Non è mai facile cambiare. Lo diciamo continuamente, quasi fosse una frase fatta, ma quando arriva il momento di farlo davvero la faccenda cambia completamente. Perché cambiare significa lasciare qualcosa che conosci, anche quando non ti piace più, per qualcosa che ancora non conosci. E il cervello, quel bastardo, spesso preferisce un problema conosciuto a un’incertezza nuova.
Negli ultimi quattro anni ho dato le dimissioni tre volte.
Scritta così sembra quasi che abbia qualche problema con i posti di lavoro. Può anche essere. Oppure semplicemente, dopo tanti anni passati a lavorare, ho iniziato a capire che un contratto non è un matrimonio e che restare nello stesso posto per sempre non è necessariamente una forma di serietà.
La prima volta è sempre quella più difficile
La prima azienda importante della mia vita lavorativa era un’azienda familiare. Ci sono rimasto circa sei anni.
Artigianato, paga base, lavoro fisico e quella vecchia mentalità secondo cui un bravo operaio si riconosce soprattutto da quanto riesce a distruggersi il corpo senza lamentarsi.
Se a fine giornata avevi ancora la forza di camminare diritto, probabilmente non avevi lavorato abbastanza.
Sto esagerando, naturalmente.
Ma neanche troppo.
Era uno di quegli ambienti nei quali il sacrificio fisico faceva quasi parte della descrizione del lavoro. E quando sei giovane entri facilmente in quella logica. Sollevi, tiri, spingi, saldi, lavori in posizioni improbabili e pensi che faccia tutto parte del mestiere.
La schiena manda qualche segnale.
Tu rispondi con la diplomazia tipica dei vent’anni: la ignori.
Poi ne manda un altro.
La ignori di nuovo.
Dopo qualche anno probabilmente è lei che inizia a ignorare te e presenta direttamente il conto.
Eppure sarebbe ingiusto raccontare quegli anni soltanto attraverso quello che non funzionava.
Perché ci sono state anche tante cose belle.
Ho viaggiato. Ho visto posti nei quali probabilmente non sarei mai andato. Ho conosciuto persone diverse. Ho fatto esperienze che non avevo programmato. Soprattutto, ho imparato un mestiere.
E imparare veramente un mestiere richiede tempo.
Non basta sapere accendere una saldatrice o tenere in mano un flessibile. Devi imparare a leggere quello che hai davanti, capire quando qualcosa non torna, trovare soluzioni mentre stai lavorando. Devi sbagliare, correggere, osservare quelli più esperti e qualche volta anche capire che quelli più esperti non hanno necessariamente sempre ragione.
Una parte importante di quello che so fare oggi è nata lì.
Ed è proprio per questo che andarmene non è stato semplice.
Quando rimani tanti anni nello stesso posto, il lavoro smette di essere soltanto il luogo dove vai la mattina. Diventa una struttura della tua vita.
Conosci gli orari, le persone, i rumori.
Sai quale macchina fa quel rumore strano prima ancora di girarti.
Sai chi arriva in ritardo.
Sai chi impreca per primo la mattina.
Sai dove sono gli attrezzi anche quando nessuno li rimette mai nel posto dove dovrebbero stare.
È una specie di casa.
Una casa nella quale, però, a un certo punto avevo iniziato a capire che non potevo rimanere.
Non soltanto per il lavoro.
Anche per la vita che esisteva fuori dal lavoro.
Quando ti accorgi che stai lavorando per poter continuare a lavorare
Per molto tempo avevo accettato una cosa abbastanza semplice: si lavorava.
Tanto.
E basta.
Il problema arriva quando cominci a fare qualche conto e scopri che praticamente vivi per andare a lavorare, torni dal lavoro per recuperare abbastanza energie da poter tornare a lavorare il giorno dopo e alla fine del mese quello che guadagni non ti permette comunque di costruire molto altro.
A quel punto inizi a chiederti quale sia esattamente il progetto.
Lavorare fino a sessantasette anni sperando che nel frattempo la schiena presenti domanda di pensione anticipata?
Io volevo qualcosa in più.
Non necessariamente diventare ricco.
Volevo semplicemente poter costruire una vita.
Una casa.
Un minimo di sicurezza.
La possibilità di fare qualcosa senza dover calcolare ogni volta se quel qualcosa mi avrebbe mandato in crisi per il resto del mese.
Se non fossi andato via da quella prima azienda, la mia vita oggi probabilmente sarebbe diversa.
Non posso sapere esattamente come.
Ma so che molte delle cose che sono riuscito a fare dopo sarebbero state molto più difficili.
Quella prima dimissione mi ha insegnato una cosa che avrei capito meglio soltanto negli anni successivi: a volte non lasci un posto perché è completamente sbagliato. Lo lasci perché non è più sufficiente per la vita che stai cercando di costruire.
Poi scopri che il lavoro può funzionare anche diversamente
Dopo sono entrato in un’altra azienda.
E lì, per certi versi, mi si è aperto un mondo.
Prima di tutto economicamente.
Ho iniziato a capire quanto potesse cambiare la vita semplicemente venendo pagato in maniera diversa per il proprio lavoro.
Sembra banale.
Non lo è.
Quando per anni vivi dentro una determinata realtà, quella realtà diventa il tuo metro di misura. Pensi che tutto funzioni così.
Poi cambi posto e improvvisamente scopri che no.
Non funziona tutto così.
Scopri che puoi chiedere un giorno libero senza avere la sensazione di aver tradito la patria.
Che puoi avere bisogno di qualcosa senza sentirti automaticamente un problema.
Che essere un lavoratore serio non significa necessariamente sacrificare ogni centimetro della propria vita privata.
Ho conosciuto persone che mi hanno insegnato molto.
Alcune professionalmente.
Altre semplicemente guardando come lavoravano, come affrontavano i problemi, come si comportavano con gli altri.
Ho migliorato le mie capacità.
Ho iniziato a vedere il mestiere in maniera diversa.
E soprattutto stavo bene.
Probabilmente è stata una delle esperienze lavorative che ricordo con maggiore piacere.
Ed è paradossale perché anche da lì, alla fine, me ne sono andato.
A volte lasci anche un posto dove stai bene
Questa forse è stata la decisione più strana.
Perché quando un posto fa schifo è relativamente facile spiegare perché te ne vai.
Quando invece stai bene, devi spiegartelo prima di tutto a te stesso.
Il problema era l’incertezza.
Io avevo un obiettivo molto concreto: comprare casa.
E quando cominci a pensare seriamente a una casa scopri che la poesia dura poco.
Entrano in scena banche, contratti, documenti, garanzie, continuità lavorativa.
Il romanticismo immobiliare generalmente finisce davanti alla prima richiesta di documentazione.
Avevo trovato un’altra possibilità.
Una paga migliore e, soprattutto, un contratto a tempo indeterminato.
La decisione non è stata semplice.
Da una parte c’era un ambiente che mi piaceva.
Dall’altra c’era una maggiore sicurezza per quello che volevo costruire.
Ho scelto la seconda.
E quella scelta mi ha aiutato davvero a raggiungere uno degli obiettivi più importanti della mia vita: riuscire a comprare casa.
Per questo non considero quella decisione un errore.
Magari alcune strade non sono fatte per essere percorse per sempre.
Servono per portarti da qualche parte.
Due anni, un mese e un giorno
Nel lavoro successivo sono rimasto due anni, un mese e un giorno.
Sì, me lo ricordo così precisamente.
Non chiedetemi perché.
Probabilmente quando dai le dimissioni per la terza volta inizi a sviluppare una specie di contabilità sentimentale del cartellino.
Anche lì non posso dire di essermi trovato male.
Anzi.
Ci sono state persone con le quali ho lavorato bene, momenti buoni, giornate normali e tutto quello che appartiene alla vita di un’azienda.
Ma negli ultimi tempi qualcosa era cambiato.
In parte l’azienda.
In parte il lavoro.
Probabilmente anche io.
E questa è una cosa della quale si parla poco.
Quando dici che lasci un lavoro, tutti cercano necessariamente un colpevole.
Deve essere successo qualcosa.
Il capo.
Lo stipendio.
I colleghi.
Gli orari.
Una lite.
Qualche torto.
Qualcosa.
In realtà a volte non esiste una singola ragione.
Esiste una somma.
Piccoli cambiamenti.
Situazioni che prima tolleravi e che adesso pesano.
La sensazione che il tuo modo di vedere le cose non coincida più con quello dell’ambiente nel quale lavori.
La percezione di non sentirti più veramente parte di quella realtà.
Puoi stare relativamente bene in un posto e capire comunque che il tuo tempo lì è finito.
Non serve trasformare qualcuno nel cattivo della storia.
Le persone cambiano.
Le aziende cambiano.
Le esigenze cambiano.
E quando le traiettorie iniziano ad allontanarsi puoi continuare a restare per abitudine, oppure puoi accettare che sia arrivato il momento di andare.
Io ho scelto di andare.
Di nuovo.
Ed eccomi alla terza ripartenza
Adesso sto ricominciando.
Un lavoro nuovo.
Nuove persone.
Nuove macchine.
Nuove abitudini.
Nuovo posto nel quale probabilmente per le prime settimane cercherò qualcosa per dieci minuti prima di scoprire che era cinquanta centimetri alla mia sinistra.
Solo che questa volta parto con una consapevolezza diversa.
Il nuovo lavoro, almeno per quello che ho visto finora, sinceramente non mi piace molto.
Non avrebbe senso inventarmi il classico discorso del tipo: “Sono entusiasta di questa nuova sfida”.
La parola “sfida” viene usata molto spesso quando non sappiamo come definire qualcosa che potrebbe tranquillamente massacrarci.
È un lavoro pesante.
Fisicamente pesante.
E la mia schiena non arriva esattamente da una carriera da impiegato amministrativo.
Dopo anni di lavoro manuale ha già espresso più volte la sua opinione sull’argomento.
Con una certa decisione.
Quindi sì, un po’ di preoccupazione c’è.
Spero di riuscire ad andare avanti senza problemi.
Spero che il corpo regga.
Spero di riuscire ad adattarmi.
Ma non voglio nemmeno raccontarmi favole.
Se scoprirò che il prezzo fisico è troppo alto, dovrò prenderne atto.
Perché c’è una cosa che forse avrei dovuto imparare molto prima: il corpo con il quale guadagni lo stipendio è lo stesso corpo con il quale devi vivere quando esci dall’azienda.
Non ne abbiamo uno aziendale e uno privato.
Purtroppo.
Sarebbe comodo lasciare la schiena rotta nell’armadietto e riprenderne una nuova timbrando l’uscita.
Cambiare non significa sempre migliorare subito
Esiste una retorica abbastanza fastidiosa intorno al cambiamento.
“Esci dalla zona di comfort.”
“Segui i tuoi sogni.”
“Abbi il coraggio di cambiare.”
Belle frasi.
Poi ci sono bollette, mutui, famiglia, salute, responsabilità e il fatto non trascurabile che a fine mese qualcuno deve accreditarti uno stipendio.
Nella vita vera il cambiamento non è sempre una linea che sale.
Qualche volta fai un passo avanti.
Qualche volta lateralmente.
Qualche volta pensavi fosse avanti e dopo due settimane inizi ad avere qualche dubbio sulla bussola.
Ma non per questo la decisione precedente diventa automaticamente sbagliata.
Io non so se questo nuovo lavoro sarà quello giusto.
Non posso saperlo.
So perché ho lasciato quello precedente.
Ed è sufficiente.
Questa distinzione per me è importante.
Non devi conoscere perfettamente il futuro per sapere che una fase della tua vita è finita.
Tre dimissioni, ma nessuna fuga
Guardando indietro, ogni cambiamento ha avuto una ragione diversa.
La prima volta avevo bisogno di uscire da una vita nella quale il lavoro occupava troppo spazio rispetto a quello che mi restituiva.
La seconda volta ho lasciato un posto che mi piaceva perché avevo bisogno di maggiore stabilità per raggiungere un obiettivo concreto.
La terza volta me ne sono andato perché, semplicemente, non sentivo più di appartenere a quella realtà come prima.
Non sono state fughe.
Sono state scelte.
Giuste o sbagliate lo decide il tempo, non una frase scritta su Internet.
Ma ognuna ha spostato qualcosa.
La prima mi ha fatto capire che valevo professionalmente più di quanto pensassi.
La seconda mi ha dato gli strumenti per costruire una parte importante della mia vita.
La terza ancora non so dove mi porterà.
Ed è forse questa la parte più reale della storia.
Non c’è sempre un finale già scritto.
Quello che resta dopo aver cambiato
Ogni posto nel quale ho lavorato mi ha lasciato qualcosa.
Anche quelli che mi hanno stancato.
Anche le giornate di merda.
Anche le persone con cui non ero d’accordo.
Da qualcuno impari come si fanno le cose.
Da qualcun altro impari come non vuoi farle.
Entrambe sono forme di esperienza.
E oggi, guardando questi anni, non penso soltanto ai tre fogli di dimissioni.
Penso soprattutto alla persona che ero ogni volta che li ho firmati.
Non era mai esattamente la stessa.
La prima volta avevo paura di lasciare ciò che conoscevo.
La seconda avevo paura di perdere qualcosa di buono per inseguire maggiore sicurezza.
La terza sapevo già che sarei sopravvissuto al cambiamento.
Non significa che non avessi paura.
Significa soltanto che ormai conoscevo quella sensazione.
Quella strana mattina nella quale entri in un posto sapendo che presto non sarà più il tuo posto.
L’ultimo caffè con certe persone.
L’ultimo “ci vediamo domani” sapendo che presto non sarà più vero.
Poi consegni quello che devi consegnare, saluti, esci dal cancello e per qualche minuto senti una combinazione assurda di leggerezza e preoccupazione.
Sei libero.
Ed è esattamente questo il problema.
Adesso devi decidere cosa farne.
Una vita costruita anche attraverso le partenze
Se fossi rimasto nella prima azienda probabilmente oggi avrei una storia diversa.
Forse sarei ancora lì.
Forse starei bene.
Forse no.
Non posso saperlo.
So però cosa è successo scegliendo di andare via.
Ho conosciuto altri ambienti.
Altre persone.
Ho imparato nuove cose.
Ho guadagnato diversamente.
Ho potuto progettare.
Sono riuscito a comprare casa.
Sono cambiato professionalmente e personalmente.
E adesso, ancora una volta, sto iniziando qualcosa senza sapere esattamente come andrà.
Non mi sento particolarmente coraggioso.
Non mi sento neanche uno che ama cambiare.
Anzi.
Se potessi avere sicurezza, tranquillità, un buon lavoro, una schiena funzionante e uno stipendio dignitoso nello stesso posto fino alla pensione, probabilmente firmerei immediatamente.
Solo che la vita raramente consegna pacchetti così ordinati.
Ti dà qualcosa.
Ti toglie qualcos’altro.
E tu continui a fare compromessi cercando di capire quali puoi accettare e quali no.
Questa volta il dubbio riguarda soprattutto il fisico.
Vedremo.
Non devo convincere nessuno che sia stata la scelta perfetta.
Nemmeno me stesso.
Devo semplicemente viverla abbastanza da capire cosa sarà.
Dopo tre dimissioni in quattro anni ho almeno imparato una cosa: nessun cancello di fabbrica, visto da dentro, sembra facile da attraversare per l’ultima volta.
Eppure, una volta fuori, la strada continua.
Io per adesso continuo con lei.
Con qualche esperienza in più, qualche illusione in meno e una schiena che ogni tanto sembra voler partecipare direttamente alle decisioni sulla mia carriera.
Il viaggio è stato lungo.
E considerando come funzionano le cose, probabilmente ne manca ancora parecchio.
Anche perché, facendo due conti, sono ancora molto più lontano dalla pensione che dalla morte.
Il che non è esattamente il tipo di frase motivazionale che trovi stampata sulle tazze.
Però almeno è sincera.