministro degli Esteri dell’Estonia e vari esponenti di Polonia e Repubblica Ceca spingono a fare “il massimo danno” alla Russia. L’idea di costoro (Idea 1) è: “Con i 300 miliardi russi, l’Ucraina ha la potenza di fuoco per resistere a Trump, che sta cercando di imporle un accordo svantaggioso e di calare le braghe davanti a Putin.” Tradotto: se l’Ucraina avesse un tesoro illimitato, potrebbe comprare più armi e condurre una guerra ad oltranza.
Questa posizione, però, ignora un aspetto basilare: già col sostegno NATO e con la spesa di decine di miliardi, l’Ucraina non è riuscita a vincere (anzi, sta arretrando). Perché 200-300 miliardi dovrebbero di colpo ribaltare la situazione, specie se gli USA si disimpegnano? E poi, come si mantengono i rifornimenti e la logistica? L’Ucraina ha già un’economia a pezzi: in quanti anni realisticamente riuscirebbe a comprare e impiegare efficacemente nuovi armamenti più sofisticati? L’illusione di una “vittoria militare” attraverso i beni russi appare molto fragile.
5) L’idea della Commissione europea: usare i proventi senza toccare il capitale?
Fino a oggi, l’UE si è limitata a bloccare i fondi russi: la proprietà formale rimane di Mosca, ma la Banca Centrale Russa non può muoverli o ritirarli. In più, dice l’UE, “visto che questi capitali fruttano interessi, noi prendiamo quegli interessi e li destiniamo all’Ucraina”. Un compromesso meno eclatante: i russi non possono reagire violentemente al fatto che i loro soldi “stiano fermi” (anche se già questo genera ostilità), ma almeno non stiamo espropriandoli.
Secondo i falchi, però, questo è troppo poco: “Così costruiamo un gruzzolo di qualche miliardo l’anno, ma non i 300 miliardi veri e propri!” Le colombe replicano: “Meglio qualche miliardo che destabilizzare l’intero mercato.” E anche “Sequestrare i fondi creerebbe un disastro per la nostra immagine e la nostra stabilità.”
La situazione si trova dunque in uno stallo: chi vorrebbe un’escalation legale (sequestro) e chi la ritiene spericolata. La Commissione, nella maggioranza, preferisce ancora la linea “morale”, e in parte “prudente”: mantenere i fondi congelati, ma non confiscati.
6) Trump e la “fine della guerra”: perché l’UE rimane ai margini
Se l’Unione Europea sperava di contare come potenza diplomatica, la crisi ucraina l’ha messa a nudo: la NATO è dominata da Washington, le sanzioni sono state decise con l’influenza degli USA, e i negoziati finali avvengono fra Trump e Putin. Eppure l’UE si è caricata di costi mostruosi (energetici, bellici, rifugiati), e si ritrova un sistema economico in affanno, con l’industria tedesca in recessione da due anni. A complicare la faccenda, ora l’arrivo dell’accordo “terre rare” tra Stati Uniti e Ucraina: la Casa Bianca vuole accaparrarsi gran parte delle risorse chiave nel sottosuolo ucraino, e Kiev pare sul punto di cedere, almeno in parte, perché non ha alternative.
Dunque, l’Europa cerca di reagire: “Siamo stati tagliati fuori? Adesso ci facciamo valere sequestrando i fondi russi.” …Che corrisponde a dire: “Vogliamo farci notare, e magari ottenere un sedile di fianco a Trump e a Putin.” In un’ottica da Realpolitik, suona come un ricatto: “Se la Russia non ci ascolta, le leviamo i soldi.” Ma è una lettura che non necessariamente genererà benefici, anzi rischia di peggiorare tutto.
7) Cosa potrebbe succedere se l’UE decidesse di confiscare i beni russi?
Proviamo uno scenario:
- Annuncio a Bruxelles: “Abbiamo deciso di confiscare definitivamente i beni russi congelati e li trasferiamo su un fondo UE.”
- Reazione dei mercati: Qualsiasi investitore non europeo, ma anche i grandi capitali privati dei Paesi del Golfo, della Cina, dell’India, si domandano: “Se l’hanno fatto ai russi, possono farlo a noi.” Avvio di vendite massicce di attività denominate in euro, spostamento di capitali verso Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera (be’, la Svizzera ormai un po’ meno, ma comunque altrove). Crescita dello spread per i Paesi più deboli (tipo l’Italia).
- Risposta diplomatica russa: “Atto di pirateria!” Putin può decidere di nazionalizzare le imprese europee in Russia, di colpire i gasdotti o persino di chiedere alla Cina di fare un’azione di ritorsione congiunta su qualche piano economico. Tutto è possibile, in una fase di tensione e di rimescolamento globale.
- Pressione interna su UE e governi: ci sarebbe probabilmente un polverone di cause legali, di ricorsi a tribunali internazionali. Il tutto mentre la gente vede i prezzi impennarsi per l’instabilità del mercato valutario. È uno scenario da “tempesta perfetta.”
Il timore di molti commissari europei è di trovarsi con un’Europa più debole e isolata, la quale, oltre a non avere peso nei negoziati di pace, subisce un tracollo economico e commerciale. Praticamente, un suicidio.
8) I retroscena: l’Ucraina e l’accordo sulle terre rare con gli USA
Parallelamente, c’è un altro grande tema: la firma imminente (forse venerdì) di un accordo tra Kiev e Washington su “minerali critici e risorse naturali”. Tradotto: le terre rare, il litio, e una serie di risorse che l’Ucraina possiede in abbondanza. In una prima bozza, Trump voleva 500 miliardi di dollari (equivalenti in risorse) come “risarcimento” per gli aiuti bellici forniti dagli USA. Zelenski aveva gridato: “Non firmerò nulla che ipotechi l’Ucraina per 10 generazioni!” Eppure adesso, i rumors dicono che Kiev firmerà, con qualche ritocco rispetto a quell’idea iniziale. Perché? Perché se l’alternativa è rimanere senza armi, senza soldi e dover cedere di schianto alla Russia, forse preferiscono cedere le terre rare agli USA e sperare in uno scenario migliore.
In sostanza, l’amministrazione Trump ha gioco facile nel ricattare Zelenski: “O firmi, o chiudiamo i rubinetti.” L’Europa, che ha sostenuto l’Ucraina col proprio danaro (e sacrifici energetici), non viene coinvolta in questa contrattazione.
Qui scatta la frustrazione europea: “Abbiamo pagato e adesso ci lasciano da parte. Sequestriamo i fondi russi e torniamo in pista!” Peccato che potrebbe essere una strategia autodistruttiva.
9) L’assurdità di credere che 300 miliardi “spostino” la guerra
C’è chi dice: “Diamo i beni russi a Kiev, così Kiev vince.” Ma la NATO e gli USA hanno già inviato all’Ucraina aiuti militari e finanziari enormi (si parla di centinaia di miliardi in armamenti e sostegno), eppure la Russia è rimasta lì, e sta anzi mantenendo il 20% dell’Ucraina in mani filorusse. Pensare che altri 200 o 300 miliardi cambino magicamente le sorti del conflitto sembra una illusione, specie se gli Stati Uniti si defilano.
Il New York Times, nel commentare i possibili sviluppi, suggerisce che la “supremazia militare” della Russia in termini di fattore nucleare e logistica sul campo in certe aree non può essere rovesciata solo con più quattrini. Il problema è strutturale: senza un intervento diretto delle truppe NATO (che Trump ha già escluso), la situazione rimane quella di un pantano.
10) Come la UE rischia di farsi del male da sola
È incredibile, ma sta accadendo: dopo anni passati a dire “Stiamo con Biden, seguiamo le sanzioni, diamo armi all’Ucraina”, ora che Trump e Putin discutono, l’Europa si trova in un limbo, incapace di imporre la propria visione. In un sussulto di orgoglio, alcuni vorrebbero confiscare i beni russi, come se fosse l’ultima carta. Eppure, i rischi sono evidenti:
• Perdita totale di fiducia dei mercati, con un esodo di capitali.
• Nuove tensioni con la Russia, peggioramento dell’approvvigionamento energetico.
• Mancanza di copertura giuridica: potrebbe scatenare un putiferio legale, tribunali internazionali, e magari costare all’Europa risarcimenti futuri.
• L’Europa potrebbe comunque non riuscire a inserirsi nelle trattative come desidera, perché Russia e USA preferirebbero trattare altrove, accusandoci di “ladri e inaffidabili”.
11) L’analogia con lo “spianare il Turchino”
C’è un’ironia, in tutto questo: “Spianare il passo del Turchino per far entrare l’aria del mare e ripulire la Pianura Padana” — un piano ingenuo e potenzialmente devastante dal punto di vista ambientale e ingegneristico. Ebbene, sequestrare i beni russi pare ugualmente un’idea “visionaria” e non meno pericolosa. Nell’articolo di Politico, sembra che i promotori di questa strategia esibiscano la stessa innocente convinzione di quell’anziano signore che raccontava la sua idea a “Portobello” decenni fa: “Basta un grosso scavo e risolviamo tutto!” Allo stesso modo, c’è chi dice: “Basta una confisca e risolviamo la nostra irrilevanza.” Ma la realtà è molto più complessa.
12) L’Europa e i propri obiettivi reali: uno scenario alternativo
Forse, se l’UE voleva contare di più, doveva far valere la propria voce molto prima, ponendo condizioni su sanzioni e aiuti, gestendo un piano di pace o quantomeno partecipando attivamente a negoziati. Invece, ha scelto di allinearsi pienamente a Biden prima, e poi si è trovata spaesata con l’arrivo di Trump. L’altra strada potrebbe essere un diplomatic power più incisivo e autonomo, ma finora ciò non è accaduto, e se i Paesi UE non si muovono all’unisono, non si crea una leadership riconosciuta.
Confiscare i beni russi non rimetterebbe indietro l’orologio, né annullerebbe la vittoria diplomatica e militare di Putin. Anzi, aumenterebbe la percezione (pure negli USA) che l’Europa sia un’alleata meno affidabile. E un domani, chissà, la stessa Cina potrebbe pensare: “Se questi confiscano i fondi russi, magari fra qualche anno lo faranno pure con i nostri.” Ovviamente, Pechino potrebbe “vendicarsi” con misure ostili al Made in Italy, al lusso francese, all’auto tedesca.
13) Il “caso Zelenski”: ok all’accordo con Trump sulle terre rare, e l’Europa?
Negli ultimi giorni, abbiamo visto come Zelenski abbia alzato la voce, dicendo: “Non firmo nulla che indebiterebbe l’Ucraina per 10 generazioni!” e chiamando “dittatore” le accuse di Trump. Ma a conti fatti, il presidente ucraino non sembra avere un grande margine di manovra. Gli Stati Uniti controllano i flussi di armi e finanze. Se Washington dice “basta, la nostra priorità è un accordo con Putin”, Kiev rischia di restare sola. E in quell’istante, l’Ucraina dovrebbe cedere comunque. Quindi, meglio un “brutto accordo” di risorse e miniere con gli USA che una resa totale ai russi.
Così, pare che entro venerdì ci sarà la firma di un testo “ammorbidito”, senza la clausola dei famosi 500 miliardi, ma con la cessione di parte della rendita mineraria alle aziende americane. L’Europa? Non invitata. Quindi non potrà pretendere di sedersi al tavolo e dire la sua su come sfruttare i giacimenti di litio o i minerali preziosi in Ucraina. Da qui, il rancore di alcuni esponenti UE e la strategia “ripicca”: “Confezioniamo un bel sequestro dei soldi russi.” Risposta a una sconfitta diplomatica con un colpo di testa.
14) Un boomerang per i cittadini europei
È cruciale sottolineare che, se l’UE decidesse di compiere questa mossa, non sarebbero i politici a pagare le conseguenze peggiori, bensì i cittadini e le imprese. Il patto di fiducia su cui si basa la finanza, la necessità di capitali esteri per sostenere il debito pubblico e gli investimenti, tutto ciò subirebbe un shock. L’Italia, già fragile in termini di debito e “spread”, vedrebbe salire i costi, scendere la disponibilità di investitori, aggravare la crisi industriale e creditizia. Le famiglie, di conseguenza, sosterrebbero l’ennesima stangata.
In sintesi: rischieremmo di colpire in minima parte la Russia (che potrebbe reagire in maniera ancor più punitiva su altri fronti), e di colpire duramente il nostro stesso sistema, rischiando di auto-sanzionarci ancora di più.
15) Possibili soluzioni alternative?
Se l’UE vuole “un posto al sole” nei negoziati, magari basterebbe mostrarsi realista e costruttiva: proporsi come garante di un piano di ricostruzione in Ucraina, spingere per un cessate il fuoco che includa piani di ritiro di alcune truppe russe, partecipare a un Congresso di pace con altre potenze mondiali. E, parallelamente, si potrebbe negoziare con gli USA per ottenere qualcosa sul versante energetico e industriale.
La confisca dei fondi russi, al di là di dare un “contentino” a taluni falchi dell’Est Europa, appare come un gesto di disperazione politica, non un’azione diplomatica sensata. L’Europa rischia di trovarsi a mani vuote, ma con un immenso potenziale di autogol che peggiorerebbe la credibilità.
16) La confusione di oggi e la metafora del “parco giochi”
Molti analisti paragonano la situazione a un parco giochi dove ci sono due “bulli” — USA e Russia — che si sono messi d’accordo (in qualche modo) su come dividersi i giochi, e l’Europa, che era convinta di avere un ruolo da grande “guardiano morale”, scopre di non avere nessuna voce in capitolo. A questo punto, l’UE minaccia di “rompere i giochi” e portar via i giocattoli di uno dei bulli. L’altro bullo (Trump) potrebbe persino dire “Fate pure, poi ve la vedete con lui”, e rimanere a guardare. Risultato: una scazzottata in cui a subire danni è principalmente l’Europa stessa, che fra l’altro dipende dai mercati finanziari globali.
Ironia della sorte: erano anni che si parlava di autonomia strategica europea, e con una mossa così, si passerebbe dalla padella nella brace, regalando a Cina e USA l’occasione di dire “Se volete investire, non metteteci piede, lì confiscano i soldi.” Un tragico scivolone su una macchia d’olio geopolitica.
17) Conclusioni: un’Europa in bilico tra orgoglio, frustrazione e autodistruzione
Ricapitolando, la nuova “idea geniale” di alcuni governi e funzionari europei è: “Espropriamo i 200-300 miliardi di fondi russi congelati, e in tal modo avremo la forza di farci ascoltare nei negoziati (o di finanziare ancora Kiev).” Ma i contraccolpi sarebbero, a dir poco, devastanti:
1. Distruzione di fiducia nei confronti del sistema bancario e finanziario europeo: un bel “Attenzione, se ci girano male, vi togliamo tutto.”
2. Probabile reazione violenta di Mosca, che potrebbe aggravare il conflitto o colpire altri interessi europei.
3. Crollo valutario, fuga di capitali, e potenziale crisi dell’Eurozona con ricadute su “spread” e costi di finanziamento per gli Stati.
4. Dubbia utilità militare e diplomatica, poiché la Russia sta per accordarsi di testa sua con Trump, e l’Ucraina è comunque in una situazione di subordinazione.
In sintesi, parliamo di un gioco “pericoloso” che appare come un dispetto geopolitico, più che un’azione risolutiva. Se l’obiettivo europeo è contare di più, la via più sensata è alzare il livello di diplomazia, concordare con Washington e Mosca un ruolo costruttivo nella ricostruzione, negoziare piani condivisi. Non certo alzare un ascia e distruggere la credibilità finanziaria di tutto un continente. Ed è pazzesco che alcuni politici non lo capiscano, o fingano di non capirlo.
Infine, non c’è da dimenticare che se la guerra in Ucraina si avvia a una conclusione, la fase di “ricostruzione” potrebbe durare decenni, e l’Europa avrebbe grandi competenze e interessi a parteciparvi — ma senza scivolare su scelte impulsive e suicidi legali. Dunque, la speranza è che si eviti il piano di “spianare le finanze russe” come fosse il passo del Turchino, e che si trovi un modo meno disastroso di far valere la voce europea.
Nel frattempo, la battaglia intestina tra i falchi (Estonia, Polonia, Repubblica Ceca) e i colombi (Francia, Germania, Italia) continua. A noi non resta che osservare, sperando che prevalga un po’ di buon senso.