La scomparsa di Ettore Majorana: nel marzo 1938 il giovane fisico siciliano che Enrico Fermi paragonava a Galileo e Newton prelevò tutto il suo stipendio a Napoli, prese il postale per Palermo e svanì nel nulla lasciando tre biglietti contraddittori.
Approfondimento
Tra i ragazzi di via Panisperna — il leggendario gruppo di giovani fisici guidato a Roma da Enrico Fermi negli anni Trenta — ce n'era uno che metteva soggezione a tutti per la velocità quasi sovrumana con cui risolveva a mente calcoli che agli altri richiedevano settimane: il catanese Ettore Majorana. Lo stesso Fermi, premio Nobel nel 1938, disse di lui una frase rimasta celebre: «Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango che fa del proprio meglio, e gente di primo rango che arriva a scoperte di grande importanza. Ma poi ci sono i geni, come Galileo e Newton. Ebbene, Ettore era uno di quelli».
Nel gennaio 1938 Majorana, ad appena 31 anni, aveva ottenuto per chiara fama la cattedra di Fisica Teorica all'Università di Napoli. Era un giovane riservato, vestiva sempre di scuro, fumava un pacchetto di Macedonia dopo l'altro e soffriva di insonnia e gastrite. La sera di venerdì 25 marzo 1938, dopo aver ritirato in banca gli stipendi arretrati mai toccati e aver preso con sé il passaporto, salì sul piroscafo postale "Tirrenia" che da Napoli partiva alle 22:30 diretto a Palermo. Prima di imbarcarsi spedì al direttore dell'Istituto di Fisica di Napoli, Antonio Carrelli, una lettera drammatica in cui lasciava intendere il suicidio: «Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti... Mi perdonerai se ti lascio così, ma il mare mi ha rifiutato».
Eppure, appena sbarcato vivo a Palermo la mattina del 26 marzo, Majorana prese alloggio al Grand Hotel Sole e mandò a Carrelli un telegramma urgente per annullare la lettera precedente, seguito poche ore dopo da un secondo biglietto: «Caro Carrelli, il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all'albergo Bologna viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all'insegnamento». Quella sera stessa risalì sul piroscafo di ritorno verso Napoli, dividendo la cabina con il professore Vittorio Strazzeri che confermò di averlo visto dormire nel letto accanto. Ma quando la mattina del 27 marzo 1938 la nave attraccò nel porto di Napoli, di Ettore Majorana si perse ogni traccia per sempre.
Per oltre ottant'anni si sono rincorse le ipotesi più diverse: dal suicidio in mare al ritiro segreto in un convento certosino in Calabria (la Certosa di Serra San Bruno, che però smentì), fino alla pista sudamericana. Nel 2015 la Procura della Repubblica di Roma ha archiviato formalmente l'inchiesta dopo aver analizzato fotografie, lettere e testimonianze che indicavano come Majorana avesse scelto volontariamente di cambiare identità ed emigrare in Sud America, vivendo prima a Buenos Aires e poi tra il 1955 e il 1959 nella città venezuelana di Valencia sotto il falso cognome di "Bini".
Nel gennaio 1938 Majorana, ad appena 31 anni, aveva ottenuto per chiara fama la cattedra di Fisica Teorica all'Università di Napoli. Era un giovane riservato, vestiva sempre di scuro, fumava un pacchetto di Macedonia dopo l'altro e soffriva di insonnia e gastrite. La sera di venerdì 25 marzo 1938, dopo aver ritirato in banca gli stipendi arretrati mai toccati e aver preso con sé il passaporto, salì sul piroscafo postale "Tirrenia" che da Napoli partiva alle 22:30 diretto a Palermo. Prima di imbarcarsi spedì al direttore dell'Istituto di Fisica di Napoli, Antonio Carrelli, una lettera drammatica in cui lasciava intendere il suicidio: «Ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti... Mi perdonerai se ti lascio così, ma il mare mi ha rifiutato».
Eppure, appena sbarcato vivo a Palermo la mattina del 26 marzo, Majorana prese alloggio al Grand Hotel Sole e mandò a Carrelli un telegramma urgente per annullare la lettera precedente, seguito poche ore dopo da un secondo biglietto: «Caro Carrelli, il mare mi ha rifiutato e ritornerò domani all'albergo Bologna viaggiando forse con questo stesso foglio. Ho però intenzione di rinunziare all'insegnamento». Quella sera stessa risalì sul piroscafo di ritorno verso Napoli, dividendo la cabina con il professore Vittorio Strazzeri che confermò di averlo visto dormire nel letto accanto. Ma quando la mattina del 27 marzo 1938 la nave attraccò nel porto di Napoli, di Ettore Majorana si perse ogni traccia per sempre.
Per oltre ottant'anni si sono rincorse le ipotesi più diverse: dal suicidio in mare al ritiro segreto in un convento certosino in Calabria (la Certosa di Serra San Bruno, che però smentì), fino alla pista sudamericana. Nel 2015 la Procura della Repubblica di Roma ha archiviato formalmente l'inchiesta dopo aver analizzato fotografie, lettere e testimonianze che indicavano come Majorana avesse scelto volontariamente di cambiare identità ed emigrare in Sud America, vivendo prima a Buenos Aires e poi tra il 1955 e il 1959 nella città venezuelana di Valencia sotto il falso cognome di "Bini".


